Le rivolte arabe: Esodo, Storia e Complessità

di Bruno Pepe Russo

L’urgenza di narrare, riconnettere, interpretare, segmentare ed allocare questo oggetto storico dai confini per ora così labili (dove finisce? Temporalmente, geograficamente, diastraticamente? Con la Libia? Prende anche lo Yemen? Accoglie le transizioni democratiche oppure esse vanno a intendersi come riterritorializzazioni dell’eccedenza rivoluzionaria nel potere? E ora il possibile sbocco militare in Siria? E tutte le differenze fra i moti partiti nell’entroterra e le loro propaggini metropolitane?), dicevo, questa urgenza, singolarmente, sembra accomunare l’accademia alla stampa mainstream, la diplomazia agli analisti dell’establishment politico occidentale.
Prima ancora della definizione dell’oggetto storico (definizione che se pur si tentasse di dare – e io lo farei – è certamente in divenire, visto che fronti sono aperti in molti paesi e che ogni contesto pare caratterizzato da elementi geopolitici e storici così diversi), prima ancora di un dibattito sulle categorie con cui formare l’oggetto del discorso e provare ad astrarre, è necessario dire che questa urgenza, che sembra stabile e trasversale, pare riconducibile prima di tutto alla Voce (intesa come postura) di un Occidente che proprio nella sua incapacità di prevedere i main events, gli snodi degli ultimi decenni (crisi economica, rivolte arabe, pluricentrismo geopolitico) non può che scorgere l’incapacità che ha avuto nel governarli, e quindi, la propria perdita di centralità. Occidente inteso non solo come potere e gotha capital-politico, ma anche come cultura, geografia diffusa del pensiero e dell’azione.

Questo mi pare un buon primo punto da cui partire: a fronte di un quadro che dalle piazze attraversa in divenire regimi politici, rapporti e strutture economiche, che attraversa uno stato in corruzione ma dai tratti quasi europei come la Tunisia, sfocia e mette in gioco le grandi partite del mercato energetico globale in Libia e finisce per lambire i rapporti di forza fra islamismo wahabita e proamericano e ingerenza sciita/iraniana nel medioriente, a fronte di una composizione sociale che vede la nuova generazione cognitiva, di universitari precari, essere al centro delle mobilitazioni ma al contempo i militari essere praticamente decisivi in ogni contesto di scontro, si tende a porre invece un’istanza analitica orizzontale.

Le teleologie della liberazione (la democrazia li/ci salverà) o della perdizione fanatista islamica (al-Qa’ida  ghosts) sono tese a irregimentare non solo la comunicazione e l’immaginario che dalle rivolte può liberarsi verso un’Europa e un Mediterraneo ugualmente precari, sotto i colpi della crisi economica (e del modello di sviluppo che l’ha prodotta), ma per converso anche a irretire tutti quei nuovi contenuti, anticapitalisti come moltitudinari e “futuranti”, che pure sembrano immanenti alle pratiche liberatesi in Maghreb e Mashreq fra gennaio e oggi.
Chi nel mondo della ricerca come della politica può e sceglie di non schierarsi con questa composita ma a tratti unitaria ansia di riconduzione a sé, scorge le rivolte con un piglio diverso. Non chiudendosi nell’attesa, sia chiaro, perché ciò che non si inserisce in una lunga durata o macronarrazione non deve essere mai essere sbrigativamente bollato come ‘nomade’ o autoprodottosi (tutto viene da qualche parte e diviene in un altrove) ma semplicemente va inteso e ricevuto come qualcosa che scardina la legittimità e la fondazione di un metodo di indagine e della macrostoria che ne segue l’applicazione, e quindi spinge a fare quel ritorno critico al fenomeno, cioè al nodo costitutivo di ogni pratica scientifica.

La storia, persino nella nota boutade, “insegna” e non va insegnata. Assumere questa direzionalità, cioè dalla storia alla teoria e non sempre e unitariamente viceversa, è postura sicuramente fruttuosa.
Linee di permanenza e continuità, di per sé, sussistono sempre fra fenomeni a stretta vicinanza diacronica e diatopica (e faccio riferimento, per esempio, alla tesi sostenuta da Niccolò Serri su questo blog, con il suo articolo sulla continuità delle rivolte con i fenomeni di decolonizzazione), si tratti di politica come di letteratura: ma è la selezione e la messa in rilievo, la pertinenze e la pervasività di alcune piuttosto che di altre, a costruire e ad accreditare la teoria, la modalità con cui si forma il campione di eventi e di esempi, la pregnanza dei dispositivi indicati. Le continuità e gli elementi individuati potranno allora servire ad allestire un’analisi, proporre un discorso e una rappresentazione efficace, feconda. O meno.

