Ormai è tutto di plastica

Due prose di Salvador Espriu I Castelló

Testo e traduzioni di Amaranta Sbardella

Labirinto di Cnosso

Salvador Espriu I Castelló (Santa Coloma de Farnés, 1913 – Barcelona, 1985), ‘vate’ catalano del Novecento spagnolo, attraversa con la sua traiettoria artistica i tragici eventi della nazione spagnola e di quella catalana, a partire dal Bienni Negre sino alla caduta della dittatura franchista. La contingenza storica assume un rilevanza particolare nella ‘gestazione’ delle sue opere, giacché la Barcellona e la Catalogna della guerra civile e della successiva dittatura subiscono, più che altri territori, l’umiliazione del regime e la censura della propria lingua, il catalano. Anni neri si prospettano per l’autore e per la ‘patria’ catalana; le ambizioni accademiche di Espriu sono piegate dalla guerra e la quotidianità si alternerà, poi, tra un poco gratificante lavoro notarile e una sbalorditiva ‘quaestio existentialis’ di una profonda vita interiore, che assiste al plasmarsi di una poesia e di una prosa cangianti e raffinate. La vastissima produzione poetica, novellistica e teatrale si articola in un ordine architettonico a volte di difficile comprensione, poiché attraversata da numerosi ‘indizi’ simbolici – così li chiamerà il critico J. M. Castellet – di provenienza biblica, classica, mistica, egizia. Questi, sotto forma di immagini, nomi, personaggi, si ripetono e si rincorrono continuamente, come specchi di un caleidoscopio che creano ogni volta nuove combinazioni nelle mani di un arguto e abile artigiano-burattinaio. Sarebbe quindi impossibile tracciare in poche righe il complesso itinerario esistenziale di un poeta che, per ragioni politiche, non ha ottenuto la fama fuori dalla Catalogna. Basti solo dire che Espriu arriva in Italia solo negli anni ’70 grazie alla traduzione della letterata e politica Adele Faccio, la quale sceglie di proporre al pubblico italiano quasi solo quelle raccolte nelle quali il messaggio civile e politico di Espriu emerge su altre esigenze interiori. Perché all’interno della prolifica produzione si possono, in realtà, individuare tre ‘filoni’ espressivi: il grottesco-satirico, l’etico-civile e il lirico-elegiaco. Il primo e l’ultimo, meno conosciuti in Italia, danno luogo a poesie e racconti di incredibile bellezza e modernità.
Qui proponiamo un Espriu maturo che, abbandonato il ruolo di ‘vate’  – per alcuni anni le sue opere circoleranno più o meno clandestinamente, in una sorta di samizdat – torna su alcuni personaggi chiave del suo universo simbolico e li reinterpreta con eleganza ed ironia. Il gioco intellettualistico del logos prevale sulla narrazione mitica, sul mythos, e i suoi personaggi, burattini grotteschi, si lasciano guidare nel labirinto della finzione e non più della realtà. Ne Le rocce e il mare. L’azzurro, il racconto mitico è sezionato in numerose narrazioni, ognuna cesellata nella sua compiutezza, le quali consentono al poeta catalano di rileggere l’intero mondo mitico in chiave demistificatoria, molte volte baroccheggiante. Una lettura superficiale si sofferma solo sui giochi preziosistici e non coglie, probabilmente, i complessi espedienti tecnici né i significati storico-politici o i giochi intertestuali. Le due narrazioni che qui proponiamo presentano due momenti del mito di Arianna. La prima riguarda la lotta tra il Minotauro e Teseo. Il mostro parla egiziano ma, nel momento in cui sceglie di adottare la lingua dell’altro, è ucciso d’un sol colpo dall’eroe ateniese. La metaletterarietà, con la rappresentazione scenica dello scontro e l’intervento dello zio del poeta, mette in evidenza la difficile comprensione tra due personaggi diversi per cultura, intenzioni. Il Minotauro del ‘900, nelle pagine di un Cortázar, di un Borges, assume spesso il ruolo di vittima sacrificale, destinato a soccombere all’ideologia del potere. Non solo, la guerra civile aveva mostrato in terra spagnola come due fratelli, pur comprendendosi, potessero giungere ad eliminarsi mutualmente.
In Arianna, Espriu reclama il proprio ruolo di artifex, negando alla storia la possibilità di uno scioglimento e guidando i lettori verso l’uscita, senza averne soddisfatto la curiosità. L’autore sceglie di non narrare o interpretare il mito e si limita a defilarsi, divertito e in punta di piedi, dalla scenografia di rocce, guidando ancora una volta per mano i propri lettori, e chiude dietro di sé il baraccone del burattino Arianna e la sua storia.
Per questioni di spazio, è qui impossibile spiegare i diversi livelli di lettura dei due brani, ma vi invitiamo a farlo autonomamente e a porci domande, se accettate di essere guidati nel meraviglioso e complesso labirinto espriuano.

