di Claudia Crocco

Questa è la nona delle nostre recensioni ai dodici libri finalisti al premio Strega. Qui vi spieghiamo perché abbiamo deciso di fare questo lavoro.

“Ma allora” domandò a bassa voce. “Allora che vuol dire raccontare? Io ho sempre pensato che un romanzo fosse una specie di battaglia a morte con il tempo, un tentativo di riordinare il caos della realtà in una successione un poco più ordinata, manipolando il caos però senza svilirlo, senza ridurlo a un semplice modello troppo prevedibile… Ecco, questo è il racconto. Però, se il tempo non esiste, se la realtà, come ci dice la teoria quantistica, è diversissima da quella che vediamo, allora qual è il senso? A cosa serve provare a raccontare?”

Il caos, il vuoto, il tempo: tre concetti fisici prestati al romanzo, che diventano il centro e la chiave interpretativa dell’ultimo romanzo di Bruno Arpaia, L’energia del vuoto (Guanda, 2011). Arpaia non è un fisico né un uomo di scienza: giornalista, consulente editoriale, traduttore di molta letteratura spagnola ed ispano-americana (spesso è ricordata una sua conversazione con Luis Sepulveda, Raccontare e resistere, pubblicata sempre con Guanda), è stato autore di molti romanzi. Di questi, I forestieri del 1990 gli è valso il Premio Bautta; Tempo perso (2006) il Premio Hammet Italia e la candidatura al premio Elsa Morante – Isola di Arturo. Non una riga di matematica, astrofisica o informatica applicata sul suo curriculum. La sua esperienza forse somiglia di più a quella di uno dei personaggi del romanzo, Nuria: giornalista madrilena in trasferta al CERN di Ginevra (dove è ambientata una buona metà del libro; il resto si svolge fra Madrid, Barcellona, Venezia e Marsiglia, per concludersi a Roma) per un reportage, rimane colpita da quella sua struttura che, in un’intervista, Arpaia ha definito “di un grande centro democratico, pubblico, trasparente”. C’è di più: Nuria inizia interessarsi enormemente alla fisica teorica: alla teoria dei quanti, a quella delle superstringhe, agli acceleratori a cui sta lavorando il gruppo di ricercatori intorno a cui ruota l’intreccio – e ovviamente finisce a letto con uno di loro, in alcune fra le peggiori pagine del romanzo; ma questo è marginale. Tornata in Spagna, anche dopo aver consegnato una lunga serie di articoli sul CERN, sul suo funzionamento e sul lavoro d’equipe che ha lungamente osservato (nel libro si fa cenno ad un suo servizio sulla vita di madre, moglie e direttrice di dipartimento di Emilia, altro personaggio centrale: e anche queste pagine non sono certo le più originali), non riesce a liberarsi da un’ossessione: quella di capire come funziona il tempo. Lo stesso è successo a Bruno Arpaia.
La dimensione temporale è, senza dubbio, l’elemento di maggiore sperimentazione di questo romanzo. La storia non è lineare, e si intrecciano vicende parallele e piani cronologici e spaziali diversi: Nuria al CERN di Ginevra, Nuria in Spagna; la vicenda familiare di Emilia, Pietro (italiano che lavora in un’organizzazione internazionale a Ginevra; ma, soprattutto, marito di Emilia, con la quale è in crisi) e Nico, figlio dei due; la fuga di Pietro e Nico prima a Marsiglia e poi a Barcellona, che gradualmente si comprende essere dovuta ad un presunto rapimento di Emilia a causa del suo lavoro; e poi il complotto internazionale, la vera e propria spy story, in cui si intrecciano terrorismo islamico, intrighi scientifici e attentati veri e immaginati (l’undici settembre, ma anche un rocambolesco attacco alla torre Eiffel). Le sequenze narrative sono soltanto accostate le une alle altre, come atomi impazziti o sottoposti ad accelerazione: e già qui, appunto, è evidente il parallelo fisica-narrazione. Il tempo discontinuo e non lineare del racconto deve mimare quello della vita, che i fisici hanno dimostrato essere solo in apparenza assoluto e oggettivo.