Quindi, parliamone. Descriviamo le cose che sono successe. Analisi, rappresentazione e storiografia, dovrebbero venire dopo.
La sensazione per ora è che si sia fatta una buona analisi dell’instant zero delle rivolte nordafricane: quello, essenzialmente, che parte dal suicidio di Mohamed Bouazizi in Tunisia e che arriva fino all’avvenuto dégagement di Mubarak in Egitto.
Cosa è successo? Negli ultimi anni un insieme di vertenze economiche e sociali  ha liberato e fatto emergere una composizione rivoluzionaria variegata, ma chiara nel suo riferirsi a  uno snodo storico tutto attuale: la questione generazionale, orizzontale e mediterranea, scoperchiata dalla crisi economica, esprime una composizione sociale istruita, consapevole e interconnessa, figlia della scolarizzazione di massa e padrone di coscienza e mezzi di emancipazione, esclusa dai processi politici e produttivi, oltre che dal mondo del lavoro. Essa reclama uno spazio, un diritto al futuro. In questo senso va inteso il richiamo continuo alla “corruzione” dei rais: non l’accusa grillina del magna magna, ma l’idea che queste strutture di potere, che pure hanno gestito per decenni due stati così significativi del mediterraneo (non immaginiamo i rais -italici e nordafricani- come si trattasse degli Shah di Persia, pena un orientalismo dal potenziale anestetizzante), abbiano definitivamente finito per ripiegarsi su se stesse, nella conservazione e nell’incapacità di rispondere alle domande di cambiamento, irretiti dai loro referenti internazionali e dall’ipertrofia ingestibile dell’organizzazione fascista interna.

E sempre a partire da questa ricognizione, la questione web 2.0/social network è ben più che ricca della pasta per i columnists dei giornali europei: è la rivendicazione, attraverso l’universalità del mezzo, di una forma di internazionalismo generazionale. Il campo di facebook è quello della rete, dell’abbattimento dei confini e degli steccati, del potere militarizzato della distanza contro l’instant revolution delle informazioni e della coscienza di sé.
Le contraddizioni socioeconomiche affogavano poi nelle diversità territoriali, nella grande questione delle “periferie” e delle “province” del potere e delle metropoli: trattate alla stregua di appendici prefettizie, i sud di Egitto e Tunisia, lontani dai bacini amministrativi e turistici, sono colonie nelle colonie, in cui l’insufficienza delle politiche di welfare e sviluppo diventa abbandono e presidio militare.
In ultima analisi, come ultima sfera del potere, la dinamica della governance globale, che in questi territori si dà nelle forme dei lager delle coste, nelle azioni di polizia antimigratorie
L’idea di decolonizzazione, epistemologicamente, presuppone ancora quella di imperialismo: nozione che a me pare, con Negri, del tutto insufficiente per parlare dei rapporti e delle dinamiche di potere, anche a livello geopolitico.
Invece, un lavoro di “lunga durata” (diatopica ancor più che diacronica) dovrebbe partire dall’intuizione che oggi si esperisca una crisi profonda nei legami fra governance mondiale e modello di sviluppo dominanti: lungi dal pensare che decenni di vita di tunisini ed egiziani si possano ridurre all’assiologia fra colonizzati e autodeterminati, bisogna prendere l’analisi delle dinamiche complesse fra potere e sviluppo che sono immanenti alle diverse zone del corpus (che ha la dimensione geografica e diastratica in più del cursus) storico: in questo senso, Tunisia ed Egitto vivono una crisi non dissimile dalla nostra: le province meridionali in via di prefettizzazione non sono così diverse dalle nostre Terzigno, e non a caso la composizione sociale che si ribella è ugualmente fatta da un sorta di civismo che si fa rivoluzionario: madri, disoccupati, figli di migranti (e su questo si veda il caso, tutto particolare, della composizione della forza lavoro in Libia)

