Cosa pensiamo del premio Strega (e come può cambiare)

I.

Dal 1947 ad oggi, il Premio Strega è stato assegnato ogni estate. Su sessantatre concorsi, ventidue volte ha vinto un autore che aveva pubblicato con Mondadori. Seconda casa editrice per numero di premi vinti è Einaudi, con dodici libri premiati. Quindi seguono Rizzoli, nove volte; Bompiani, sette; Feltrinelli, solo quattro; Garzanti, tre; Longanesi, due. Altre case editrici che hanno ottenuto un Premio in questi sessantatre anni: Meridiana, Vallecchi, Leonardo. È evidente, quindi, che esiste un legame fra le dimensioni della casa editrice con cui è pubblicato un libro e le sue probabilità di vincere questo concorso. Ma di che tipo di legame si tratta? Come si vince il Premio Strega?
Noi di 404, ormai è chiaro, crediamo che considerarlo soltanto un Premio “alla casa editrice” , e snobisticamente disprezzare qualsiasi libro vi partecipi, sia una visione riduttiva. Per questo, ce ne stiamo occupando e, dopo qualche ricerca, vi proponiamo qualche riflessione.
L’accesso al concorso è molto chiaro: basta leggere il regolamento che c’è sul sito della Fondazione Bellonci. Tutto parte da un Comitato direttivo. Ne fanno parte: due rappresentanti della fondazione Maria e Goffredo Bellonci, due rappresentanti della società Strega Alberti di Benevento,  tre vincitori del Premio Strega (di solito dell’ultimo triennio), quattro degli Amici della domenica. Sia questi ultimi, sia gli ex-vincitori, sono eletti per cooptazione (cioè dagli altri membri del comitato) e possono essere rieletti. Questo comitato è importante, perché ogni anno deve aggiornare la lista dei quattrocento Amici della domenica. Si chiamano così, perché originariamente erano i frequentatori abituali di casa Bellonci, dove è nato il Premio: erano e sono, in sostanza, la giuria.
Per partecipare al concorso, qualsiasi libro deve essere presentato da due degli Amici della domenica. Le presentazioni devono essere separate, e devono arrivare alla sede del concorso entro una data precisa, che di solito è fra il primo e il quindici aprile, insieme ad un breve giudizio critico che motivi la segnalazione. Dunque ognuno dei giurati si fa garante di due cose: la qualità del libro, e l’attendibilità della partecipazione all’incontro da parte del suo autore. I libri in concorso non possono essere più di dodici, è specificato nel regolamento. Nel caso in cui il numero di quelli presentati sia superiore, fra questi sceglierà “con decisione inappellabile” il comitato direttivo. Ma come? In base a cosa? Già qui, ovviamente, c’è un primo nodo problematico. Il comitato infatti non diffonde le motivazioni della scelta o dell’esclusione di un libro, né sono resi pubblici tutti i libri che sono stati messi in lizza per la dozzina. Fino alla comunicazione di essa da parte della Fondazione Bellonci, circolano solo più o meno attendibili voci per cui un certo romanzo “potrebbe” essere proposto al Premio Strega.
Altra questione è la composizione della giuria. L’attuale comitato direttivo è così composto: Tullio De Mauro (presidente), Alessandro Barbero, Giuseppe D’Avino, Giuseppe De Rita, Valeria Della Valle, Fabiano Fabiani, Alberto Foschini, Dino Gasperini, Melania Mazzucco, Ugo Ricciarelli.
Fra i giurati, invece, si trovano nomi del mondo letterario e della cultura (Alberto Asor Rosa, Alberto Arbasino, Marcello Fois, Stefano Bartezzaghi, Philippe Daverio, Marco Bellocchio, Serena Dandini) , fra cui anche alcuni editori (Alessandro Dalai, Cesare De Michelis, Elido Fazi); molti sono lontanissimi dalla ‘società delle lettere’: direttori d’azienda, architetti, politici (la lista completa è qui ).
Come è evidente, quindi, non si tratta di una giuria popolare (come è, invece, quella del Premio Campiello); né di una giuria sostenuta da competenze ‘tecniche’, cioè composta di critici letterari (come nel caso dei “grandi lettori” del Premio Dedalus). Chi rappresentano i giurati del Premio Strega?

