Luciana Castellina – La scoperta del mondo

di Federico Pacciani

Questa è la dodicesima, e ultima, delle nostre recensioni ai libri finalisti al premio Strega. Qui vi spieghiamo perché abbiamo deciso di fare questo lavoro.

La scoperta del mondo (nottetempo, 2011) è l’ultimo lavoro di Luciana Castellina,giornalista, scrittrice e militante politica. Narra il percorso di formazione della giovane Luciana, che nel volgere di pochi anni passa da ragazza piccolo borghese a fervida militante comunista. La sua presa di coscienza, dunque, rappresenta il termine della storia e del racconto. Dopo che la protagonista avrà infatti trovato la sua strada non sentirà più il bisogno di tenere il suo diario politico, come lei stessa lo definisce sin dalla prima pagina.
Non si parla di “romanzo” di formazione, perché chi apre le pagine di La scoperta del mondo non si trova di fronte a un vero e proprio romanzo, bensì a un memoir basato sul diario tenuto dall’autrice tra il 25 luglio 1943 e la fine del ’47: una storia di vita vera, rivissuta oggi ma con gli occhi di allora. Quello che colpisce infatti è la freschezza, l’immediatezza della scrittura della Castellina, classe 1929, che trasmette la stessa ansia di raccontare che troviamo negli stralci del diario fedelmente riportati. Quasi non si nota la differenza tra le parole scritte oltre sessant’anni fa e quelle del 2010, tranne quando si approfondisce il ricordo di un avvenimento o di una persona, o si viaggia in avanti o indietro nel tempo.
Lo stile asciutto, preciso, a tratti didascalico e cronachistico ma mai pesante, rivela l’impronta giornalistica dell’autrice, interessata più ai fatti e alle storie che all’introspezione e ai sentimentalismi.