Nella creazione di questo tipo di architettura narrativa Arpaia potrebbe essersi ispirato a De Lillo, citato en passant a pagina 155 (dove, con molto poco realismo, si immagina che Nuria, dopo il servizio sul CERN, sia stata mandata “a intervistare Elton John e Don DeLillo, a fare un reportage su un barcone strapieno di emigranti scomparso a poche miglia da Almuñécar e infine a raccontare vita, pensieri e opere del vincitore dell’ultimo reality”). Infatti, la scomposizione delle sequenze temporali è molto presente in tanta letteratura postmoderna americana: penso ad Underworld, appunto, o a Infinite Jest (dove pure si intrecciano vicenda familiare ed intrigo internazionale, ad esempio) solo per citare alcuni fra gli esempi più alti; ma ce ne sarebbero molti altri. L’energia del vuoto non è difficile da seguire perché non è rispettato l’ordine cronologico degli eventi, né perché i nuclei narrativi dell’intreccio sono più di uno (non si arriva neanche lontanamente, d’altronde, al numero di personaggi e di microunità di Infinite jest). Al contrario, la vicenda è chiarissima fin dal principio. Il problema, semmai, è che è tutto troppo chiaro. Forse per eccesso di scrupolo scientifico, forse per la preoccupazione del neofita di dover spiegare ogni minimo passaggio, per riguardo al lettore che non conosce neutrini e bosoni etc.., fatto sta che l’autore  è continuamente preoccupato di spiegare non solo cosa sta avvenendo nel romanzo – anche quando ciò sarebbe chiaramente intuibile dai dialoghi o dallo sviluppo dell’intreccio – , ma anche ciò che lui stesso sta facendo, e perché. La narrazione ne soffre, diventa a tratti banale. Arpaia ha certamente il merito di aver dato accoglienza letteraria e di aver reso accessibile una serie di concetti e di conoscenze della fisica teorica che, altrimenti, sarebbero rimaste soltanto fra le pagine degli addetti al settore. E in quei casi certo, fa benissimo a spiegare tutto nei dettagli e con parole semplici, come se stesse raccontando e spiegando la fisica a dei ragazzini. Il problema è che questa necessità dichiarativa e auto-esplicativa pervade tutto il romanzo, anche le parti che non hanno direttamente a che fare con la teoria scientifica. E così le pagine dedicate allo sviluppo degli intrecci relazionali fra i protagonisti sono le più brutte in assoluto, ad esempio: rappresentano un’evidente concessione, un ammiccamento mal riuscito all’onnipresente “io colloquiale” della narrativa italiana degli anni Zero, per cui, ad esempio, in un punto si legge che:  “si baciarono come se due persone adulte potessero annegare in un naufragio al tavolo di un bar di place du Bourg de Four”; e, poche righe dopo, che “Rudy la baciò a lungo, […] palpandole le chiappe, sentendo una sonora scampanata nelle parti basse. Si  ritrovarono subito sul letto, lei seduta sul bordo, lui inginocchiato davanti al suo mistero. Rudy le sbottonò la patta mente la ribaciava […]”.  Su questa stessa scia, il personaggio di Emilia sembra essere del tutto ‘a tesi’: una figura di carta, senza spessore, creata con il preciso ruolo di madre-moglie-donna in carriera. Lei, Pietro e Nico sembrano essere quasi una dimostrazione di un tema preciso (quello dei rapporti coniugali, dell’amore che si spegne e, in parte, del rapporto padre-figlio) di cui l’autore voleva parlare. Si potrà obiettare che la letteratura forse è sempre questo: un narratore che decide a tavolino di voler affrontare l’argomento X e quello Y, e che poi li traduce in figure, personaggi ed intreccio. D’accordo: però poi l’operazione letteraria può prendere diverse strade, essere declinata in vari modi; e , di conseguenza, raggiungere livelli diversi.
Con L’energia del vuoto Arpaia sembra voler proseguire quella tradizione molto presente in Italia, e però forse marginalizzata dal punto di vista critico,  del romanzo che unisce scienza e letteratura: quella che ha il suo acme in Calvino, per intenderci. Soltanto che anche questa motivazione della scrittura è dovunque palesata ed esplicitata: più che essere espressa attraverso il testo, è contenuta all’interno del testo, nei molti punti in cui l’autore propone la metafora fisica-narrazione; tempo fisico -tempo del racconto.
In conclusione, L’energia del vuoto vorrebbe essere un romanzo di filosofia della scienza, e vorrebbe dimostrare che la fisica e la letteratura sono parti integranti di un sistema umanistico di conoscenze e di mezzi gnoseologici, in cui la narrazione ha un ruolo equivalente a quello delle teorie sul bosone di Higgs. Intento nobile, e da condividere in pieno. Soltanto che, forse, non basta dichiararlo. Se così fosse, tutta la letteratura si giudicherebbe soltanto sul piano teorico, soltanto per la progettualità degli autori; e non, invece, per i risultati concretamente ottenuti. Gli intenti democratici e umanistici (nel senso migliore del termine) non riescono a sollevare questo romanzo dallo scivolamento verso il tono didascalico e da alcune pagine molto banali