Stanare gli sceneggiatori

di Marco Meneghelli

Finiamola con i giri di parole e con le false parresie. Il mio articolo sarà intenzionalmente polemico. Ho formazione semiotica. Mi sono formato sui testi dei grandi semiotici da Peirce a Eco. Questa formazione mi ha portato a una convinzione abbastanza definitiva. La semiotica deve essere una critica delle narrazioni dominanti. L’unico senso vero che può avere oggi la semiotica, almeno a livello di critica della cultura, molto più forte di quello barthesiano di critica dell’ideologia, è la serrata analisi critica delle narrazioni dominanti, delle storie che quotidiamente ci raccontano.  In Italia tale vera critica ha lo scopo principale di stanare gli sceneggiatori. Di smascherare, come già faceva Nietzsche, la narrazione del potere (e del contropotere).

Oggi in Italia la narrazione del potere e del contropotere sono ahimé quasi un’unica narrazione. Per quanto facciano discorsi diversissimi e in buona misura antitetici, per fare un esempio abbastanza paradigmatico, i discorsi di Signorini e di Saviano, parlo per paradossi, appartengono ad un’unica narrazione. Saviano dice cose diversissime da Signorini e si assume responsabilità e rischi affatto diversi, ma è pur sempre, almeno ad oggi, autore che narra in prima persona storie di contropotere lavorando per il potere. Tutti gli autori Mondadori più o meno sono presi in questa unica narrazione. Per non parlare di Endemol. La metafora di tutto ciò è Matrix o, meglio ancora, la Piovra. Di cui non si vuole o non si può tagliare i tentacoli.

Siamo tutti presi in questa immensa narrazione, che ci piaccia o no, e gli sceneggiatori, come nel romanzo orwelliano, a scrivere la storia presente, a scrivere il presente. Magari qualche sceneggiatore è anche pubblicamente uno scrittore, magari affermato.  A narrare storie non c’è nulla di male, neanche per mantenere il potere.

Ma ci sono almeno due ordini di problemi: le storie narrate sono sempre più stupide e inverosimili. Sono poi brutalmente copiate e reinterpretate, ciò è del tutto evidente. Sarebbe interessante, allo scopo di stanare gli sceneggiatori, andare a vedere tutti i sottotesti e le isotopie della narrazione del potere. Ci sono due ordini principali di sottotesti: la matrice paranoico-distopica di Orwell-Dick- The Prisoner. E la matrice stupida, ma stupida stupida non stupida intelligente (tipo Stanlio e Ollio) di Russ MeyerMarilyn Monroe. Ci sono poi infinite altre matrici, infiniti altri testi, ogni volta usati all’uopo e allo scopo.

A uno che un po’ di letteratura e di cinema se ne intende, non può non balzare all’occhio per esempio che il 14 di dicembre del 2010 in occasione del voto di sfiducia si è consumata una farsa presceneggiata che ricordava in modo evidente The Prisoner e i suoi esiti narrativi. O che Silvio Berlusconi, come diceva la sua ex moglie Veronica Lario, sia ritagliato sulla figura dello Zelig di Woody Allen. O che la storia di Ruby, raccontata recentemente allatrasmissione di Signorini, sia ritagliata sulla storia della bella Otero. Ma gli esempi sarebbero infiniti.

E’ allora venuto il tempo di scrivere un’altra storia, una storia originale. In questa che è l’epoca insieme più platonica e più antiplatonica che ci sia mai stata, l’epoca del copia/taglia e incolla, urgono storie originali, inaudite, del tutto nuove. Solo così si esce dal postmoderno. Servono idee/tipo, non idee/copia. Le idee platoniche vengono copiate perchè appunto sono tipi, tipografici, sono lettere alfabetiche e parole. Serve un nuovo alfabeto. E una nuova linguistica. Le storie che ci stanno raccontando sono diventate troppo stupide. E se proprio vogliamo la stupidità, che sia intelligente.

Mi spiego meglio e ribadisco i concetti in modo più pensato perchè forse giova ripetere. Immaginiamo un mondo possibile orwelliano in cui il sistema invece di distruggere regolarmente gli archivi storici di notizie, usi una serie di sceneggiatori per narrare se stesso e fare la storia presente. Non serve cancellare gli archivi quando la storia è quella che stai raccontando proprio ora.  Immaginiamo allora un sistema che si propone come democratico e che riproduce in tutto e per tutto (o quasi) il gioco democratico. Con una narrazione del potere e una narrazione del contropotere. Con sceneggiatori dietro le quinte e sceneggiatori davanti alle quinte. Senza escludere che qualche sceneggiatore faccia doppio gioco e stia sia dietro che davanti. In realtà, tutto è fatto alla luce del sole. Si sa che il presidente è il proprietario di quasi tutti i mezzi di comunicazione, della fabbrica dei racconti del potere e del contropotere. Ne è il sovrano assoluto. E che tutte le storie parlano di lui.

