Viola Di Grado – Settanta acrilico trenta lana

di Camilla Panichi

Questa è la sesta delle nostre recensioni ai dodici libri finalisti al premio Strega. Qui vi spieghiamo perché abbiamo deciso di fare questo lavoro.

Settanta acrilico trenta lana narra il dispiegarsi di una nevrosi a partire da un evento preciso: un incidente stradale che coinvolge un padre di famiglia e la sua amante. Da questo momento, irreversibile per chi rimane vivo, il tempo è sospeso: «un giorno era ancora dicembre» dichiara il narratore nelle prime righe del libro.
Camelia, protagonista e voce narrante, vive con la madre la mancata rielaborazione del lutto attraverso un linguaggio fatto di sguardi e segni: i resti di una esistenza straziata nell’abbandono più totale della parola e della dignità umana (il ritratto della madre è macchiettistico; una sorta di vegetale che deambula per la casa fotografando buchi, incapace di prendersi cura della figlia; non mangia, non si lava e soprattutto non parla). Sotto questa coltre di silenzio si colloca l’incontro di Camelia con Wen, un ragazzo cinese che attraverso l’insegnamento degli ideogrammi aiuta Camelia a recuperare la parola.
Poco importa dove realmente si svolge la vicenda ‒ a Leeds, in questo caso ‒ una città del nordeuropa come tante, come poteva essere Torino, dove la protagonista ha le sue radici; il paesaggio benché ampiamente descritto, è solo uno sfondo. Leeds (con il suo inverno perenne, le sue periferie, i suoi vicoli gotici), più che un luogo geografico definito, dispiega il perfetto teatro delle astrazioni mentali di Camelia.
Settanta acrilico trenta lana racconta soprattutto una storia completamente privata e personale di una rabbia verso il mondo tipica dell’adolescenza. Sorprende il coraggio del soggetto che prende la parola e si rivolge direttamente al lettore, quasi in tono di sfida: «state pensando che Christopher Road è l’ultima via in cui ambientare un romanzo, figuriamoci poi la storia della propria vita […] Io sono quella col naso grande e i capelli lunghi neri […] mi vedete no?». Eccome se la vediamo! L’io della protagonista è ovunque, quell’io -rammenta Gadda- che è «il più lurido di tutti i pronomi», è talmente ossessionato dalle storie («le storie sono dappertutto», ripete più volte Camelia) da annientarle non narrandole. Così gli altri personaggi non hanno spazio né diritto a un punto di vista: protesi della protagonista, privati del carattere e di approfondimento psicologico, periscono sotto il ritmo monologante della narrazione.

L’assenza di una pluralità di voci sembra trovare giustificazione nell’uso personalissimo della lingua; il tono è abrasivo, carico di cinismo, anche se non del tutto innovativo. La sperimentazione linguistica è tutta giocata sulla superficie del lessico: la pietà è «fottuta» e «il sole è un ramake a basso budget dei suoi capelli». Non c’è convergenza tra «le lacrime lanciate sulle guance come kamikaze» e una sintassi piana e composta, per lo più paratattica, che talvolta si concede interessanti sinestesie come «dissi uno sguardo di saluto». Lo stile della Di Grado sembra non lavorare sulle strutture profonde della lingua. Anzi si direbbe piuttosto che quello impiegato è un linguaggio-passpartout, il quale non ha neanche un respiro generazionale; esso è assimilato per osmosi: «il mio corpo diceva sangue», per stupire, certo, ma per quanto ancora?
Il lessico è sfrontato come lo può essere quello di un ventenne: eccessivo e perciò più esposto all’errore. E ben venga la caduta, purché sia ‘felice’ e non banale come l’idiomatica espressione «che rottura!» a poche pagine dall’inizio o l’abuso dei superlativi: «Il sorriso sorrisissimo sulle guance guancissime, e il suo corpo corpissimo che mi guarda coi piedi piedissimi» a proposito di Jimmy, fratello di Wen, con il quale Camelia si intrattiene, delusa e offesa dal rifiuto del fratello amato. Si intuisce a questo punto che l’unica possibilità di comunicazione vera, quella con Wen, viene negata.
E qui la trama si arresta, la narrazione procede su stessa, ma con fatica. Il rapporto tra l’incomunicabilità denunciata all’inizio del libro e il senso di impotenza soggiacente è appena accennato. L’urgenza di esprimere una soggettività estrema prevarica la trama, che da questo momento si fa allucinata e sconvolta, appendice di un io visionario che esaspera e deforma la realtà; gli altri sono ostili: «evito i fidanzati travestiti, ma sono ovunque […] ridono tutti di me, e si dicono ininterrottamente “I love you” […] solo per mostrarmi che c’è un sacco di amore nel mondo, soltanto che non è per me». In questa sorta di delirio auotocommiserativo, anche il gesto estremo che ricomporrà l’ordine sembra ridursi solo e soltanto a linguaggio; anche il momento del possesso passa attraverso di esso, così come i pochi rapporti umani tratteggiati sono ridotti a simboli. Quegli stessi simboli che la Di Grado traduce negli oscuri -e per noi esotici- ideogrammi della lingua cinese, facendone forse la parte più riuscita del libro.

Ecco le altre recensioni ai libri in concorso pubblicate fino ad ora: F. GedaA. Bertante, L. GrecoG. Battaglia, G. Nisini.

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