Romanzo delinquente

Sugli arresti del quattro maggio a Firenze

di Raffaello Rossi

«ci hanno trattato come banditi, ci hanno accusati di essere degli incontrolados: perché non sottomettiamo il ritmo della nostra vita,che volevamo e vogliamo libera, agli stupidi capricci di qualcuno che si è sentito stupidamente ed orgogliosamente padrone degli uomini per essersi seduto in un ministero o in un comitato;
E i borghesi – ci sono borghesi di vari tipi e in vari posti – tessevano, senza sosta, con i fili della calunnia, la nera leggenda di cui ci hanno gratificato; perché è ai borghesi e solo ai borghesi che han potuto e possono nuocere le nostre attività, le nostre rivolte, e questi desideri pazzamente incontenibili che portiamo nel nostro cuore, di essere liberi, come le aquile sulle più alte vette o come i leoni in mezzo alle foreste»

Frammento tratto da Protesta davanti ai libertari del presente e del futuro sulle capitolazioni del 1937 di un incontrolado della Colonna di Ferro

Firenze è una città che vuole e cerca in tutti i modi di essere tranquilla: sorta di grosso paese, in cui non è difficile incontrare facce conosciute per la strada. Accade specialmente nel centro storico, dove ogni giorno un eterno week-end si consuma, fatto di turisti felici di annodarsi in file interminabili, di commercianti –  quasi dei novelli Giacobbe –  felici di ristorarli in cambio dei loro euro. Sotto l’apparente immobilità dell’eterno scambio commerciale, il brulichio senza fine della folla precaria: cameriere ai tavoli, venditori abusivi, studenti che si pagano le tasse universitarie facendo il mimo sotto i portici degli Uffizzi e altre figure più o meno in basso nella catena di montaggio che riproduce ogni giorno il moto apparentemente perpetuo del terziario diffuso. Come dicevo, in questo acquario dalla superficie pressoché imperturbabile è piuttosto facile incontrarsi, così come basta poco a dare una parvenza di disordine.
Perciò, quando all’alba del 4 maggio 22 persone vengono tratte in arresto, le loro case e le loro famiglie sottoposte a perquisizione, la notizia non mi giunge attraverso i comunque solerti organi d’informazione – sempre attenti ad esaltare le eroiche gesta delle forze dell’ordine – ma vengo a sapere tramite una telefonata che «sembra abbiano preso anche gli amici tuoi». In questi casi è inutile chiamare chicchessia per sapere se sta bene. Ma ci si prova lo stesso: sulla rubrica ho ancora qualche numero (in realtà era un po’ di tempo che non ci sentivamo). Provo a chiamare X … niente, uno squillo e poi riaggancia.
Allora accendo il computer e vado su 
Repubblica.it: sulla colonna di sinistra la giornalista assegnata alla cronaca locale –  spesso si fa vedere durante scioperi, occupazioni e quant’altro abbia a che vedere con la variopinta galassia della sinistra cittadina non istituzionale – ha scritto di «Blitz contro gli anarchici … indagate 78 persone … 22 misure cautelari … Ucigos … servizi segreti interni (Aisi) hanno dato un importante contributo … Fra gli episodi per esempio, i danneggiamenti ai bancomat di istituti di credito fiorentini, il sabotaggio dei sistemi di videosorveglianza della città, ripetuti danneggiamenti di sedi di partiti o di sindacati e di istituzionali [sic] nazionali ed internazionali, l’occupazione abusiva di beni immobili comunali e di enti privati, episodi di violenza contro le forze dell’ordine e infine episodi di interruzione di pubblico servizio concretizzatisi nel blocco prolungato della circolazione ferroviaria e stradale.».
Passa qualche ora, ma sono poche le notizie in più: sotto la sede della polizia scientifica si è radunato un presidio, alcuni colleghi della giornalista aggiungono dettagli: «Ci sono punk, rasta, fricchettoni. Ragazzi e ragazze di estrema sinistra. Alcuni sono i borderline…». Ok basta, mi sono rotto il cazzo.

