Sulle vicende del CIE di Santa Maria Capua Vetere

di Claudia Crocco

La storia dell’ex caserma “Ezio Andolfato” inizia il sei aprile scorso, con lo “sbarco dei Mille”: da Lampedusa a Santa Maria Capua Vetere, passando per Napoli, mille tunisini arrivano al Centro di Accoglienza e di Identificazione (CAI), dove sono trattenuti per undici giorni. Da Napoli li accompagnano mediatori culturali di vario tipo, che sono allontanati appena arrivati a Santa Maria.

Fin dall’inizio la situazione è molto diversa da quello che è stato promesso, e le condizioni interne al campo poco dignitose. Si parlava di centoventi tende, ma in realtà ce ne sono sessantaquattro: dunque non otto persone per tenda, come a L’Aquila, ma quindici. In mille devono arrangiarsi con trentasei bagni e dodici docce. Mura alte cinque metri e ricoperte da pezzi di vetro e da filo spinato circondano il campo: su questo dato in particolare si è fatto subito un gran rumore, forse troppo. “L’Andolfato somiglia più ad una prigione che ad un centro di accoglienza”, ha detto qualcuno; e si parla di lager, di condizioni di invivibilità. Scritte di solidarietà agli immigrati e di protesta per il loro stato di ‘permanenza forzata’ iniziano a comparire sulla parte esterna delle mura, come si vede da qui. Ben presto si viene a sapere che un’ulteriore recinzione interna circonda la tendopoli. Oltre a non poter uscire dall’Andolfato, dunque, gli immigrati  non hanno libertà di movimento neanche al suo interno. Diventato sempre più chiaro che lo stato in cui si trovano non ha proprio nulla di accogliente, iniziano a mobilitarsi alcune associazioni locali, fra le quali il Centro Sociale Spartaco e il Comitato Antirazzista Sammaritano (CAS). Chiedono con insistenza di entrare, riescono ad entrare in contatto con i tunisini all’interno e a dare loro alcune cose proibite ‘dentro’: telefonini, sigarette, in qualche caso coperte. Come in molti altri campi italiani (Manduria, Lampedusa etc.), la situazione precipita a metà mese di aprile: qualcuno prova a fuggire, creando il panico in alcuni quartieri della città; altri improvvisano scioperi della fame; si vocifera di trattamenti farmacologici non necessari sui ‘detenuti’, a base di tranquillanti, e di violenze e arbitri da parte della polizia.  La stampa locale ne parla poco: “Forse c’entra il fatto che le elezioni amministrative sono vicine, in molti comuni del casertano; e quindi i giornali locali hanno avuto istruzioni precise sugli argomenti di cui parlare e su quelli di cui tacere”, suggerisce uno dei ragazzi del CAS. Con le elezioni in vista, non conviene a nessuno puntare l’attenzione su quello che sta succedendo nel cuore della provincia. I media nazionali, invece, sono troppo imbrigliati nella “logica dell’emergenza”, con la quale il governo è nuovamente riuscito a trattare  – e a far trattare – il tema dell’immigrazione: per cui la maggior parte dei servizi sono sulle fughe di Manduria, sulla frontiera di Ventimiglia, etc. E intanto la situazione a Santa Maria Capua Vetere precipita.

Si arriva così all’undici aprile. Verso le undici e mezzo di sera, dopo l’ennesimo tentativo di fuga, la polizia fa irruzione nel campo in tenuta antisommossa e comincia a lanciare lacrimogeni sui tunisini, senza distinzioni fra chi stava effettivamente tentando di fuggire e chi tentava di dormire in tenda. Vengono tutti picchiati, qualcuno finisce in ospedale. Ci sono video e foto fatti con cellulari che testimonierebbero le violenze; ma non sono mai stati diffusi per evitare ritorsioni ulteriori su chi era lì dentro. E allora non succede niente: una notte di abusi e violenze rimasti sotto silenzio, ridimensionati e ridotti a  “tentativi di fuga e scontri conseguenti fra polizia e immigrati”. Passano altri giorni: in ritardo, fra il 16 ed il 17 aprile, arrivano i permessi di soggiorno temporanei promessi. Nel giro di ventiquattro ore  i mille sono fuori: la maggior parte è messa su autobus diretti verso altri centri di smistamento, prevalentemente al Nord; ma, in teoria, sono liberi di recarsi in qualsiasi paese che abbia ratificato il trattato di SchengenÈ qui che emerge la prima contraddizione forte: lo Stato italiano riconosce che quella tunisina è una situazione di emergenza umanitaria, per cui decide di accogliere chi scappa da guerra, violenza, instabilità e repressione e di concedere il diritto a circolare liberamente per l’Europa. Allo stesso tempo, ritiene opportuno trattenere queste persone in uno stato paragonabile in toto a quello carcerario,  con palesi violazioni dei diritti umani – innanzitutto, privandole della libertà personale di movimento.