Da Les roques i el mar. El blau (1984) – Le rocce e il mare. L’azzurro:

EL MINOTAURE I TESEU – IL MINOTAURO E TESEO

«Qué peludo eres!», admirava l’home, que havia llegit molt, en topar en un tombant de corredor amb el monstre. «Ink mry rmt», va mugir el reclòs. «Parles?», s’estranyava l’home. «Però t’equivoques, tothom et detesta.» «Tw-k íjï. Tj sd.k wj», suplicava la mitja bèstia. «Impossible», va replicar l’home. «He vingut de lluny per destruir-te.» «Maria Santíssima i desprès Puríssima!», va cridar en aquest punte el meu oncle Lluís Castelló, des del fons del teatre on actuava el Cor de l’Esperança. «Ara resultarà que aquests ximples, amb més o menys propietat, s’entenen.» «Ja que m’és temps de morir, jo voldría fer … », afegí, desolat i implorant l’últim desig de reu, el monstre, en un llenguatge una mica més clar. Però l’home no va deixar que arrodonís la modesta creació poètica, qui sap si per motius de purisme, i abatia la víctima d’una sola garrotada. «No s’hi val!», s’indignava el meu oncle Lluís Castelló. «Tots tenim dret al que aquella desgrácia amb tanta educaciò demanava. I per què no envestia l’escorxador amb les banyes, tan punxegudes, en lloc de criaturejar amb una porqueria d’arma que ni a llança no arriba? I potser, per escarn, de plàstic. Avui tot ho és», es disgustava, pessimista, el meu oncle Lluís Castelló.

Come sei peloso!», contemplava l’uomo, che aveva letto molto, quando, in un meandro del corridoio, s’imbatté nel mostro. «Ink mry rmt», muggì il recluso. «Parli?», si sbalordiva l’uomo. «Ma ti sbagli, ti odiano tutti.» «Tw-k íjï. Tj sd.k wj », supplicava la mezza bestia. «Impossibile», replicò l’uomo. «Sono venuto da lontano per distruggerti» «Maria santissima e pure purissima!» gridò allora mio zio Lluís Castelló dal fondo del teatro dove era in scena il Coro della Speranza. «Ora risulta pure che questi stolti, con più o meno facilità, si capiscono.» «Giacché è tempo che io muoia, vorrei fare … », aggiunse desolato e implorando l’ultimo desiderio del condannato, il mostro, in una lingua un po’ più comprensibile. Ma l’uomo non gli consentì che terminasse la sua modesta creazione poetica, chi lo sa, forse per motivi di purismo, e abbatté la vittima con un solo colpo. «Non vale!», s’indignava mio zio Lluís Castelló. «Abbiamo tutti diritto a ciò che questa disgrazia richiedeva con tanta cortesia. E perché non ha attaccato quel macellaio con le corna, così appuntite, invece di far moine con una cavolo d’arma che neanche da lontano assomiglia a una lancia? E pure, per di più, di plastica. Ormai è tutto di plastica», si sdegnò, pessimista, mio zio Lluís Castelló.

