Penalità dell’incorporeo: il potere di punire

di Milena Pavlovic

Robert-François Damiens era nato nella regione dell’Artois, nel 1715. Di famiglia povera, Damiens aveva lavorato presso ricche case aristocratiche da cui era stato cacciato ripetutamente, una volta con accusa di furto. Nel 1757 ferì re Luigi XV con un temperino: l’accusa di regicidio fu immediata. Alcuni autori supposero che Damiens fosse stato suggestionato dagli scontri e dalle polemiche di corte, in seguito alle quali avrebbe maturato l’idea che la morte del re avrebbe ristabilito la pace; le ragioni di quest’atto, tuttavia, non si vennero mai a sapere. Il 2 Marzo dello stesso anno ebbe inizio il supplizio del regicida. Damiens fu condotto al patibolo nudo, in camicia, dentro una carretta a due ruote, tenendo in mano una torcia di cera ardente. Una volta giunto sul palcoscenico della tortura fu tanagliato alle mammelle, alle braccia, alle cosce e al grasso delle gambe; la mano con cui aveva colpito il re gli fu bruciata con fuoco di zolfo; sulle ferite aperte fu versata una miscela di piombo fuso, cera, olio e resina di pino. Solo dopo questo rituale preparatorio si procedette con lo squartamento. Braccia e gambe furono legate a quattro cavalli che cominciarono a tirare in direzioni diverse. Fu un’operazione difficile: gli arti non cedevano e si decise di recidere le giunture del condannato con dei coltelli.  Robert-François Damiens fu ridotto ad una larva sanguinante, e quando i suoi resti furono gettati nel fuoco l’uomo, ancora vivo, si agitava e muoveva disperatamente la bocca come per parlare.
Seguire le manifestazioni di un potere che s’impossessa delle strutture pubbliche e private della società e degli individui che la costituiscono, di un potere che mira alla narcotizzazione delle coscienze per riplasmarle in una realtà ricostruita e percepita come normalità, è cosa affascinante, ma richiede discorsi lunghi e approfonditi su una porzione di tempo estremamente dilatata.

Quest’analisi vede l’intersecarsi di due piani, differenti nel contenuto specifico, ma simmetrici nell’approccio metodologico agli oggetti scelti.  “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault costituisce la bussola di orientamento all’interno di un sistema di categorie applicato alla lettura di “Tribunali della coscienza” di Adriano Prosperi, lucido maestro nel presentarci la fitta trama delle tessiture del potere ecclesiastico in età moderna.
Poteri statali ed ecclesiastici hanno mosso gli ingranaggi di un complesso sistema sociale che ha incatenato a sé i sudditi e permesso il controllo delle menti dei fedeli, all’interno di un arco storico-temporale che, per scorrerne brevemente alcune caratteristiche, ha avuto inizio con i supplizi corporali violenti, per poi giungere, passando attraverso vari gradi intermedi, ad un generale addolcimento delle pene. Questo è stato inteso non come principio, bensì come uno degli effetti delle nuove tattiche di potere, che hanno condotto alla modifica dei nuovi meccanismi penali , alla nascita delle prigioni e alla conseguente metamorfosi della struttura in un dominio silenzioso, ma più efficacie e pervasivo.
L’epoca moderna, nei termini di gestione e potere di infliggere delle punizioni, è stata l’epoca dello “splendore dei supplizi”, il tempo in cui i castighi corporalmente dolorosi erano perpetrati all’insegna dell’arte di trattenere la vita del condannato nella sofferenza. Il crimine del suppliziato, considerato violazione della legge, era percepito come un atto di offesa nei confronti del sovrano. L’intervento del potere regnante, pertanto, aveva una funzione vendicativa (personale e pubblica), ma era anche l’atto indispensabile per la riattivazione del potere e per la ricomposizione non dell’equilibrio ma della dissimmetria tra il detentore dello scettro e i suoi sudditi. Il supplizio, perciò, assumeva le sembianze di un rituale politico, momento chiave in cui il potere prende forma e si manifesta.