A questo proposito, è interessante considerare quel che Maria Bellonci ha scritto, riguardo allo spirito originario della giuria:

Cominciarono, nell’inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi untiti per far fronte alla disperazione e alla dispersione. Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme.

All’epoca si pensava che la commistione di critici di mestiere e di persone non esperte del settore potesse essere un buon modo per raggiungere un punto di equilibrio tra motivazioni ‘letterarie’ e non. Il Premio Strega, alle sue origini, voleva cementare un senso di identità nazionale, anche attraverso la letteratura e le discussioni sulla letteratura: un intento e una motivazione non da poco, dunque. Ma le cose sono cambiate: sessantasette anni dopo, quello spirito sembra perso del tutto. La ‘società delle lettere’ ha smesso di riunirsi nei salotti: è ormai disgregata, incorporea, molto spesso attiva soprattutto online, e con pochissima possibilità di influenzare i discorsi che portano alla selezione dei candidati al Premio. Tutto sembra confermare, quindi, l’impressione che, dopo quasi sette decenni, poco di quello spirito originario sia ancora conservato; e che, anzi, l’attuale composizione della giuria sia lontana da una reale compagnia di “amici” che amano trovarsi e discutere dei libri che hanno amato. Quali siano le logiche che realmente hanno un peso nella designazione degli Amici della domenica, quanta “amicizia” ci sia, non è dato sapere. Quel che si sa, è che negli anni c’è stata un’evoluzione: «Da molti anni la giuria del Premio è completata da una decina di voti collettivi, (espressi dagli studenti di circa quindici scuole secondarie superiori di Roma, dal Dipartimento di studi filologici, linguistici e letterari dell’Università “Tor Vergata”, dal liceo “Giannone” di Benevento, dal liceo “Einstein” di Berlino, dai soci dei comitati italiani della “Dante Alighieri” e da gruppi di “italianisants” presso diversi Istituti italiani di cultura) e, a partire dall’edizione 2010, da trenta voti singoli di lettori “forti” designati da altrettante librerie indipendenti italiane associate all’ALI (l’Associazione Librai Italiani), che ruoteranno di anno in anno.».
Nonostante i giurati non siano tutti qualificati per competenza, il Premio Strega gode ancora di un certo prestigio culturale. In passato, d’altronde, è stato assegnato a libri poi entrati nel canone del Novecento, che hanno segnato  la storia del romanzo italiano dell’ultimo secolo: Il gattopardo di Tomasi Di Lampedusa, L’isola di Arturo di Elsa Morante, Lessico familiare di Natalia Ginzburg, Il nome della rosa di Umberto Eco. Certo, non ha mai vinto Calvino, probabilmente il narratore italiano più importante della seconda parte del Novecento. Tuttavia l’impressione che si ha, sfogliando l’elenco dei libri e degli autori vincitori dal 1947 alla fine del ventesimo secolo circa, è complessivamente positiva: la giuria del Premio è riuscita molto spesso (a parte qualche caso clamoroso) ad individuare il romanzo realmente rappresentativo dell’anno in corso, quello che sarebbe stato canonizzato a pieno diritto. Non si può dire lo stesso per  i libri premiati negli ultimi anni. È difficile, infatti, ipotizzare che La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano o Vita di Melania Mazzucco rimangano nel canone del romanzo degli anni Zero: un’obiezione potenziale, da parte di buona parte della critica (amici della domenica o meno), sarebbe quella della scarsissima presenza di romanzi significativi. Guardando ai vincitori degli ultimi quindici-vent’anni sono molti i nomi che già oggi, a poca distanza, sono pressoché sconosciuti.