Questo mondo possibile che abbiamo immaginato, questo mondo possibile romanzesco, non è forse il nuovo romanzo italiano? Un romanzo, una storia, fatta di infinite altre storie che però invece di essere letta sui libri accade nella realtà? Non è forse questo il più grande esperimento di reality show mai fatto prima? Di nuovo, viene in mente un’altra sceneggiatura, quella di The Truman show, e di Philip Dick. Il sognatore, come Orwell. Se le cose stanno così, se siamo tutti presi in questa telenovela, in senso etimologico, perchè criticarla?

Le ragioni sono le seguenti:

  • Stupidità delle sceneggiature sempre maggiore: più che di sceneggiatori parlerei ormai di  scemeggiatori (che, aihmè, sono i migliori, i più bravi, e forse anche i più intelligenti, perchè vanno incontro alle esigenze del pubblico e alla loro pancia)
  • Mancanza di originalità delle storie stesse: serve una storia originale, inaudita.
  • Siamo sicuri che questo reality show post moderno ci porti davvero da qualche parte? Siamo sicuri che il racconto possa completamente sostituirsi alla realtà? O che non debbano essere altri i soggetti che raccontano ma soprattutto fanno la storia?

Si noti, i due primi ordini di critica sono di tipo estetico. Se abbiamo a che fare con sceneggiature, allora si deve applicare un criterio estetico per criticarle. Dire che non mi piacciono e motivare il perchè. Se questo è il piano, si faccia una critica come si critica un film o un’opera d’arte. Il terzo ordine di critica è invece riferito al piano di realtà, alle condizoni di possibilità, se vogliamo, del raccontare storie. E’ la grande domanda che tutti si pongono preoccupati. Il sistema regge perchè crea consenso e mantiene l’ordine. Ma ancora per quanto? Una storia può bastare?

4 Comments Add yours

  1. lordbad ha detto:

    Prepariamoci degna(mente) a tutte le settimane della cultura in Itallia, un po’ come quando viene il Natale e occorre essere più buoni…

    Ad ogni modo parlando di arte e di artisti…In cerca di queste stelle comete dobbiamo porci questo interrogativo: che fine hanno fatto, gli Artisti?

    Ti aspetto su Vongole & Merluzzi

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/04/06/chi-se-ne-frega-della-cultura/

  2. ctonio ha detto:

    Interessante, mi servono esempi concreti però. Non perché non si riconoscano, ma a questo punto è doveroso dichiararle ed esplicitarle, punto per punto e non usare esempi ehm esemplificativi (Matrix, PKD, Orwell, Zelig, ecc). Quali sono tutte le storie narrate? O meglio qual è quest’unica storia che ci raccontano (e che ci raccontiamo)? O forse ce n’è una dominante e anche tante piccole per ogni gruppetto, che si contrappongono o si incastrano in quella dominante? Te lo chiedo perché un lavoro che sto cercando di portare avanti è proprio questo di individuare le storie nelle pubblicità, ed effettivamente non è mai niente di nuovo (sennò non venderebbero) :)

    Antonio

  3. ctonio ha detto:

    Ops, dimenticavo il link :) archiviocaltari.wordpress.com

  4. Marco Meneghelli ha detto:

    In effetti la faccenda ha anche molto a che fare con la pubblicità e con quello che Vance Packard chiamava i persuasori occulti, che se vuoi è un’altra versione degli sceneggiatori nascosti. Un esempio recente può essere quello del copione usato a Forum dalla signora che ha magnificato falsamente gli interventi del governo a L’Aquila, che è stato poi smascherato.
    In questo senso parlo di sceneggiature sempre più stupide e inverosimili. E poi ci sono tutte le sceneggiature ritagliate sulla figura del premier, da “il processo” di Franza Kafka, pensa all’inizio del romanzo, riguardo al tema persecutorio e alla persecuzione giudiziaria, a, come dico, gli esiti narrativi di una serie tv classica come The Prisoner. Vedi ad esempio il titolo del NYT di qualche mese fa http://www.nytimes.com/2011/01/23/weekinreview/23donadio.html

    In generale le isotopie orwelliane e kafkiane e in generale quelle tratte dalle distopie letterarie (ci possiamo mettere anche Huxley e il tema genetico) non si contano. Le altre isotopie sono legate a Russ Meyer, dal Drive in delle maggiorate fino a Striscia la notizia. Nessuno infatti inventa nulla ma riprende e rielabora temi già presenti, che sono numerosissimi, io ne ho riportati solo alcuni esempi

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