Poteri ecclesiastici e statali, molto spesso, hanno cooperato vicendevolmente nel tessuto sociale. Negli spettacoli di pubblica tortura e messa a morte ordinati dalla Chiesa cattolica si mantenevano evidenti legami con i supplizi indetti dalla giustizia penale, ma, al contempo, in essi si annidavano delle differenze ambigue e pericolose: a salire sul patibolo non erano masse di miserabili delinquenti, ma uomini che sceglievano di sacrificarsi per le proprie idee.
Nella logica romana lo spettacolo dei corpi martoriati, proprio come per i tribunali criminali dell’epoca, aveva delle funzioni di carattere pedagogico, serviva cioè a spaventare, dissuadere e a ribadire l’assoluta autorità della Chiesa in materia di fede. Il modello romano, dunque, era quello di una pedagogia che si esplicava attraverso atti di fede, sentenze, rituali pubblici; e, il terrore, era lo strumento necessario per instillare la confidenza e l’abbandono nelle braccia di una Chiesa che si dichiarava paterna e salutare.
Entrambe le autorità, inquisitoriale e vescovile, convogliavano le proprie energie verso il mantenimento di una società conforme alle regole, equiparando quindi, l’idea morale del peccato a quella giuridica del crimine; l’eretico, considerato disobbediente alle autorità, era ritenuto solo l’indizio maggiore e il punto di partenza di una complessiva degenerazione morale e di un abbandono delle regole comuni su cui si fondava e reggeva la stessa società.
Questa interpretazione del supplizio come veicolo d’affermazione del potere politico è significativamente valida e pertinente fino al XVIII secolo. Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo le punizioni corporali si spengono lentamente, si abbassano i sipari sugli spettacoli di tortura in pubblica piazza, l’esibizione comincia ad essere percepita come un rito mantenente loschi legami con il crimine. Ciò condurrà gli Stati, perciò, a trascinare la punizione nei meandri più nascosti del processo penale, abbandonando così lo spazio della percezione quotidiana e facendola divenire parte della coscienza astratta:  l’efficacia della punizione dovrà derivare dalla sua fatalità, ossia dalla certezza di essere puniti, piuttosto che dalla sua visibilità.  A sostituire il boia è un esercito di tecnici come medici, psichiatri, psicologi, cappellani, sorveglianti, educatori, garanti della non violenza diretta sul corpo e controllati a distanza dalla giustizia: l’essenziale pena che i giudici infliggono non consiste nel punire, ma nel correggere, raddrizzare, guarire.
Le smisurate capacità che il potere ha avuto di riprodurre se stesso in maniera identica nel macro, ma anche e soprattutto per mezzo della marcatura di sé nelle infinite storie del micro, irrompono dinnanzi ai nostri occhi nell’osservazione del genere di controllo esercitato dal potere ecclesiastico, un controllo i cui contorni vennero definiti non solo nelle funzioni attive delle pratiche ma anche nel taglio e nella definizione degli spazi. Dall’interno di piccoli spazi, il potere, sin dal XVI secolo, non ha mai cessato di guadagnare domini sempre più vasti accentuando la propria presenza prima nei collegi, poi nelle scuole elementari, invadendo gli ospedali, ed infine, fornendo una nuova ossatura all’apparato militare. La pratica disciplinante, figlia del potere, ha ripartito gli individui nello spazio, consegnandoli a dei luoghi eterogenei in cui si è concretizzata: collegi, conventi, caserme, fabbriche. Le discipline hanno fissato degli spazi, li hanno ritagliati e in essi vi hanno posto gli individui. La spartizione degli individui negli spazi e nel tempo permetteva al potere di recuperarli, ritrovarli, sorvegliarli e modificarli in ogni momento.
I regnanti, ecclesiastici e non, dopo secoli di feroce impegno coagulato attorno alla volontà di piegare, spezzare e sminuzzare i corpi e terrorizzare i popoli, avvertirono il bisogno di scavalcare l’uniformità dei comportamenti esteriori, per scoprire cosa si celasse nel mondo delle coscienze dei propri sudditi; la volontà di sapere, pertanto, conduceva all’intreccio inestricabile tra costrizione e convinzione.
