Alessandro Bertante – Nina dei lupi

di Marco Mongelli

Questa è la seconda delle nostre recensioni ai dodici libri finalisti al premio Strega. Qui vi spieghiamo perché abbiamo deciso di fare questo lavoro.

Nina dei Lupi (Marsilio, 2011) è il terzo romanzo di Alessandro Bertante, scrittore milanese e insegnante alla NABA.
La storia si svolge in un paesino di montagna, nascosto dopo che una Sciagura ha causato la distruzione di grandi città e la morte di molte persone. Protetto dai massi di una frana, e al riparo dalle bande di sciacalli che si aggirano nei dintorni, prova a ricominciare a vivere, senza i mezzi della civiltà, ma basandosi solo sulle risorse della natura. La protagonista del romanzo è una ragazzina di 12 anni, Nina appunto, che scampata al disastro e rimasta orfana, viene portata dal nonno Alfredo al villaggio di Piedimulo. Proprio il nonno diventa il nuovo sindaco del villaggio, amministrando il tentativo di rinascita con saggezza e fermezza. L’arrivo dei tanto temuti predoni fa precipitare la situazione e dà avvio alla storia vera e propria. Quella di Nina e di un misterioso uomo che vive in montagna solo con due lupi.
La quarta di copertina recita “Nella bolla di silenzio e angosciosa attesa, la natura fa un passo indietro. Osserva l’idiozia degli uomini”.
Dunque la natura, il selvaggio, l’incivilizzato, contro l’uomo e la sua inconsapevole corsa verso l’autodistruzione.
Il tono apocalittico pervade tutto il romanzo, ed è spesso puro, astorico, quasi naturale. Si coglie però in maniera sempre più forte durante le pagine l’essenza tutta umana e mostruosa del disastro. Si palesano infatti le cause economiche-finanziarie, la sicumera da Occidente in espansione, i micro affanni e le grandi ambizioni e miserie di uomini lanciati verso la soddisfazione di ogni bisogno.
Inquietantemente Bertante abbozza un quadro della nostra epoca attraverso piccoli riferimenti e allusioni un po’ malinconiche. Poi la rabbia prende il sopravvento e il romanzo si fa perentorio, oracolare, con inserti mistico-allucinatori non sempre riuscitissimi e virate sempre più verso il soprannaturale.  Tutto il romanzo, in particolare, si snoda attraverso un’idea primigenia di racconto: quella capace di fondare la civiltà, di tramandare il pensiero, di render fertile la cultura. Il racconto delle origini che abbiamo perso. Mitopoiesi necessaria e ormai inevitabile, data l’apocalisse di cui giorno per giorno vediamo i segni.
Eppure la narrazione è proprio la grande assente di questo romanzo. Parecchie scene sono date ex-post, descritte, o annunciate, quasi mai raccontate. Nelle poche scene che Bertante sceglie di narrare direttamente, la scrittura è piacevole e appassionata. I personaggi riescono a risultare credibili e verosimili nonostante siano chiaramente il risultato di un trapianto incredibile, futuristico: il carico esistenziale della contemporaneità trasferito in un’atmosfera da fine mondo, o meglio, da inizio mondo. La decadenza e la rinascita: Nina e Diana.
Come ogni mito che si rispetti, la storia distribuisce il senso attraverso le funzioni di azioni e personaggi. Si potrebbero quasi meccanicamente individuare attraverso gli studi narratologici sulla fiaba, tanto il modello favolistico è presente nell’ossatura del testo.
Show, don’t tell
! verrebbe voglia di dire all’autore, perché ogni volta che l’istanza didascalica, che c’è ed è fortissima, prevarica quella narrativa, il romanzo si fa lento, stanco e prevedibile. Quando invece Bertante sceglie di mostrare e non di spiegare, il ritmo sale e la lettura si fa anche avvincente. Neanche i dialoghi, ben costruiti, riescono a sollevare il romanzo da una generale pesantezza e da una sensazione di incompiutezza. Come se l’enorme potenziale che un plot come questo può sprigionare fosse stato ingabbiato da un’ansia dimostratrice, sentenziante. Difetto vecchio e nuovo della nostra narrativa, quello di indugiare sulla tesi, sulla messa in rilievo e l’argomentazione, per trascurare l’intreccio e la storia.
Ecco quindi un romanzo ben scritto, lucido e ragionato, ma che manca dello slancio decisivo che gli avrebbe permesso di essere grande.

Qui trovate le altre recensioni ai libri in concorso pubblicate fino ad ora.

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