Gilberto Severini – A cosa servono gli amori infelici

di Umberto Mazzei

Questa è l’ottava delle nostre recensioni ai dodici libri finalisti al premio Strega. Qui vi spieghiamo perché abbiamo deciso di fare questo lavoro.

La prima resistenza da superare per affrontare l’ultimo libro di Gilberto Severini è la naturale diffidenza ispirata dal titolo. A cosa servono gli amori infelici (Playground, 2010) appartiene infatti a un campo semantico intermedio tra il romanzo adolescenziale (Scusa ma ti chiamo amore) e certa manualistica how-to (È facile smettere di fumare se sai come farlo). L’opera di Severini si propone, invece, sotto forma di elegante e pacato diario con lunghi inserti epistolari.
È l’estate del 1999. Malato di cuore, il cinquantottenne narratore è costretto in ospedale in attesa di un’operazione che, se andrà bene, gli lascerà altri quindici anni da vivere. Il sentimento di un’esistenza che volge al termine, il nuovo millennio alle soglie, insieme alla necessità di impiegare in qualche modo i giorni che lo separano dall’intervento costituiscono le premesse ideali per tracciare un bilancio esistenziale. Gli eventi del passato sono quindi rievocati in tre lettere – a un collega di lavoro, a un monsignore, a Dio1 – separate da brevi sezioni diaristiche sugli sviluppi della degenza.
L’esperienza del narratore viene configurandosi come frustrante succedersi di occasioni mancate, desideri irrealizzati e delusioni taciute. Definito in giovinezza un “generico della vita” (con metafora teatrale che da qui in poi percorrerà tutto il romanzo) gli anni non fanno che confermare questo giudizio, dimostrandone l’incapacità a prendere parte attiva tanto alle decisioni che segneranno il suo destino quanto agli eventi storici che si trova ad attraversare. Primo tra tutti il ’68. In trasferta di lavoro a Roma, si ritrova nel mezzo di una contestazione studentesca. Troppo vecchio per riconoscersi nella gioventù rivoluzionaria, troppo giovane per far parte del “Sistema da abbattere”, rimane estraneo allo scontro:

Tre o quattro anni di meno, una famiglia meno opprimente, il trasferimento a Roma tanto discusso e mai realizzato per frequentare Architettura e sarei potuto essere uno dei ragazzi di quel corteo. L’anno di nascita e il luogo, come avevo appreso non so più dove, erano dati fondamentali per comprendere il proprio destino.

Senso di esclusione e inettitudine tutta novecentesca che lo portano a rinunciare alle sue aspirazioni artistiche per un lavoro odioso, ma redditizio, presso un non meglio definito ente pubblico, come redattore di pro-memoria e discorsi pubblici per presidenti e politici di secondo piano.
Inerzia che si trasmette quindi alla vita sentimentale, rigidamente separata da quella sessuale e sempre osservata dall’esterno o meglio subìta.
È il caso del rapporto con Don Gabriele, il monsignore destinatario della seconda lettera, punto di riferimento nell’adolescenza del protagonista, finché non tentò di sedurlo e convincerlo a “lasciarsi accarezzare”. Don Gabriele è così la prima figura a ruotare intorno al tema dell’amore infelice, sofferto anche se sperimentato di riflesso:

Si sa tutto sugli innamorati infelici, niente o pochissimo sui destinatari di amori impossibili da ricambiare. Sugli amati infelici. Anche questa può essere una condizione di grave avvilimento.

La rottura con Don Gabriele segna la fine dell’innocenza giovanile e l’allontanamento forzato dall’ambiente ecclesiastico in cui è cresciuto. Un altro piccolo dramma che porta il narratore a rinchiudersi sempre più nella propria “aristocratica solitudine”, schiava dei condizionamenti esterni – l’età, la provenienza dalla provincia e l’educazione cattolica – ma pur sempre forma difesa estrema contro le sofferenze.
Fin qui, quanto c’è da sapere di una trama che, accartocciata su se stessa in dolente contemplazione di ciò che è stato, non concede spazio a sorprese: l’esito positivo dell’operazione e il rientro a casa sembrano segnare il ritorno alla vita di sempre, senza che la riflessione imposta dal periodo di ricovero abbia portato significativi cambiamenti.
Libro certamente sopra la media per forma e contenuti, A cosa servono gli amori infelici non riesce, se non sporadicamente, a coinvolgere il lettore. A vanificarne ogni sforzo sono, soprattutto, il tono ostinatamente autocommiserativo, l’aria di compostezza quasi liturgica, una lingua pudica fino all’irritazione, l’assenza di ogni realismo descrittivo, l’eccessiva e pedante frequenza di citazioni di classici della letteratura, del cinema e della musica (non senza compiacimento dell’autore).
Quanto appena segnalato ha però, c’è da riconoscerlo, una intrinseca programmaticità. Ogni aspetto del libro appare infatti conforme a una sua logica interna. Così la piattezza descrittiva corrisponde alla vita vuota e inerte del protagonista; l’ipercitazionismo è (in parte) giustificato dal suo lavoro di redattore di discorsi pubblici che infarcisce di aforismi e frasi celebri; l’eliminazione di qualsivoglia espressionismo ne rispecchia la sessualità repressa; la compostezza è corollario dell’atteggiamento di rassegnazione; etc. Tuttavia, tenuto conto dei risultati ottenuti, vien da chiedersi se questa coerenza compositiva intenzionale – che pure è indice di una certa maturità di scrittura – non sia piuttosto da considerarsi un’aggravante. Severini, insomma, ha voluto regalarci ore di noia interrotte da rari momenti di ispirazione, sprazzi ironici fuori tempo che riescono sempre imbarazzati (e talvolta imbarazzanti), idee buone (come la metafora teatrale) che non trovano il respiro giusto, brevi accenni storici che sono certo inadeguati a rendere – seppur en passant – lo spirito di un’epoca, ammesso e non concesso che questo fosse interesse dell’autore. Ecco, forse è in questi termini che dovremmo porci il problema: perché o per chi scrive Severini? ma soprattutto A cosa serve il suo libro?
ome la domanda che dà il titolo al romanzo, anche quest’ultima è destinata a rimanere senza risposta.

1 Mai nominato esplicitamente, ma più che evidente. Non si capisce, anzi, come nel risvolto possa essere definito “un misterioso personaggio senza nome, una specie di alter ego, vero o inventato, con cui ha creduto di parlare tutta la vita”.

Ecco le altre recensioni ai libri in concorso pubblicate fino ad ora: F. Geda, A. Bertante, L. Greco, G. Battaglia, G. Nisini, Di GradoM. Desiati.

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