Il passaggio esplicito ad una penalità di detenzione si realizzò a cavallo tra il XVIII e il XIX, svolta determinata da una nuova legislazione che definiva il potere di punire come funzione generale ed egualitaria della società. La prigione divenne prerogativa delle società civilizzate, pena d’eccellenza proprio in quelle società in cui la privazione della libertà era considerata un male assoluto. Le carceri, luogo in cui si incarnava l’abuso di potere, punivano i loro condannati con la reclusione forzata, in segreto, lontano dagli occhi dei cittadini.
I poteri che dominarono questo periodo storico erano riusciti a modellare le coscienze degli individui tanto da condurli al mutamento della percezione dei fenomeni nel mondo: tutto ciò che non era conforme al sistema, doveva essere denunciato per preservare se stessi e la società.
L’istituzione ecclesiastica cominciava a controllare il sociale, si imponeva in questo, dettava le sue regole, le sue leggi; l’esempio più chiaro di queste strategie d’azione ci viene presentato da Prosperi nelle dinamiche che condussero al mutamento e alla normalizzazione delle relazioni amorose tra gli individui. I matrimoni contratti secondo le modalità tradizionali vennero considerati illegali, le convivenze immorali, le nozze solennizzate dinnanzi all’autorità ecclesiastica parvero l’unico rimedio adeguato.
La “microfisica del potere”, tramite questi interventi nell’immaginario e nell’identità, opera nel corpo sociale, guadagnando sempre più egemonia e pervasività, agisce per mezzo di piccole astuzie dotate di un grande potere di diffusione, capaci di insinuarsi in spazi improbabili; sono queste le strategie che hanno permesso il mutamento del regime punitivo alle soglie dell’epoca contemporanea.
All’interno di questo nuovo sistema si assiste al mutamento del ruolo e della concezione del corpo; quest’ultimo ha acquisito la funzione di strumento o intermediario: si interviene su di esso non  per far soffrire fisicamente l’individuo, ma per privarlo del diritto alla libertà, “il corpo, – scrive Foucault – secondo questo tipo di penalità, è irretito in un sistema di costrizioni e di privazioni, di obblighi e di divieti.”  I rapporti di potere lo manipolano, lo costringono a fare certi lavori, lo marchiano, l’obbligano, lo addestrano. Il fine di questo dominio sui corpi coincide con la loro utilizzazione economica. Un corpo diviene forza utile solo se rientra all’interno di un sistema in cui ha un duplice ruolo: è al contempo corpo produttivo e corpo assoggettato. Gli illuminanti spunti foucaultiani ci conducono a riflettere su una microfisica del potere in cui quest’ultimo non è affatto concepito come una proprietà, bensì come una strategia; essa non trae i suoi effetti di dominio dall’appropriazione, ma da manovre, tattiche, tecniche che prevedono una rete di relazioni sempre attive.  È un potere che si esercita e non si possiede, effetto continuo di variabili posizioni strategiche; è un potere che non si applica direttamente su coloro che non lo hanno, ma, talvolta, riflette le posizioni di coloro che sono dominati, investendoli e affermandosi per mezzo di loro e attraverso loro;  esso, perciò, tocca delle relazioni complesse che penetrano nel fondo della società. Tutto ciò ci spiega lo spostamento d’attenzione dal corpo all’anima alle soglie dell’epoca contemporanea: questa, racchiusa dall’involucro corporeo, si attiva mediante il funzionamento di un potere che la sorveglia, l’addestra,la corregge. Questa è, insomma, come ancora una volta ci ricorda Foucault, “effetto e strumento di una anatomia politica; l’anima, prigione del corpo”.
Le dinamiche di costruzione e di gestione del potere che ho provato a mettere in luce, individuando le messe in rilievo di queste, costituiscono per lo storico, per l’antropologo e per lo scienziato umano una bussola efficace per sondare, identificare e vagliare le dinamiche contrastive che si giocano nel campo del reale. Inoltre, esse mirano a identificare un piano del discorso, un piano del fenomeno storico che si situa oltre l’autonarrazione della macrostoria, ponendosi invece su un registro, un orizzonte di invisibile che riesce a individuare i dispositivi di determinazione che sono alla base dell’esistenza delle persone nel tempo. Questo registro, fatto di forze, identità, coscienze, egemonie, è lo stesso su cui si possono e si devono leggere le contraddizioni della contemporaneità.

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