Ad ogni modo all’interno della narrazione trovano ampio spazio riflessioni e dubbi in un susseguirsi di stati d’animo diversi, spesso anche contraddittori, tipicamente adolescenziali. Essi affollano le pagine del diario, e riguardano la guerra e la politica, l’arte e la società: temi che acquistano per l’ingenua Luciana contorni sempre più definiti con il dipanarsi degli eventi. Eventi di grande portata che irrompono nella vita di tutti, che hanno cambiato per sempre la Storia e che quindi non possono lasciare indifferente nessuno, soprattutto tra i più giovani. Eppure non tutti sono sensibili allo stesso modo e sono pronti ad assumersi le responsabilità necessarie. Una delle interpretazioni del libro può essere proprio questa: di fronte ai grandi cambiamenti che caratterizzano ogni epoca, arriva sempre il momento di fare una scelta. Tutto dipende dalla volontà individuale e dal proprio modo di essere. Luciana Castellina afferma che sono state esperienze formative di quegli anni ad averle permesso di maturare e di compiere delle scelte in piena autonomia, anche a rischio di allontanarsi dalla famiglia e dagli amici dell’infanzia. Il partito diventerà la sua nuova casa e i suoi nuovi amici si chiameranno compagni. La spinta al cambiamento è provenuta dalla scoperta dei bisogni degli altri e dalla sensazione di dover agire in qualche modo, perché l’indifferenza e l’immobilismo determinavano un vuoto interiore.
Le tappe di questo percorso sono molteplici, alcune collettive, altre personali. La prima, quella con cui si apre il libro, è la caduta del fascismo, che la giovane Luciana vive da un punto di vista particolare: mentre Mussolini veniva arrestato lei stava giocando a tennis con la figlia del duce, Anna Maria, sua compagna di classe e amica. Da quel momento la sfida principale è uscire da questa fase e incamminarsi verso la democrazia. Ma non è semplice disfarsi dell’ideologia fascista in un sol colpo, specie per le generazioni nate sotto il regime. L’eredità più consistente che inizialmente le lascia il fascismo è uno spiccato sentimento nazionalista, che verrà superato del tutto solo dopo la partecipazione al Festival Mondiale della Gioventù a Praga nel ’47. Prima di arrivare a questa svolta passano quattro intensi anni durante i quali la guerra giunge a termine e una nuova Italia muove i primi passi. Da Riccione a Verona alla reclusione romana (la fase “Anna Frank”, la vita in clandestinità), numerosi sono gli eventi che segnano la giovane Castellina, che racconta con un taglio quasi filmico, dando alle scene un sapore da film neorealista (l’episodio di Cavalese, in particolare, ricorda La Ciociara). Ai momenti drammatici si accostano scene distese, accanto alle quali la Luciana di oggi inserisce la storia della sua famiglia e degli influssi mitteleuropei che ricade su di essa; ma prevale l’elemento diaristico, in cui si racconta del lento e graduale ritorno alla normalità, del modo in cui la giovane protagonista si sforza di capire quello che le accade attorno, ascolta i discorsi degli adulti e legge i giornali che le capitano a tiro e allo stesso tempo vive la sua vita di ragazza, con le sue amicizie e con i primi amori.
Quando la guerra finisce sul serio e la vita riprende davvero, si avverte la rinascita della società e la nostra ragazza ne è investita in pieno. È il periodo del liceo che le apre il mondo, ancor prima di conoscerlo in prima persona. Tutto prende a muoversi in fretta come su di un piano inclinato. Ma sono i viaggi a rappresentare il vero punto di svolta. Non solo Parigi, la prima grande avventura nel mare aperto, ma anche le assemblee nella periferia di Roma e il soggiorno in Calabria. La capitale francese le aprirà un mondo tutto nuovo, fatto di persone impegnate, intellettuali, sì di sinistra ma non come i nostri, più scanzonati e liberi, che saranno poi il suo mondo: la parte più importante per la giovane Luciana, e la più riuscita del libro è quella che racconta il viaggio a Praga per partecipare al congresso dell’Unione Internazionale Studenti durante il festival della Gioventù. L’autrice ricorda con entusiasmo questa esperienza, che le ha dato la possibilità di conoscere giovani di tutto il mondo, di partecipare a un evento pressoché irripetibile, di osservare da vicino il funzionamento di un organismo internazionale complesso, di capire meglio cos’è la vita in un partito, anche a sue spese. Tra episodi divertenti (i fratelli Berlinguer che la accusano di essere troppo “libertina”, ad esempio) e il racconto del lavoro comunitario, la Castellina giunge al termine del suo viaggio esistenziale, arrivando a comprendere che il suo posto è tra i compagni.

Se oggi mi si chiede qual è stata la ragione essenziale della mia scelta comunista, rispondo banalmente che vi ho visto il modo di non guardare più al mio ombelico, e nel PCI lo strumento per guardare al mondo, e non sentirmi inutile di fronte alle ingiustizie. A me, innanzitutto, il PCI ha evitato di restare stupida, come sarei stata se non fossi uscita dal mio ghetto di provenienza, se non avessi avuto la possibilità di condividere con i miei compagni “diversi” la passione più bella: quella di cercare di cambiare il mondo.

L’operazione della Castellina è insomma molto chiara. Il sapore nostalgico che lascia, sempre, la lettura di un diario, i toni talvolta un po’ troppo snobistici, l’eccessivo rivangare personalità conosciute, il continuo ammiccare ad una fascia di lettori adulti: tutto contribuisce a dare l’impressione di un libro che, come si diceva all’inizio, più che un “romanzo di formazione” vuole essere una testimonianza, raccontare da un punto di vista estremamente personale la storia d’Italia.

Ecco le altre recensioni ai libri in concorso pubblicate fino ad ora: F. Geda, A. Bertante, L. GrecoG. BattagliaG. NisiniV. Di GradoM. DesiatiG. SeveriniB. Arpaia, M. Veladiano, E. Nesi.

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