Ero di nuovo solo nel paese da cui ero scappato

di Viola Caon

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Saeed Kamali Dehghan è un giornalista iraniano di 25 anni attualmente rifugiato a Londra. Dopo aver collaborato clandestinamente con il Guardian, Saeed ha dovuto lasciare il suo paese perché ricercato dai servizi segreti del regime di Ahmadinejad. Ora vive in Inghilterra, dove lavora per il quotidiano inglese e segue un corso in giornalismo internazionale alla City University. Nonostante il dissenso verso il proprio governo, ama talmente tanto il proprio paese da tornarci clandestino per girare un documentario su Neda Agha-Soltan, la ragazza uccisa il 20 giugno durante le proteste contro la rielezione di Muhmad Ahmadinejad. Questo lavoro è stato premiato dalla Foreign Press Association e Saeed è stato nominato miglior giornalista dall’anno. Parlando della sua esperienza, delinea i contorni di un Iran interessante, pronto per la democrazia e consapevole di se stesso.

Saeed, hai lavorato come giornalista in Iran per molto tempo. Qual è stata la tua esperienza con la censura?

La maggior parte dei giornali per cui ho lavorato in Iran oggi sono chiusi per via della censura. La censura nel mio paese esiste in tutto: nell’arte, nell’abbigliamento femminile, nei più banali comportamenti sociali. E, ovviamente, anche nella stampa. Da quando Ahmadinejad è salito al potere, poi, le condizioni per i giornalisti sono notevolmente peggiorate. Al momento l’Iran è a pari merito con la Cina in tema di libertà di stampa.
È molto difficile stabilire qual è la linea di demarcazione tra quello che è lecito e quello che non lo è secondo il canone stabilito dalla censura. Di sicuro non si deve mai criticare il governo, soprattutto durante le elezioni. È per questo le elezioni del 2009 hanno avuto un’evoluzione quasi rivoluzionaria, perché migliaia di iraniani sono scesi in piazza per protestare contro i brogli elettorali e contro il governo.

A un certo punto hai deciso che era troppo e hai contattato il Guardian. Come si sono evoluti i rapporti con loro fino allo scoppio delle proteste?

Ho iniziato a collaborare clandestinamente con il Guardian nel 2006, quando il giornale per cui lavoravo  era stato chiuso per ordine del governo. Ho sentito il bisogno di trovare una valvola di sfogo, qualcosa che servisse ad attrarre l’attenzione del mondo sull’Iran e sulla violazione dei diritti umani che si perpetra ogni giorno nel paese.
Le elezioni del 2009 erano di grande interesse internazionale e il regime aveva lasciato entrare moltissima stampa estera nel paese. Le selezioni dei candidati, secondo il sistema elettorale iraniano, si erano svolte regolarmente e apparentemente non c’era nessun motivo per il regime di temere una sommossa. Qualcosa però è andato storto nei piani del governo e gli iraniani sono scesi in piazza per sostenere il candidato dell’opposizione Mousavi.
I giorni precedenti le elezioni una folla simile a quella della rivoluzione del ’79 ha marciato per le vie di Teheran per sostenere un cambio di governo. La tensione è cresciuta e il governo ha iniziato ad espellere i giornalisti dal paese.
Nell’arco di una settimana non c’era più nessuno a riportare cosa stava succedendo in Iran. A quel punto è entrata in scena la nuova arma di protesta: Twitter.

Sì, ecco: i social network. Anche tu pensi abbiano avuto un ruolo decisivo e rivoluzionario nella protesta?

Il ruolo di Twitter è stato esagerato dalla stampa internazionale: non credo si possa parlare di Twitter revolution. Di certo però ha aiutato moltissimo.
L’Iran poteva contare già da prima su una larga comunità di blogger. Sul web ci sono più di un milione di blog iraniani, di cui il 10% è regolarmente attivo e il persiano è la decima lingua per presenza su Internet quando il governo ha espulso i corrispondenti stranieri, gli iraniani hanno iniziato a diffondere notizie via Twitter e questo ha straordinariamente permesso di far sapere in tempo reale al mondo quello che stava succedendo in Iran a porte chiuse.
Il caso più eclatante è stato il filmato della morte di Neda Agha-Soltan, 26 anni. Grazie alla diffusione del video fatto tramite smartphone da un anonimo, in poco tempo la scena della morte di questa ragazza era su Facebook, Youtube, Twitter, ma soprattutto nelle mani dei primi ministri e dei sovrani di tutto il mondo. Al  momento è il video di morte più guardato su Youtube, ed è molto impressionante perché lei muore in diretta.
Ciononostante, credo che non dovremmo esagerare il ruolo di Twitter: non tutti gli iraniani che protestavano in quei giorni lo facevano via Internet. Sono stati più che altro gli iraniani all’estero a diffondere le informazioni in rete. In ogni caso, è certo che grazie a Twitter e Facebook oggi il mondo sa bene che esiste una differenza tra popolo e governo iraniano. È già molto”.

Che cosa è successo dopo le elezioni ?