Su questi entanglements (termine della fisica che definisce le “inaspettate” vie preferenziali che uniscono luoghi dello spaziotempo) bisognerebbe produrre analisi: sui 10.000 laureati annui in filosofia che produce la Tunisia e che scendono in piazza a reclamare un futuro.
I rais non sono figli di se stessi, vivono in un sistema di determinazioni storiche che li surcodifica e che attraverso di loro e i loro meccanismi di controllo agisce sul corpo sociale le strategie e i sistemi del potere caratteristici di un tempo e delle forme che la sopraffazione assume.
Per questo motivo non c’è e non ci può essere decolonizzazione, perché salta la dinamica di colonizzati e colonizzanti se è una stessa dinamica di costruzione del potere e del capitale a saltare nelle vertenze europee e nordafricane, se sono le dinamiche della composizione sociale nella crisi (intesa come tempo, non come fenomeno economico) a muovere questi divenire storici.
Le due sponde del mediterraneo non sono mai state così vicine, in questo senso. E in questo senso, va contestata l’idea che queste rivolte, anche quelle Tunisine e Egiziane, che pure paiono più strettamente accomunabili, possano essere ridotte all’ideologia del “timing” della democrazia, all’idea che, dalla decolonizzazione, si inneschi, fuori dall’occidente, quella stessa linearità (più o meno ostacolata dalle forme dittatoriali), che conduce alla “fine della storia”, ad un melange di democrazia rappresentativa, welfare state, differenziazione produttiva e partecipazione più o meno significativa al barnum della governance globale
L’oggettivismo storico, come ideologia, e teorie come quelle delle fasi dello sviluppo (Rostow) o come quelle di Fukuyama, nella crisi come nella nuova ricognizione sociale che facciamo attraverso le nuove ondate di moti sociali, rappresentano esattamente quelle teleologie che mirano a irretire il contemporaneo e che la storia stessa sta facendo saltare.
Dopo l’instant zero un’onda lunga, un flusso di narrazioni e identità si libera a partire dai Ben-Ali/Mubarak dégage: uno spettro? Un campo?

L’instabilità e la complessità del mondo nordafricano e arabo chiaramente non prevedono solo questi dispositivi di determinazione storica che ho sopra brevemente accennato. Tante altre partite si giocano nell’area: quella energetica, soprattutto in Libia, e quella più marcatamente geopolitica dell’area “cosiddetta” mediorientale.
Io penso essenzialmente che quando dei divenire lambiscono delle stabilità strutturali decennali, siano esse equilibri regionali come conflitti culturali, gli eventi inglobano, vengono sussunti da altri soggetti e in altri dispositivi.Lo spazio delle rivolte del Maghreb e del Masrheq, le traiettorie di esodo che erano partite dai nodi di potere e soggettivazione che descrivevo prima, e che avevano attraversato quei due paesi astraendosi e facendosi lotte per la democrazia e per la trasparenza, ha prodotto e produce, dandosi come potere costituente, un campo  aperto di rivolta e cambiamento. Questo spazio/flusso, insieme di desideri, immaginari, determinazioni, chiaramente, quando si testualizza fuori dai territori che direttamente hanno prodotto quelle linee di soggettivazione e di percorso rivoluzionario, può essere sussunto, attraversato, da forze molto eterogenee, che corrispondono ad altre situazioni e complessità storiche, non per forze parallele e speculari alle prime.
Così come probabilmente in tutti i paesi, dalla Siria fino ai primi momenti libici, si sono date e si danno rivendicazioni a partire dalla soggettivazione generazionale/precaria/periferica a cui si accennava prima, lo spazio apertosi però viene riattraversato, riutilizzato, anche da altri soggetti, altre composizioni che, a partire dalle dinamiche storiche e di potere in cui trovano a confliggere, hanno interesse o necessità ad enunciarsi dentro lo spazio aperto dal divenire-rivoluzionario.
Così, l’ormai evidente guerra civile libica si determina e si spiega a partire da dispositivi di tipo geopolitico (la questione energetica, che nel post-Fukushima registra la nuova corsa al greggio da parte di una sfrangiata e chiassosa Europa) e di sostituzioni di élites politiche che sembrano tutto fuorché rivendicare discontinuità rispetto ad alcune delle peggiori scelte gheddafiane (e si veda il presidente del consiglio nazionale degli insorti e le sue incredibili dichiarazioni sui lager costieri). Il divenire rivoluzionario, i percorsi di soggettivazione che avevano costruito una critica al potere di Gheddafi, e che si riconnettevano al profilo moltitudinario che ha caratterizzato quest’istant zero sopra descritto, sembrano oggi in Libia una sorta di parergon: sono la forza, la spinta che tiene ciò che accade all’interno della narrazione della rivolta nordafricana, ma sono diventati in realtà minoritari nella partita storica che ormai si gioca sul territorio, se addirittura i “ribelli” arrivano a chiedere l’invio di truppe di terra americane.
Così come, pur enunciandosi nel discorso rivoluzionario, nella narrazione del “risveglio arabo”, un’al-Qa’ida sempre più ai minimi storici, vista l’avanzata, di immaginario e di potere, delle cellule sciite di Ahmadinejad in giro per il medioriente, e per la perdita di centralità del loro primo nemico(/primo alleato), cioè il nucleo diplomatico-petrolifero americano, si inserisce nel divenire rivoluzionario, lo ritestualizza nel contesto yemenita cercando di marginalizzare, soprattutto nelle periferie, le spinte della composizione generazionale e precaria, che pure lì si danno, e pur restando nel quadro costituente della rivoluzione, egemonizzano via via con contenuti e poteri il flusso d’opposizione, finendo (ma qui siamo nel quadro delle supposizioni) per fomentare quello stesso clima di redde rationem interno al mondo islamista che è arrivato alla testa di Vittorio Arrigoni.

