Dell’indignazione catalana

di Amaranta Sbardella

VincenzoRigogliuso_25-05-2011-33

– Era così nella polis, una piazza, tutti seduti ad ascoltare. E ognuno si alza a chiedere la parola. Così, come vedi, anche la forma era quella di un cerchio, proprio come questa piazza. Questo è il principio della democrazia, del potere del popolo, che ognuno parli davanti all’Assemblea e esprima il suo parere.

 Domenica sera, pochi giorni dopo l’inizio dell’Acampada di Barcellona, un guiri[1], di apparenza afroamericana e marcato accento cubano, provava a spiegare all’amico, anch’egli straniero, l’illuminante associazione di idee che quell’assemblea riunita e pacifica gli stimolava. Poco lontano altre due guiris, italiane, tra le quali io, sorridevano all’ardita comparazione, riconoscendo in quelle affermazioni un fondo di verità.

Da quando i fatti del 15-M madrileno hanno istillato nei cuori degli spagnoli l’idea di “indignarsi”, i cittadini di Barcellona hanno deciso che la famosa e turistica Plaza Catalunya sarebbe divenuta il motore vibrante dell’iniziativa in terra catalana.

Ogni giorno un numero incredibile di attività scandisce i ritmi degli accampati di tutte le età. Sono proposti corsi di Yoga, concerti di ogni tipo (l’altra sera anche il figlio di Bob Marley ha voluto dare il suo contributo), laboratori artistici di qualsiasi sorta. La piazza è divisa in numerose province che hanno una vita autonoma e che dipendono dal cervello centrale.
C’è veramente di tutto, anche la ludoteca, la cucina, la biblioteca con uno spazio di lettura, il tendone con alcune sedie a rotelle affinché ognuno provi la sensazione di muoversi negli spazi pubblici in maniera differente. Lo scopo ultimo di tutte queste attività è la sensibilizzazione alla diversità, alla poliedricità, all’informazione, che del resto è portata avanti anche grazie alle innumerevoli tertulie, di stampo tipicamente iberico (ricordate Ramón Gómez de la Serna e le sue famose tertulie madrilene?). Il decentramento di singole “comissió” ha reso possibile il moltiplicarsi di dibattiti aperti, che vengono affrontati a tutte le ore del giorno: la “comissió activitat” si occupa delle attività da intraprendere, la “comissió internacional” cerca di ampliare gli orizzonti geografici della protesta, la “comissió de diversitat funcional i diferencia” accoglie tutti coloro che vogliano portare avanti la loro esperienza di uguali e diversi negli spazi barcellonesi. Il referente per ogni “comissió” (una ventina in totale) prende appunti e propone idee, ma in nessun modo si pone come moderatore, lasciando a ogni assistente la possibilità di partecipare.
Poi la sera, dopo la temuta Caçerolada General – mezz’ora di trambusto a prova di timpano con padelle, chiavi, scuotimenti vari – l’assemblea generale raccoglie le diverse proposte della giornata e discute sulle varie modalità per portare avanti in maniera pacifica le proteste. A Barcellona, a differenza di Madrid, l’Acampada potrebbe procedere senza reclami da parte dei commercianti, visto che lo spazio adibito alle riunioni è racchiuso dall’asfalto e non sembra incidere in maniera particolare nella routine. Anche se ogni tanto è possibile, oltre che facile, intravedere un esterrefatto turista aggirarsi tra cartelli e tendoni con la mega macchina fotografica.

Ma cosa rivendicano questi giovani, ai quali in realtà si sono uniti cittadini di tutte le età?
Ecco la loro dichiarazione di principi:

Qui som a l’Acampada de Barcelona? Som gent que hem vingut lliurement i de forma voluntària, que després de la manifestació del 15 de Maig hem decidit seguir estar juntes i junts i ser cada vegada més en la lluita per la dignitat. No representem a cap partit ni associació. Tampoc ningú ens representa. Ens uneix el malestar per unes vides precàries  per les desigualtats, però sobretot ens uneix una vocació de canvi. Estem aquí perquè volem una nova societat que doni prioritat a la vida per sobre dels interessos econòmics i polítics. Ens sentim trepitjats per l’economia capitalista, i ens sentim exclosos del sistema polític actual, que no ens representa. Apostem per una transformació profunda de la societat. I sobretot apostem perquè sigui la pròpia societat la protagonista d’aquest canvi. Creien que estàvem adormits. Que ens podien seguir retallant els drets sense que oposéssim resistència. S’equivocaven: estem lluitant i seguirem lluitant –pacíficament però amb determinació- per la vida que tots i totes mereixem. Hem aprés del Caire, d’Islàndia, de Madrid. Ara toca estendre la lluita i prendre la paraula.