Dopo le elezioni ho potuto continuare a lavorare per il Guardian senza essere disturbato, perché il target principale del governo erano, al momento, i giornalisti internazionali. Ma avevo paura, certo. Ero costretto a cambiare casa di giorni in giorno, numero di telefono, avevo un ufficio segreto e non potevo fidarmi di nessuno. Non è stato facile, ma ho cercato di rimanere calmo il più possibile.
Dopo tre mesi però l’attenzione della stampa internazionale in Iran è calata, l’opposizione ha perso peso e non era più sicuro per me rimanere in Iran. La Polizia era sulle mie tracce e me ne dovevo andare.

Come tutti i regimi totalitari, anche l’Iran ha un sofisticato sistema di intelligence. Come ti prende la polizia iraniana?

È molto facile per loro. Hanno un sistema di spionaggio sofisticato e molto ramificato nel paese. Il metodo più utilizzato è quello di ascoltare le registrazioni sul cellulare. Il regime iraniano, inoltre, ha comprato un sistema di spionaggio dalla Nokia attraverso il quale riesce ad ascoltare le tue conversazione anche quando il telefono è spento.
Così sono partito e a dire la verità sono uno di quelli fortunati. Me ne sono andato al momento giusto. L’opposizione aveva ancora un certo peso nel paese, e arrestare un corrispondente del Guardian avrebbe di nuovo attirato l’attenzione internazionale. Il regime voleva proprio evitare che succedesse questo. In un certo senso mi hanno lasciato andare.

Quando sei arrivato a Londra le cose hanno subito preso una piega interessante…

Sì, direi di sì! Appena arrivato, sono stato contattato dall’emittente televisiva americana HBO che mi ha proposto di girare un documentario su Neda. La posta in gioco era alta perché dovevo tornare da solo in Iran. Alla fine ho deciso di andare perché volevo fare qualcosa per il mio paese. Mi sentivo in colpa: io ero qui al sicuro a Londra e molta altra gente veniva arrestata in Iran.
Una volta in Iran, ero di nuovo solo nel paese da cui ero scappato. Non è stato per niente facile avvicinare la famiglia di Neda: sono tuttora sorvegliati dalla polizia. Ma avevo il numero di telefono del fratello di Neda. Sono andato a trovarlo nel posto in cui lavora e gli ho chiesto se la sua famiglia fosse disposta a farsi intervistare.
Quando sono entrato nella sua stanza mi sono commosso. Mostrare il mio lato emotivo mi ha aiutato molto a costruire un rapporto di reciproca fiducia con i genitori di Neda. Diciamo che mi ha offerto una via d’accesso nella loro vita.

Che cosa ti ha colpito di più della storia di Neda?

Guardando tra le sue cose, facendo domande su di lei, mi sono accorto che Neda avrebbe potuto essere qualsiasi altra ragazza. Non era un’attivista, non era una ragazza estremamente politicizzata, era una delle tante ragazze di 26 anni scese in piazza a manifestare per la libertà dell’Iran. Al suo posto avrebbe potuto essere uccisa qualsiasi altra ragazza. Questa normalità mi ha molto colpito e ho cercato di renderla al meglio nel documentario.

Poi sei tornato a Londra scampando la sorveglianza all’aeroporto.

Sì, con 10 ore di registrazione nella valigia. Se mi avessero scoperto, sarebbe stata la mia condanna a morte! Arrivato a Londra ho finalmente realizzato, con HBO, il documentario, che ha avuto successo e ha vinto il premio come miglior documentario dell’anno all’ FPA – la Foreign Press Association.

E non solo il documentario è andato bene, no?

No infatti. La vera sorpresa per me è stata vincere il premio di giornalista dell’anno, che è il premio del ‘vincitore dei vincitori’. C’erano molti altri reporter, specialmente in zone di guerra, come Afghanistan e Iraq, e non credevo di poter competere con loro. Penso di aver vinto perché al momento l’Iran è un argomento molto sentito a livello internazionale, specialmente quando si tratta di diritti umani.

Qual è adesso il tuo rapporto con l’Iran?

Spero di tornare presto. Sono una persona molto legata alla famiglia, sento mia madre due volte al giorno e non vedo l’ora di poter tornare nel mio paese. Per il momento penso comunque di aver una grande opportunità per aiutare l’Iran da lontano, non capita a tutti di poter essere il corrispondente estero per l’Iran del Guardian!

Come si evolveranno le cose in Iran?

È difficile dirlo. Credo che la cosa interessante sia che gli iraniani hanno dimostrato di essere molto vivi e attivi. Non dobbiamo dimenticare che l’Iran si trova in una regione molto difficile: siamo in Medio Oriente e molte delle altre nazioni non sono affatto democratiche, pur fingendo di esserlo. Dopo le rivolte in Egitto poi la tensione si sta notevolmente alzando un po’ in tutta la regione. Appena due settimane fa ci sono stati due morti durante le proteste e il regime ha cercato di occultare la faccenda. Staremo a vedere.

*la foto, di Gianluca Mezzofiore, è stata scattata in ambito del dibattito
“Iran’s Green Revolution and the Arab Spring”, 1 giugno 2011

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