Le rivoluzioni arabe e la Lunga durata

di Niccolò Serri


Pubblicato poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, il libro di Fernand Braudel, Civiltà e imperi nell’età di Filippo II, rappresenta un ottimo punto di partenza metodologico per un’analisi delle attuali rivolte arabe che vada oltre la contingenza di una histoire événementielle. Sulla scorta dello storico francese, la comprensione degli attuali fermenti nordafricani e mediorientali deve  procedere astraendo da una prospettiva troppo legata all’incalzare degli eventi politici per riguadagnare, invece, la longue durée come categoria non solo dell’analisi storica ma, soprattutto, della contemporaneità.

Molte delle analisi che, fino ad adesso, sono state prodotte sul tema, hanno presentato gli attuali riots arabi come rivoluzioni dirette alla decostruzione dell’ordine politico-economico postcoloniale, segnato dalla rivoluzione Nasseriana del 1952 e incarnatosi nel nuovo ordine del Socialismo panarabista dei vari partiti Ba’ath. La stessa Jamahiriyya – l’appellativo con cui Mu’ammar Gheddafi, dopo la presa del potere, volle ribattezzare la Libia, sottolineandone l’afflato popolare e socialista – è stata investita da una vera e propria guerra civile.

Se la virulenza di questi scontri sembra sottolineare una radicale rottura dello status quo ante, deve essere tuttavia sottolineato come anche gli attuali fenomeni di opposizione al caudillismo e populismo dei vari Rais rientrino all’interno di una linea di sviluppo storico che ha attraversato il mondo arabo lungo tutto il Novecento, affondando le proprie radici nella lotta all’imperialismo formale dell’Occidente. In una categoria ampia di Rivoluzione Araba, che risalga fino al XIX secolo e che abbia come proprio architrave interpretativo la lotta contro le strutture di dominio e potere che sono di ostacolo ad un pieno sviluppo dell’area mediorientale, possiamo ricomprendere gran parte della parabola araba dell’ultimo secolo. Vi rientrano in questo senso tanto l’esperienza di Nasser nei primi anni cinquanta, quanto il secondo afflato del repubblicanesimo arabo negli anni settanta, segnato dalla rivoluzione iraniana contro Reza Pahlavi, fino a giungere alle attuali rivolte che stanno agitando l’area circumediterranea.

L’immaginario panarabo della decolonizzazione si concentrò sulla risposta a problemi che avevano una radice esterna: l’imperialismo delle potenze europee e la minaccia israeliana. Al contrario l’ondata rivoluzionaria odierna è legata alla risoluzione di problemi di matrice interna, come la carenza di possibilità d’impiego e di rappresentanza democratica. Nonostante queste differenze, tuttavia, l’ethos sottostante a tutte le grandi rivoluzioni arabe della seconda metà del XX secolo si è sempre basato sulla credenza che l’ordine esistente fosse egemonizzato da élites che avevano assunto il controllo del potere statale per perseguire interessi particolaristici. Alla luce di questo paradigma la storia mediorientale dell’ultimo cinquantennio può essere interpretata secondo una dialettica di affermazione delle forze progressiste e di un loro riflusso dittatoriale che ha creato le premesse per una nuova insorgenza di forze rivoluzionarie legate a rivendicazione politiche ed economiche.

Il colpo di stato egiziano del 23 luglio 1952 aveva come obiettivi la detronizzazione del re Farouk e la sottrazione dell’Egitto alla sfera di sfruttamento occidentale. L’apertura democratica tuttavia non fu in grado di concretizzarsi. La necessità di fronteggiare la minaccia israeliana e occidentale portò all’ipertrofia dell’apparato miliare e ad un suo eccessivo peso specifico nell’arena politica. La repressione delle dissidenze di fronte ad un socialismo imposto per decreto presidenziale e l’impianto coercitivo dello stato andarono crescendo, cristallizzandosi poi sotto Al Sadat e Mubarak in un sistema dittatoriale a partito unico. Analoga evoluzione conobbe la Siria del presidente Hafiz Al Assad, al potere dal 1970, la cui operà di governo svuotò progressivamente il partito Ba’ath delle sua istanze socialisteggianti, irregimentando allo stesso tempo la nazione in uno stato d’emergenza perpetuo. Le persone che hanno riempito piazza Tahrir e hanno sfilato per le vie di Damasco sono ora a rivendicare una ripresa della modernizzazione progressista, interrota e rifluita in un accentramento dittatoriale. Sono le stesse istanze che nei precedenti rivolgimenti politici del mondo arabo non hanno trovato sfogo ad essere ora al centro delle rivendicazioni. La questione di una più ampia partecipazione femminile al mondo della politica si affianca alla ripresa di quella grass-roots level political partecipation che L.S. Stravrianos ha indicato come principale carenza del nasserismo.

Un analogo discorso, che tenda a ridimensionare la radicalità della soluzione di continuità degli eventi attuali, può essere portato sul piano economico. Durante tutta l’era postcoloniale, il mondo arabo non ha mai sperimentato una seria diversificazione economica e raramente le ricche risorse fossili sono state usate per instradare i paesi sulla via di uno sviluppo economico socialmente bilanciato. Invece di trasformarsi in motore di progresso, i “Petrodollari” sono andati ad alimentare la surriscaldata macchina del consumismo neoliberista di marca occidentale. Accanto agli Emirati Arabi, tanto nell’Egitto di Mubarak, quanto nella Libia di Gheddafi a partire dagli anni Novanta, al regime di nazionalizzazione della gestione delle risorse economiche ha fatto seguito un’asimmetrica apertura al mercato. Il controllo delle leve dell’economia è cosi passato sotto il dominio di un haute bourgeoisie collusa al regime politico e attraversata da un forte clientelismo. Al ribasso dei salari reali per molti lavoratori ha corrisposto l’aumento delle rendite a vantaggio una ristretta élite. Di fronte alle sperequazioni e ai ritardi dell’ingranaggio economico, le rivolte che stanno scuotendo il mondo arabo hanno cosi accompagnato, all’istanza più direttamente politica, la chiara coscienza della necessità di socializzare i frutti dello sviluppo economico, redistribuendo in maniera più equanime i capitali derivanti dalle rendite e utilizzandoli come propulsore per l’attività economica domestica.

La crisi che adesso attraversa Medioriente e Nordafrica non è cosi solo l’inaugurazione di una nuova fase della storia di queste regioni, ma il necessario corollario storico dell’incompletezza di molti processi rivoluzionari innescatisi nell’immediato dopoguerra e nella lotta dei popoli per liberarsi dai vincoli dell’imperialismo occidentale. Non si vuole qui accennare ad una continuità ideologica fra le precedenti rivoluzioni arabe e l’attuale; l’intento è piuttosto quello di sottolineare come, ricompresi in una categoria di lunga durata appunto, gli odierni fermenti non rappresentino che  l’onda lunga di processi che hanno attraversato sistemicamente il mondo arabo lungo tutto il secolo precedente.

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