Chi siamo, noi dell’Acampada di Barcellona?

Siamo persone accorse in maniera libera e volontaria che, dopo la manifestazione del 15-M, hanno deciso di continuare a rimanere unite ed essere sempre di più nella lotta per la libertà. Non  rappresentiamo nessun partito o associazione. E non siamo rappresentati da nessuno. Ci unisce il malessere per le vite precarie a causa delle disuguaglianze, pero soprattutto ci unisce una vocazione di cambiamento. Siamo qui perché vogliamo una nuova società che dia priorità alla vita al di sopra degli economisti e dei politici interessati. Ci sentiamo calpestati dall’economia capitalista e ci sentiamo esclusi dal sistema politico attuale, che non ci rappresenta. È  in ballo una trasformazione profonda della società, per la quale lottiamo. E soprattutto lottiamo perché la stessa società sia la protagonista di questo cambio. Credevano che stavamo dormendo. Che potevano continuare a toglierci i nostri diritti senza che opponessimo resistenza. Si sbagliavano. Stiamo lottando,  pacificamente però con determinazione, per la vita che tutti meritiamo. Veniamo dopo Il Cairo, l’Islanda, Madrid. E’ giunto il momento di estendere la lotta e prendere la parola.

E’ significativo il fatto che i barcellonesi, come del resto tutti gli spagnoli, si pongano in linea di  continuità con i fatti del Maghreb e dell’Islanda. E che riconoscano nella lotta al capitalismo e al potere finanziario delle banche un comune denominatore. Così come non si sentano rappresentati dai poteri politici, in questi giorni impegnati in una cruda lotta elettorale e post-elettorale per la  difesa dei propri privilegi. La Spagna ha, infatti, un sistema bipartitico che vede opposti da decenni il PP (Partito Popolare) e il PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo), entrambi con le loro storie di prevaricazioni e corruzioni.
Alla crisi economica che sta affossando la Spagna, la Catalogna vede aggiungersi maggiori imposte  e un tasso altissimo di disoccupazione, che ha creato diffuso malcontento e che ha permesso il  radicarsi di idee xenofobe. Pochi giorni fa, in ambito elettorale, è circolato un video di estrema destra dove uno scenario ‘apocalittico’ vedeva tre giovani musulmane sostituirsi a tre ragazze catalane nel gioco del salto alla corda.

Questo è a grandi linee lo scenario catalano di questi giorni. Gli ‘indignati’ di Plaza Catalunya rivendicano, da un lato, la possibilità di cambiare la costituzione (con fini ben più nobili rispetto ai miseri tentativi nostrani), di restituire al popolo il controllo della propria vita; dall’altro, chiedono alla società un grande sforzo, quello di informarsi e ragionare con la propria testa. Perché, come spiegava in un magistrale intervento l’economista Arcadi Oliveres i Boadella, gli immigrati hanno portato solo ricchezza alle casse catalane, pagando le tasse e dinamizzando il mercato. Perché la coscienza civica permette la coesione contro gli interessi delle banche, come auspica Hessel nel testo, qui andato a ruba, “Indignez-vous”. Sembra che il libro dell’ex partigiano, accompagnato in Spagna dall’introduzione dello scrittore José Luis Sampedro, nonostante alcune ovvietà e semplificazioni, abbia risvegliato nei nostri vicini uno spirito combattivo ed egualitario. I manifestanti hanno programmato di resistere sino a metà giugno. Per ora lo spirito sembra un  pochino infiacchito, forse dal caldo (si perdoni la superficialità atmosferica), forse dallo scemarsi dell’entusiasmo iniziale. Ma uno zoccolo duro continua a lottare e a far sentire la voce. Soprattutto, continua a sensibilizzare, perché nell’informazione libera e disinteressata risiede il nostro futuro e la nostra forza.
A quando il tanto auspicato processo osmotico nelle nostre terre?


[1] Termine di origine turca con il quale gli spagnoli indicano, in maniera più (o meno) dispregiativa, i turisti e gli stranieri installatisi nel loro territorio.

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