II.
A proposito di “repubbliche dei lettori”: Sul Web apparentemente l’argomento “Premio Strega” è quasi del tutto ignorato dalla rete. Alla fine del nostro lavoro di recensione dei romanzi abbiamo pubblicizzato l’iniziativa su varie pagine facebook legate al mondo letterario, e la reazione più comune è stata “ma vale ancora la pena parlarne?”. Sembra insomma che ormai il Premio sia talmente svalutato dagli addetti ai lavori da non essere degno di considerazione: nonostante questo, i libri continuano ad essere proposti anche da validi critici, che li sponsorizzano il più possibile attraverso la rete e sollevando polemiche.  Un caso che ha fatto un discreto scalpore riguarda il romanzo di Alessandro Bertante, Nina dei lupi (Marsilio) presentato in dozzina da Sergio de Santis e Antonio Scurati, ma soprattutto fortemente sostenuto “dal basso”. Come scrive Viviana Lisanti su Finzioni :

Sarebbe ora di riappropriarsi del Premio Strega e di restituirgli la dignità perduta, si può fare, si sta già facendo attraverso un’iniziativa partita da Facebook poco tempo fa: Giuseppe Genna e Teresa Ciabatti, mossi dal puro entusiasmo suscitato dalla lettura del romanzo di Alessandro Bertante Nina dei Lupi, hanno infatti pensato di creare una pagina che chiedesse ad alta voce la sua candidatura allo Strega e in pochissimi giorni hanno raccolto più di 400 iscrizioni.

La dignità perduta dello Strega, il fatto che questo sia stato definito dal collettivo Luther Blisset (che boicottò la cerimonia di premiazione con Q finalista) “più truccato di Sanremo”, è legata a molti fattori: il peso delle case editrici in concorso, per cui ormai per tre anni di fila ha vinto un romanzo Mondadori, poi uno Einaudi e poi ancora un Mondadori; un fattore per così dire “di moda”, o “di corrente” che privilegia una tematica ampiamente dibattuta nell’anno oppure crea “il caso” intorno ad un autore, a prescindere dalle intrinseche qualità del romanzo (resta emblematica la vicenda di Paolo Giordano, ricercatore in fisica, uscito dalla “fabbrica” Holden con un libro confezionato e ampiamente aggiustato in Mondadori).
Del resto, questa perdita di credibilità nell’ambiente degli addetti ai lavori sembra essere direttamente proporzionale al mantenimento – se non addirittura all’aumento – del suo prestigio presso il pubblico. Vi è una forte discrepanza tra la percezione dei lettori più esperti, dei critici e quella del lettore comune: se dai primi lo Strega è considerato uno spazio consacrato al potere delle case editrici e alle leggi del mercato, nel lettore comune esso costituisce una sorta di autorità. Un lettore “medio” sente parlare in radio dei libri che concorrono allo Strega, ne legge sui vari Vanity fair, Repubblica, Sette ecc., magari ne intercetta in tv o in radio il battage mediatico: può darsi dunque che, entrato in libreria e in cerca del “libro per l’estate”, gli venga la curiosità di comprare proprio il libro con quella famosa fascetta. Un certo segmento di pubblico, in assenza di indicazioni alternative, delega al brand “Premio Strega” la responsabilità della sua scelta. Inoltre, l’elemento di prestigio del Premio assicura una certa partecipazione al “dibattito letterario”, fa sentire il lettore parte di un mondo di lettori che legge ciò che “va letto” quest’anno.
Il circuito della costruzione della domanda è presto detto: se il brand-Strega promuove il libro, il Premio diventa un campo di gioco su cui le squadre del campionato dei libri giocano alcune delle importanti partite dell’annata editoriale.
Quest’investimento delle case editrici performa l’intero evento Strega: di per sé tutto ciò non è un male. L’investimento di Einaudi nel Premio ha nel passato dato spazio e respiro critico ad autori come Volponi o Levi, ma la questione è che oggi le pratiche della conflittualità editoriale paiono caratterizzare, a monte, il momento stesso della scrittura e della costruzione dei testi.
Senza lo spiccio complottismo del “chi ti ha scritto il libro”, le pratiche letterarie di molti dei testi di questi anni sembrano muoversi su una continua, insistente pretesa di costruzione del libro-vendibile, sembrano essere sempre rivolte ad un pubblico e alle sue esigenze precostituite.