I particolari sulla vicenda che espongo di seguito sono frutto del dialogo con alcuni dei diretti interessati.
Le riflessioni che vengono fatte sono da considerarsi invece prodotto di impressioni personali e sotto l’esclusiva responsabilità di chi scrive L’accusa è di “associazione a delinquere”, i reati contestati sono stati raccolti dagli inquirenti tra i tipici casi di disordine pubblico in ambito di manifestazioni a carattere politico,  spalmati sulla durata di un anno e usati per riunire in un unico fascicolo una vasta gamma di soggettività, di storie, di vite. Tra i corpi di reato ci sono bandiere, un fascio di bastoni in faggio, degli stencil. Come si vede in La battaglia di Algeri, gli agenti della repressione hanno applicato uno schema piramidale, per cui un nucleo di “menti” avrebbe diretto l’orchestra criminosa: sono i sette direttamente responsabili dell’“associazione”, di cui 5 vengono posti agli arresti domiciliari; il secondo gruppo viene invece identificato come legato al primo nell’azione criminosa, figurando come collaboratore, composto da 17 elementi tra appartenenti a collettivi studenteschi e a centri sociali a cui viene imposto l’obbligo di firma; infine l’ampio spettro dei simpatizzanti o “traviati” dai messaggi provenienti dai piani superiori, con cui il numero complessivo degli indagati giunge a 78. L’ampio numero di persone coinvolte, piuttosto che l’effettiva gravità e importanza dei reati, ha fatto sì che la vicenda travalicasse i confini della stampa locale, per non parlare dei circuiti di
controinformazione più o meno militanti.
Ma si sa, i grandi numeri alla fine non sono che statistiche, perciò tutta questa notorietà  è durata poco più di un giorno. Senza sfumare più di tanto la cosa è sparita così com’era apparsa, sottratta all’attenzione del pubblico pagante, tranquillizzato dalle rassicuranti etichette usate dai giornali, secondo le istruzioni della questura.
La schematizzazione di soggetti contigui in base a rapporti funzionali fa parte di una logica strumentale che struttura i classici romanzi gialli e polizieschi. La riduzione della soggettività a labirinto, inteso come serie di scelte obbligate in cui chi deve scegliere non lo fa più rispondendo a criteri propri, ma a quelli designati dall’architetto, produce le famose “situazioni kafkiane”: la legge si palesa solo nell’atto di punire e da quel momento chi è punito vive interamente immerso dentro la legge. La tua vita, che un istante prima era apertura, possibilità e decisione, viene chiusa in un ruolo che ti costringono a giocare: così la vita dei soggetti coinvolti per come l’hanno vissuta nell’ultimo anno, persino nei loro momenti privati diventa il “caso”. Il carattere politico dell’imputazione aiuta la fantasia poco feconda dei funzionari nell’addossare canovacci a chi non li voleva. Di punto in bianco, sei diventato “il capobanda”, “l’ideologo”, “il saggio”, “il manesco”, o “il pazzo”. Le autorità si prendono la cura di svelare il tuo nome segreto, come un marchio per separarti dalle altre vite, per farti entrare in una narrazione in cui i rapporti di forza sono irrimediabilmente a tuo svantaggio.
Tradizione vuole che fin dai tempi della carboneria la repressione divida piuttosto che unire le persone le une dalle altre e dal resto della comunità. Nella maggior parte dei casi i gruppi politici, etnici o sociali fatti oggetto di repressione poliziesca restano impantanati in primo luogo nel disinteresse comune, poi nella diffidenza reciproca dei diretti interessati, e infine perché no, nella paura di chi vede, comprende e magari anche solidarizza, ma teme in ultima istanza di fare la stessa fine.
Questo caso non ha apparentemente motivo di essere diverso dagli altri: si puniscono comportamenti, parole e gesti giudicati pericolosi per l’ordine costituito, o almeno per chi ha il potere di decidere cosa debba essere, quest’ordine. L’anomalia è però presente in questa fase terminale dell’istruttoria: è una fase lunga, almeno per noi umili mortali, iniziata circa un anno fa e culminante con la celebrazione del processo, che si terrà tra qualche mese. L’anomalia sta nell’accusa stessa e nello strumento dimostrativo privilegiato in quest’occasione:  per un accusa di  “associazione a delinquere a scopo di istigare a delinquere”, il vero corpo del reato pesa  un chilo e mezzo, poco più di un cervello umano: sono  circa 6.000 pagine di intercettazioni registrate, messe su carta bollata, timbrate e vidimate presso gli uffici della questura e del tribunale di Firenze. Devi dimostrare cioè in qualche modo che Pinco Pallino non solo è stato cattivo: è stato addirittura maligno, perché si è stretto in sodalizio con dei suoi simili allo scopo di traviarne altri. Sono le sue conversazioni, contenenti parole come “rivoluzione”, “attivarsi”o “partecipare”, sono loro la principale arma dell’accusa, poiché ogni tipo di associazione procede attraverso il linguaggio verbale.