Ma torniamo alle vicende del CAI di Santa Maria Capua Vetere. Pochissimo tempo dopo la ‘liberazione’ dei mille, il 18 aprile, arriva un nuovo gruppo di migranti: sono 220, di nuovo tutti tunisini. Questa volta sono isolati fin dall’inizio: neanche ai mediatori è permesso di salire sugli autobus che li portano da Napoli a Santa Maria; l’accesso al campo è vietato a tutti, anche a chi possiede un pass di autorizzazione della questura. I ragazzi del CAS vorrebbero far entrare degli avvocati, per spiegare ai migranti la loro situazione e per preparare delle domande d’asilo. Fin dall’inizio, infatti, è chiaro che per questi duecentoventi le cose non saranno ‘facili’ come per i precedenti mille: sono arrivati dopo la ‘sanatoria’ del 5 aprile fatta dal governo Berlusconi, e il loro destino sembra essere inevitabilmente quello dell’espulsione. Nulla è veramente cambiato in Tunisia, tra il 5 e il 18 aprile, e migliaia di persone continuano a fuggire: ma formalmente l’Italia non riconosce più alcuna emergenza, e considera clandestini illegali tutti i nuovi arrivati.

Dopo due giorni di trattativa, il 20 aprile, finalmente gli avvocati sono fatti entrare, e con loro le duecentoventi richieste di protezione internazionale già pronte da firmare. Intanto, però, succedono varie cose: moltissimi tentativi di fuga, uno dei quali termina con il ricovero di un tunisino in un ospedale della provincia (ma se ne perdono le tracce; i gestori del campo rifiutano di rivelare dove sia stato ricoverato); alcune ‘retate’ random, con le quali diciotto persone sono trasferite arbitrariamente e coattamente in altri CIE (senza riguardo per i legami familiari fra gli ospiti del campo); le associazioni sammaritane preparano un esposto alla procura della Repubblica per illegittima detenzione. Infine, il 21 aprile arriva la notizia più importante di tutte: un’ordinanza del Presidente del Consiglio Berlusconi (opcm 39/35 del 21 aprile 2011) stabilisce che le strutture di accoglienza per immigrati di Santa Maria Capua Vetere è diventata un CIE, ossia un Centro di Identificazione e di Espulsione.  Per questo motivo non potrà più entrarvi nessuno: né gli avvocati, né i membri di associazioni umanitarie o altri mediatori culturali.  La notizia è accolta con nuove dimostrazioni di rivolta pacifica da parte dei tunisini, e con tentativi di fuga; ancora una volta la polizia risponde con il lancio di lacrimogeni. Intanto, subito fuori dal campo,il CSA e le altre associazioni di sinistra organizzano un sit-in di protesta. È a questo punto che si verifica la parte più ‘giuridicamente’ assurda e discutibile della vicenda.