III.
In effetti, i dodici libri che abbiamo recensito ci sembrano insistere sempre su alcuni – pochi  – nodi di poetica: la dimensione diaristica e documentaristica (La scoperta del mondo, Nel mare ci sono i coccodrilli, Sstoria della mia gente); la ricerca di una voce che, nel suo anelito all’essere di tutti, finisce per non essere mai significante di nessuna dimensione di società, di immaginario, di identità (L’energia del vuoto, Ternitti, La vita accanto).
Eppure, di libri interessanti pubblicati nell’ultimo anno e mezzo e potenzialmente candidabili, noi ne abbiamo letti parecchi. Qualche esempio.
La battuta perfetta di Carlo D’Amicis, potenziale candidato di Minimum Fax, che riesce a raccontare in modo perfettamente fruibile una storia forte, non banale e capace di descrivere gli ultimi cinquant’anni della nostra storia. Per le ragioni spiegate sopra, non possiamo sapere se Minimum Fax abbia deciso o meno di presentare il libro o se nessun “amico della domenica” abbia accettato di farsene sponsor – come è accaduto invece a Sangue di cane (Laurana), il romanzo dell’esordiente Veronica Tomassini che Giulio Mozzi ha fortissimamente sostenuto su Vibrisse.
Rosso Floyd, ultimo romanzo di Michele Mari con la sua lingua visionaria e densissima riscrive la storia corale dei Pink Floyd a partire dal contrasto tra Barrett e Waters dando vita a una narrazione allucinante e lancinante, in cui l’elemento fantasmatico, sempre protagonista dei romanzi di Mari, dà ragione della dimensione sovrumana dei due miti del rock.
Walter Siti, in Autopsia dell’ossessione, mette in scene un romanzo di formazione fallito: l’ossessione di un uomo per il corpo umano e le sue pulsioni sono descritte crudamente, anche con il supporto di fotografie di nudo maschile. La lingua di Siti, audace ma sempre accessibile, mescola gerghi e dialetti, creando una storia disturbante, a tratti iperrealistica.
La vita oscena di Aldo Nove è la narrazione di una discesa negli inferi dell’abiezione e del tentativo di una redenzione attraverso il confronto con la propria corporeità: in un vortice di droghe e sesso il protagonista coinvolge e trascina il lettore in una storia forte e difficile, di emarginazione e solitudine.
O ancora, un libro che merita attenzione è Cartoline dai morti di Franco Arminio, uscito per Nottetempo nel 2010. Non si tratta di un romanzo, ma di una raccolta di frammenti. L’unità narrativa è scandita dal ritmo serrato di ogni frammento, dalla frase concisa, aforistica, che contribuiscono al tono lapidario di questa raccolta. E’ un libro importante sia per la forma narrativa sperimentata, quella del frammento lirico, sia per i contenuti che ci toccano da vicino; la vita, la morte, ciò che rimane di una intera esistenza.
I libri proposti allo Strega non ci sembrano di per sé più leggibili, o più facilmente fruibili, dei romanzi che abbiamo elencato: molto più è nelle ragioni rappresentative, nella sfida all’immaginario, alle attese dei lettori, che ci sembrano mancare di coraggio, ed essere sempre schiacciati su un presunto ideal-lettore/uomo-massa che essi stessi contribuiscono a costruire.
Qualche tempo fa, nel corso di un dibattito facebook, Gilda Policastro ha evidenziato un aspetto fortmemente critico dello Strega: “lo scandalo, ripeto, è a monte: quando si scelgono per la dozzina libri di cui nessuno fino ad allora ha sentito parlare, non in sedi autorevoli, perlomeno, libri cui nessun critico ha dedicato una riflessione destinata a ingenerare vero dibattito, o libri usciti la sera prima, su cui non si è potuta sviluppare, evidentemente anche solo per ragioni di tempo, nessuna discussione vera ma solo, inevitabilmente, un battage pubblicitario. Lo scandalo, per me, muove da lì: il resto è noia.”
Secondo noi il problema non è che, dei libri della dozzina, non se ne sia parlato “in sedi autorevoli”: il problema è che, nella maggior parte dei casi, non se ne è parlato affatto. Si può contestare la cesura esistente tra dibattito critico, inteso sia nelle sue sedi più ‘ufficiali’ sia in quelle meno riconosciute (e talvolta più interessate..) e concorso letterario; ma non è questo il punto. La questione centrale è che questi libri non emergono da alcun dibattito o riflessione; piuttosto, la creano artificialmente. Il Premio è assegnato alle soglie dell’estate, e di fatto decide non solo la disposizione dei libri nelle vetrine e sugli scaffali delle librerie ad ampia diffusione, ma crea anche temi e ‘casi’ di dibattito su giornali e riviste per i mesi successivi. Libri non emersi né da consenso di pubblico (numero di copie vendute) né da dibattito critico, acquistano fama, visibilità e occasioni di discussione critica non presenti prima. E’ in questo modo che il Premio Strega incide sul mercato editoriale e sul dibattito letterario, creando un circuito autoalimentante.
Se c’è un mito da sfatare è che esistano classifiche di difficoltà dei libri corrispondenti alla loro qualità, che esistano cose facili per tutti, dunque mediocri e cose difficili per pochi, ottime: il successo di pubblico di autori come Wu Ming, per citare qualcosa di stretta attualità, sta lì a dimostrare che i campi della poiesi sono vasti, e i punti di incontro fra lettori ed autori possono essere inaspettati e felici.
Siamo certo convinti che investire su spazi estranei ai diktat editoriali, basati su un modello di promozione e diffusione dei saperi alternativo ai premi e ai brand, rappresenti la prima sfida per un rovesciamento delle modalità di circolazione dei testi artistici. Si tratta, in fin dei conti, di innescare un ciclo, di catalizzare energie di sguardo e di rappresentazione: nuovi lettori chiedono nuovi libri, nuovi libri chiedono nuovi spazi. Promuovere buoni libri e favorirne la circolazione potrebbe dunque diventare la necessaria presa d’atto di processi nuovi che si danno fra lettori, rappresentazioni narrative, e libri.