ARIADNA – ARIANNA

Aquesta figura tan ben abaltida és una antigua coneixença del comentarista. Però cal confessar per endavant que la història de l’aquí dormidora és d’una extrema complexitat. Des dels temps més foscos, els erudits no s’hi han posat mai d’acord, ni tan sols sobre l’etimologia del seu nom, que prové, segons sembla, d’edats esborrades. Com que no ens mortifica de passar per curiosos encara amb il·lusions, ens avenim a admetre que procedia d’una illa estesa i estreta, en la qual hi ha una alta muntanya on déus grans i implacables es complaïen a néixer. Quan el sol s’enfosa en un ponent transitori, per donar senyoria a la nit, la sola ombra del cim intacte esglaiava a tothom. Hi ha l’episodi del suposat palau de la destral i la mort del monstre –un cap de toro amb un cos més o menys d’home- que hi era reclòs, una victòria aconseguida grácies a l’ajut de l’avui dorment, en facilitar un cabdell de fil llarg i prim però essencial per resoldre el problema dels intricats passadissos i acomplir la gesta, perquè de cabdell a cabdill hi ha només, al nostre llenguatge, la diferència simple d’una lletra, i els esdeveniments embolicats deriven sovint d’orígens senzillíssims. L’heroi que va aterrar la obra mitja bèstia es va emportar, en un vaixell de funestes veles negres, la que li havia, enlluernada per l’amor, prestat en l’acció memorable un concurs decisiu. Però aviat va abandonar, inconstant, infidel i frívol, atret pel reclam d’uns ulls més parladors, experts, la seva dòcil còmplice. La traïda gemegava, plorava i es lamentava, fins va lladrar com una gossa, mentre el veler s’alunyava amb una elegant lleugeresa. Hi ha qui diu que, de la desesperació, l‘enganyada va cessar de viure allí mateix. D’altres afirmen que, sota el consell o la guia d’una nimfa o d’una conspícua deessa, va optar sensatament per dormir i, esgotada pels crits, somniava, contradictòria o confusa, com li havia d’arribar o de retornar un destí més perillòs i vell. Desprès algú la trobara en el regne de les ombres o l’esguardarà com una constel·lació en l’amplitud del cel. Ara le veiem en repòs, més nua quel seva imatge transmesa a nosaltres per una severa tradició, recolzada en una roca amb una sorprenent, envejable comoditat. I nosaltres sortim de puntetes, per no desvetllar-la abans d’hora i perquè entenem que la nostra comesa no ens obliga més enllà d’un somriure, d’un somriure discret.

Questa figura così ben assopita è un’antica conoscenza del commentatore. Ma bisogna subito confessare che la storia della qui dormiente è d’una estrema complessità. Dai tempi più oscuri gli eruditi non si sono mai messi d’accordo, neppure sull’etimologia del suo nome, che, a quanto sembra, proviene da tempi ormai scomparsi. Visto che non ci vergogniamo a passare per curiosi che ancora fantasticano, siamo concordi nell’ammettere che provenisse da un’isola estesa e stretta, nella quale c’è un’alta montagna dove dèi grandi e implacabili si pavoneggiavano di essere nati. Quando il sole si infossa in un tramonto transitorio per lasciare il regno alla notte, la sola ombra della cima intatta terrorizzava tutti. C’è poi l’episodio del supposto palazzo dell’ascia e la morte del mostro – una testa di toro con un corpo più o meno umano – che vi era rinchiuso, una vittoria conseguita grazie all’aiuto di quella che oggi dorme, che porse un gomitolo di filo lungo e sottile ma essenziale nel risolvere il problema degli intricati passaggi e portare a termine l’impresa, perché da cabdell [gomitolo] a cabdill [capo][1], nella nostra lingua, c’è la mera differenza di una lettera, e gli eventi più complicati hanno sempre un’origine semplicissima. L’eroe che abbatté la mezza bestia portò via con sé, su una nave con funeste vele nere, quella che, offuscata dall’amore, aveva permesso all’azione una svolta decisiva. Ma presto egli, incostante, infedele e frivolo, attratto dal richiamo di occhi più comunicativi, più esperti, abbandonò la sua docile complice. La tradita gemeva, singhiozzava e si lamentava, arrivò a latrare come una cagna, mentre il veliero s’allontanava con elegante leggerezza. C’è chi dice che, per la disperazione, la sedotta morì proprio lì. Altri affermano che, consigliata o guidata da una ninfa o da una dea illustre, optò sensatamente per dormire e, distrutta dalle grida, sognava, insensata e confusa, come dovesse venirle incontro o ripresentarsi un destino più pericoloso e antico. Dopo qualcuno la incontrerà nel regno delle ombre o la osserverà come una costellazione nella distesa del cielo. Ora la vediamo riposare, nuda più di quanto una severa tradizione ci abbia trasmesso, distesa su una roccia con una sorprendente, invidiabile comodità. E noialtri usciamo in punta di piedi, per non svegliarla prima del dovuto e perché capiamo che la nostra  missione ci richiede niente più di un sorriso, un discreto sorriso.


[1] ‘Cabdill’ si traduce in castigliano ‘caudillo’. ‘El caudillo’ era la ben nota espressione con la quale si designava il dittatore Francisco Franco. In questo caso non ho cercato equivalenti per mettere in evidenza l’estremo lavoro sul linguaggio di Espriu.

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