In casi come quello dell’Andolfato, la legge prevede un iter ben preciso: nel momento in cui il centro viene considerato giuridicamente un CIE, verso gli immigrati ospitati al suo interno scatta l’ordinanza (prefettizia) di espulsione con accompagnamento coatto alla frontiera. A questa fa seguito un’ordinanza questorile di trattenimento (cioè di un vero e proprio stato detentivo, limitativo della libertà personale) fino ad espulsione avvenuta: ma il provvedimento del questore deve necessariamente essere convalidato da un Giudice di Pace entro quarantotto ore per avere validità, secondo quanto previsto dalla Costituzione e dal Testo unico sull’immigrazione (d. Lgs.  N. 286/1998). Ai duecentoventi tunisini di Santa Maria sono stati notificati sia l’espulsione che il trattenimento il 21 aprile, lo stesso giorno in cui l’ex caserma è stata convertita in CIE. Il 23 aprile i due giudici Capone e Della Valle hanno iniziato le udienze di convalida: cioè entro quarantottore dalla prima notifica, certo, ma molto dopo il 18 aprile, data di arrivo dei tunisini al centro e di effettivo inizio della loro detenzione a Santa Maria Capua Vetere. Teoricamente, quindi, per la legge italiana era trascorso già troppo tempo fra l’inizio del trattenimento e la sua convalida. Come spiegato qui, però, casualmente proprio il 23 aprile la Croce Rossa, fin dall’inizio protagonista della gestione del campo, ha diffuso la notizia che i tunisini avevano firmato un foglio in cui dichiaravano di accettare quella ‘sistemazione’. La loro permanenza all’Andolfato dal 18 al 21, dunque, sarebbe stata volontaria e non coatta: ufficialmente sarebbero stati liberi di muoversi e di lasciare la città ed il centro in qualsiasi momento. Ovviamente non si tratta di altro che di un pretenzioso escamotage: se davvero i tunisini fossero stati liberi, che bisogno avrebbero avuto di fuggire scavalcando mura alte cinque metri e rompendosi gambe e braccia? E perché la polizia sarebbe intervenuta con lacrimogeni e pestaggi, se non era per impedire queste fughe? Per quale motivo, poi, sarebbero stati ostacolati i loro contatti con l’esterno, di qualsiasi tipo, impedendo l’ingresso al campo non solo a membri di associazione umanitarie, ma anche ad avvocati e a deputati? Inoltre, alcuni degli immigrati hanno rivelato di essere stati indotti a firmare con un inganno: i membri della Croce Rossa, al loro arrivo, avevano mostrato scarpe, coperte e detergenti di vario tipo; promettendo di distribuirli immediatamente, se avessero firmato per accettarli. In questo modo una parte dei tunisini avrebbe firmato senza neanche leggere il documento. Altri del gruppo arrivato il 18 aprile sostengono di non aver mai firmato nulla.

In entrambi i casi, è impossibile ritenere che i circa duecento ospiti del centro, pronti a depositare in questura una deposizione per chiedere asilo, e dunque a dichiarare di non poter tornare in Tunisia perché minacciati di morte, fossero rimasti all’Andolfato volontariamente per undici giorni, in uno stato di detenzione e di maltrattamento palese. Ma la questione maggiore, il problema più serio che emerge da questa vicenda, non è solo un vizio di forma nell’iter legislativo  seguito – che, pure, certamente c’è e va denunciato. Il vero problema è che la stessa istituzione del CIE è inaccettabile: una struttura dove uomini e donne che fuggono dalla guerra e dalla violenza sono rinchiusi a tempo indeterminato (in teoria il massimo periodo di detenzione è di sei mesi).

“Quello di Santa Maria Capua Vetere è uno dei peggiori d’Italia”, secondo Enrico Civello, membro del CAS. “Le infrastrutture interne sono inadeguate: un CIE, per legge, non può essere una tendopoli. E poi è l’unico con mura perimetrali sia interne che esterne, l’unico dove siano stati testimoniati arbritri forti da parte delle forze dell’ordine, e violazioni dei diritti umani palesi. Però è quel CIE che Maroni tanto auspicava per la Campania… Sarebbe stato diverso se avessero trasformato l’Andolfato in un CARA (Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo); ma, evidentemente, l’accoglienza non rientra negli obiettivi del governo..”.