5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giacomo Doninelli ha detto:

    Quindi Bertante, per te, è il miglior scrittore italiano???

    1. Levacci ha detto:

      scusa, giacomo, ma dove lo vedi scritto?

  2. Ellen ha detto:

    Ormai lo Strega è una mafia smaccata, e lo dimostrano i vincitori degli ultimi anni, tutta paccottiglia midcult. Andrebbe smantellato e rifondato, con regole nuove di pacca.

    Solo una nota: 400 “adesioni” su FB non sono niente, quando un qualunque personaggio semi-pubblico ha minimo un paio di migliaia di “amici”. Non scambiamo una boutade di Genna per un reale sostegno dal basso.

  3. Emanuele Properzi ha detto:

    Esatto Ellen, 400 adesioni su FB sono ben poco. Ritengo che la chiave sia quella di promuovere buoni libri con inziative sinergiche e basate su tecniche di marketing sia online che offline. Fare una promozione incisiva e mirata a cavallo del Premio Strega, per presentarsi come libro emergente. Forse una porta potrebbe aprirsi, anche se non hai partecipato alla Holden e i diritti d’autore non te li paga il cavaliere.
    Emanuele di ScrittoreVincente.com

  4. MARCO BIFULC ha detto:

    Voglio precisare che la “fabbrica” Holden aveva completamente ignorato il manoscritto di Giordano (e questo va tutto a loro merito).
    E comunque tra i romanzi dell’anno segnalerei anche “Vita e Morte d’un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico” di Cristiano de Majo.

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