La complessità di dinamiche nell’area araba è tale e tanta che coinvolge migliaia di fattori. Questo risveglio straordinario che profuma anche di un nuovo internazionalismo (se gli studenti italiani incontreranno quelli tunisini in quel di Roma nel meeting lanciato da Unicommon, il 12 e 13 maggio) legittimamente ci fa auspicare cambiamento e futuro, proprio a partire dalle pratiche e dai discorsi che la composizione di piazza Tahir come delle prime due Qasbah tunisine, ha messo in scena.
Ciò che poi si è innescato è però, ripeto, un campo aperto, un flusso che ha messo in crisi delle stabilità strutturali dei sistemi, determinando il fatto che tutti gli attori che contribuivano ad equilibrarle, siano stati costretti a reinventarsi, a riattualizzarsi nel rivoluzionario, spesso intuendolo come opportunità. Fra questi attori figurano gli islamisti come i potentati europei (e talvolta, perfino studiosi e commentatori).
Questa grande orizzontalità fenomenica vive di dispositivi complessi, di intrecci e di deviazioni. Quando, oggi come a maggiore distanza temporale, ci troveremo a formare e dare nomi a oggetti storici, per ragioni di maneggevolezza, non sarà per nulla detto che ciò che abbiamo osservato in Tunisia e ciò che progressivamente succederà in Libia, possano far parte dello stesso gruppo di eventi, che abbiano insomma, come fenomeni, una continuità “molecolare” che giustifichi un’unificazione sotto lo stesso nome (sia esso “rivolte arabe” oppure qualche cosa di più giornalistico).

L’histoire événementielle è dunque proprio, prima di tutto, nella presunta e precoce unità che si dà a tutti questi processi che si sono aperti e all’insieme della loro fenomenologia. Anche se fossero legati in complessi nessi di causalità, in termini di quadro storico (crisi dell’Occidente, nuova composizione generazionale), e di diffusione del flusso desiderante (funzione mediatica etc.), già oggi paiono esprimersi, nel loro darsi territoriale, nello sviluppo dei dispositivi e dei rapporti fra gli attori nelle diverse aree, come fenomeni significativamente diversi e differenziati.
Su questo sì, i dubbi di Niccolò Serri su una histoire événementielle li condivido e li sottoscrivo.

Dal 7 al 12 aprile ho partecipato alla carovana “Uniti per la libertà” in Tunisia, organizzata da Unicommon e Ya Basta. Informazioni, immagini, narrazioni ed analisi le trovate su www.globalproject.info

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