La vicenda di Santa Maria Capua Vetere non è un caso isolato, bensì una testimonianza e un esempio, innanzitutto, dell’inadeguatezza e dell’assurdità della legislazione italiana – e non solo – in materia di immigrazione.  C’è una vacatio legis, un cortocircuito insostenibile, per cui persone non ritenute neanche formalmente colpevoli di alcun reato, all’interno di un Paese che ha ratificato al convenzione di Ginevra, sono private della libertà personale e detenute.  Una società civile ed autenticamente democratica non può permettere che questo continui ad accadere, e che in nome delle frontiere siano calpestati i diritti umani.

Per questo motivo sosteniamo la petizione per la chiusura del CIE di Santa Maria Capua Vetere.

NB: Noi di 404 siamo andati di persona a SMCV, davanti all’Andolfato. Abbiamo raccolto del materiale fotografico, che ci è stato sottratto dalla polizia che sorvegliava il campo. La motivazione ufficiale è che non si possono fare foto ad obiettivi militari – in realtà, però, le foto riguardavano soltanto le mura esterne, le scritte e gli striscioni.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Franco Marzoli ha detto:

    Considero valido e interessante il contributo di Claudia Crocco per due ragioni. La prima rileva l’opportunità che un tema così importante quale quello dell’immigrazione venga adeguatamente trattato anche su 404, la seconda è perche Claudia tende a riferire qualcosa di cui è stata testimone.
    Un’altra caratteristica di questo scritto è che si tratta di un ‘reportage ‘ militante’ o, se preferite, ‘di parte’. Di per sè la cosa non è nè positiva nè negativa. Dipende, evidentemente dai punti di vista. Se lo si esamina infatti in una logica ‘giornalistica’ la visione ‘di parte’ risulta meno ammissibile. L’autrice infatti non ci spiega i motivi che stanno dietro alle decisioni prese dalle autorità, nè provvede ad intervistare soggetti che le approvano, nè tantomeno soggetti (che penso non manchino anche al sud) con atteggiamenti xenofobi o razzisti. Da ultimo non accenna a come, a suo parere, dovrebbe essere affrontato il complesso tema dell’immigrazione.
    Ed è anche su questi temi che penso sia importante iniziare una franca discussione.

  2. Claudia ha detto:

    Caro Franco, grazie mille per il commento.
    L’articolo non pretende di essere esaustivo: né sul CIE di SMCV, né sul tema dell’immigrazione in generale. Hai ragione, sarebbe urgente e necessario affrontare riflessioni riguardanti le politiche sull’immigrazione oggi.
    Nello spazio che avevo, cioè poco, io ho tentato di fare un’altra cosa: volevo fornire qualche dato su una situazione relativamente poco conosciuta (sono stati pubblicati molti articoli sull’Andolfato soltanto negli ultimi due giorni; prima se ne sapeva pochissimo, e solo spulciando la stampa locale); e allo stesso tempo inserirvi un minimo di spunto per la riflessione. Non volevo essere bipartisan, politically correct o quello che vuoi.. Non volevo neanche essere una giornalista scrupolosa, che presenta la situazione da entrambi i punti di vista. Ho orientato le informazioni presentate , anche linguisticamente, dal punto di vista che ritengo più giusto: cioè quello per cui un trattamento come quello riservato nel CIE di SMCV agli immigrati è una violazione dei diritti umani intollerabile, di fronte alla quale le frontiere assurdità, di fronte alla quale non possiamo rimanere fermi a guardare.
    Se me lo chiedi direttamente, la mia opinione personale è che le frontiere siano un privilegio feudale che andrebbe gradualmente eliminato; e , in questo caso specifico (Libia-Tunisia- Italia- Francia- rivoluzioni- Mediterraneo), la legge italiana è un’indecenza, i blocchi francesi altrettanto.. e sarebbe bello se l’Europa si attivasse con delle politiche comunitarie di accoglimento e di assorbimento degli immigrati. Detto ciò, spero di leggere presto articoli al riguardo scritti con più competenza della mia – e ce ne sono già, ce ne sono.

    Per quanto riguarda il razzismo e l’opinione pubblica: ovviamente anche nella mia città è dilagante, o quanto meno se ne trova un bel po’.. e sì, sono stata testimone anche di frasi che mi vergogno a ripetere.

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