Le parole, così efficaci, a detta di un personaggio importante in Italia come Saviano, così potenti, capaci di far tremare interi sistemi di potere, ecco che adesso le vediamo rivolte dal potere contro chi certe parole pesanti, brutte per qualcuno, dissonanti, si è voluto prendere la responsabilità di dirle.
Ciò che si vuole realmente dimostrare è che in democrazia un soggetto può essere condannato penalmente da un tribunale della Repubblica in base a delle intenzioni indipendentemente dalla gravità dei capi d’accusa, che questo soggetto può essere carcerato in quanto le sue idee, i suoi ragionamenti e le sue conversazioni sono pericolose. Non si tratta di mettere al bando  idee, culture,  religioni o passioni: ogni cosa sta bene nel suo loculo, ma guai a muoversi. 1 2 3 stella!
Ora, per quel che riguarda i comportamenti o pensieri in quanto tali, non si tratta dar prova di titanismi a buon mercato, schierandosi a difesa del diritto di parlare o scrivere di “rivoluzione”, “autorganizzazione” o “occupazione”. Le parole in questo caso sono uno strumento di dimostrazione della colpa, ma non la colpa stessa. Non sono le parole ad essere punite, ma il pensiero. Il pensiero è punito allorché si manifesta,  colto nella coerenza di parole ed azione.
Chiunque può sentirsi distante da un’ideologia, da un atto, da un gesto o da una frase. Poter assumere una distanza è fatto di libertà, ma le cose cambiano dopo che si è stati immersi nella legge: la distanza a questo punto non è più da frasi, gesti o parole, ma da corpi costretti e da pensieri soffocati. La distanza dal corpo prende il sapore amaro di una perdita che immancabilmente subiamo ogni volta che accettiamo un nuovo divieto, ogni volta che diciamo di no alla vita per paura di un dolore, quando è proprio questo dolore il segno evidente che viene urlato da ciò che è vivo, richiamo e richiesta di aiuto tra i vivi. La distanza dal pensiero ci riguarda sempre, poiché è la distanza dalla nostra capacità di essere coerenti, dalla facoltà di poter decidere anziché limitarsi a scegliere. In altre parole, la facoltà di assumere una distanza, che normalmente sarebbe una libertà prospettica, nel momento in cui la distanza viene imposta dalla legge il fatto di accettarla è la rinuncia a una libertà che è perfino più importante della nostra: perché è la libertà di un altro, una libertà sconosciuta ancora da scoprire.
Per questo si tratta di 
reato di pensiero e non di reato d’opinione: nel nostro paese l’importanza delle opinioni è già depauperata ogni giorno dalla canalizzazione dell’immaginario in scelte come quella tra Berlusconi sì/no, bombardare Gheddafi sì/no, rai1/la7 ecc.. Non verrai mai perseguito per aver espresso un’onesta opinione su ciò che loro giudicano importante, per aver scelto dal menu all’entrata dell’esistenza. È quando vuoi decidere che sei incontrollabile, quando smetti di accettare il piano del discorso che diventi folle e pericoloso.
Non esiste il potere della parola né la parola del potere: esistono parole dette contro il potere e parole usate dal potere. Queste sono parole come “misura cautelare”: comode, morbide, intricate, sono come la corda che serve alle torture. Uno strumento, niente più: deve solo essere facile da impugnare e flessibile all’uso. Le parole dette contro il potere invece non sono strumenti ma luoghi: luoghi abitabili senza bisogno di permessi, affitti, o controlli, un po’ come i campi Rom o le occupazioni degli anarchici. Per questo vanno sgomberate quando si riempiono di ospiti indesiderati. Magari per costruirci sopra un bel padiglione di coccarde e storie sui rivoluzionari di 150 anni fa.
Dal momento che l’oggetto di questo breve racconto non sono le riflessioni astratte di un singolo, ma impressioni destate da fatti riguardanti persone concrete. Il dossier che li raccoglierà non è ancora pervenuto alla sua conclusione, essi sono parte di una storia ancora tutta da scrivere, in cui  i protagonisti non vogliono essere lasciati soli.

Perché tutto ciò non venga seppellito da una marea di ragionamenti astratti, lascio qui come punto di riferimento gli indirizzi dei siti web dei diretti interessati, dove chiunque può aggiornarsi sullo stato delle cose e informarsi per le iniziative di solidarietà:

One Comment Add yours

  1. Raffaello ha detto:

    Segnalo qui di seguito l’appello per i ragazzi arrestati il quattri maggio. Leggete, firmate e diffondete.
    https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/viewform?formkey=dHRyNDgyNHR3YlRKTDNCc21fV3FFWWc6MQ&ifq

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