I cinquecentomila di Ed Miliband

di Viola Caon

Il seguente articolo compare originariamente su Allovertechnique, il blog della nostra corrispondente da Londra. Lo pubblichiamo anche su Quattrocentoquattro per dare risalto ad un episodio di cui forse, in Italia, non si è parlato abbastanza.

“Questo governo sta cercando di riportare il paese agli anni ‘80”. Ha detto così Ed Miliband, leader dell’opposizione, durante il suo discorso alla manifestazione contro i tagli previsti dal governo Tory.

Il corteo, organizzato dal TUC – Trade Union Congress, l’unione dei sindacati – ha invaso le strade di Londra con una marea di persone venute da tutto il paese per protestare contro i tagli previsti dalla finanziaria presentata lo scorso mercoledì dal Chancellor of the Exchequer George Osborne – l’equivalente del nostro Tremonti.

“Alla dura crisi in cui tutti ci troviamo coinvolti, questo governo risponde con il motto ‘crescere, crescere, crescere’”, aveva detto il cancelliere durante il suo discorso alla camera. Ma la folla di inglesi che oggi ha sfilato da Embankment – a sud del Tamigi – fino a Hyde Park attraversando tutto il centro della città, ha evidentemente delle perplessità al riguardo. E non si tratta di una minoranza. Il TUC ne aveva previsti 300 mila, ma a fine giornata, secondo alcune stime, i partecipanti hanno sfiorato il mezzo milione. La protesta più grande a cui l’Inghilterra abbia assistito da quella contro la guerra in Iraq nel 2003.

Pensionati, famiglie, studenti, bambini, dottori, giornalisti, anarchici e socialisti, la manifestazione ha allargato il nucleo della contestazione iniziata lo scorso novembre dagli studenti universitari  – le cui tasse dall’anno prossimo saranno triplicate.

“Solo poche categorie sociali resteranno indenni dai tagli di Osborne”, dice Martin, 27 anni, che lavora in una biblioteca pubblica di Nottingham. Per il momento, Martin guadagna £15,000 l’anno, ma ha già ricevuto la notizia che le sue ore di lavoro saranno dimezzate dal mese prossimo. Come tanti altri presenti alla manifestazione si chiede come mai bisogna tagliare dalle fasce più deboli della popolazione quando “quelli che la crisi l’hanno causata se la caveranno con una scappatoia facile e sicura”.

L’ha detto chiaro e tondo dal palco anche Miliband: “queste misure economiche mirano a dividere il paese tra ricchi e poveri, tra pubblico e privato, tra nord e sud. Siamo qui oggi per dire a David Cameron che la gente che protesta oggi non è una minoranza, che questa è la Big Society“.

Il discorso del leader laburista, che in chiusura ha paragonato la manifestazione di oggi a quelle delle Suffragette, al movimento per i diritti civili in America e alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica, è stato immediatamente contestato dall’Economist. Il settimanale ha criticato Miliband per aver infuocato una platea – “peraltro già tutta laburista” – mentre le prime violenze si stavano verificando poco lontano da lui.

Nel primo pomeriggio un gruppo di manifestanti – riconosciuto dalla polizia come una stretta minoranza- si era staccato dal corteo principale e aveva iniziato ad attaccare le sedi della HSB e Santander su Oxford Street e Shaftsbury Avenue.

Secondo il rapporto finale della MetPolice – il corpo di polizia di Londra – riportato anche sul Guardian, la manifestazione è stata “in larga parte pacifica” e alle 8 di stasera contava soltanto 9 arresti.

A lato delle recriminazioni e delle polemiche comuni a tutte le manifestazioni, rimane che il cosiddetto “Trident” formato da Cameron, Osborne e Clegg dovrà fare i conti con tutti quelli che i 500mila scesi in piazza oggi rappresentano.

Per vedere tutte le foto della manifestazione, cliccare qui

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Franco Marzoli ha detto:

    Conoscendo Viola non ho dubbi sulla correttezza della sua corrispondenza londinese.
    Ciò su cui vorrei invece soffermarmi è sui motivi che hanno portato (e portano in molte realtà europee) a questi movimenti di protesta.
    Si manifesta in sostanza contro i tagli che governi conservatori (come quelli britannico, francese o italiano) o di centro-sinistra (come quelli greco, portoghese o spagnolo) portano ai bilanci dello Stato.
    Per meglio inquadrare la situazione va detto che nel passato in molti di questi Stati, allo scopo di evitare il ridimensionamento del welfare, si è fatto ricorso ad un crescente indebitamento pubblico. In altre parole sono stati emessi titoli di debito pubblico (bond) per coprire i disavanzi di bilancio. Per permettere la sottoscrizione tra il publico dei risparmiatori di questi titoli gli Stati hanno dovuto remunerarli adeguatamente. Il costo stesso degli interessi ha poi costituito un motivo di ulteriore aggravamento della già precaria situazione dei bilanci statali (causando peraltro una redistribuzione di risorse a favore dei rentiers e a sfavore di chi, nei periodi successivi, avrebbe dovuto pagare le imposte.)
    Negli ultimi tempi, in particolare in alcuni Paesi, la situazione è diventata insostenibile creando le premesse per un possibile default (fallimento) dello Stato. Default che causerebbe danni gravissimi non solo agli abitanti di quel Paese, ma che rischierebbe, per effetto domino, di propagarsi anche ad altri paesi dell’Euro. La conseguenza finale di tali avvenimenti potrebbe vedere la fine dell’euro (con la creazione di un Euro forte e di un Euro debole), la fine della UE (e, temo, la fine della stessa Unità italiana).
    Occorre quindi intervenire da subito con rigorose manovre di bilancio così come concordato a livello UE.
    Per farlo, e nell’impossibilità di proseguire sulla strada di ulteriori incrementi dei debiti pubblici, possono essere seguite le seguenti vie:
    – Riduzioni di spesa pubblica
    – Aumento delle entrate attraverso forme di imposizione fiscale e/o di lotta all’evasione
    – Stampa di nuova moneta ( che, nel caso dell’Euro, non sarebbe appannaggio dei singoli Stati ma spetta alla B.C.E. mentre nel caso della Sterlina spetta alla B.O.E.) con le relative implicazioni inflazionistiche.
    – Un mix (con differenti dosaggi delle tre soluzioni esposte)
    E’ qui che andrebbe aperta la discussione. Anzichè limitarsi a dei semplici NO AI TAGLI occorrerebbe fornire risposte complessive adeguate.
    Da parte mia penso che, nell’impossibilità di fare nuovamente ricorso all’indebitamento e alo scopo di evitare il ritorno di elevati tasi di inflazione, si renda necessario fare ricorso sia al primo aspetto (quello dei tagli) che al secondo (incrementi di tassazione e lotta all’evasione
    fiscale).
    Perchè l’intervento abbia anche carattere redistributivo (a favore dei ceti medio-bassi) mi trovo d’accordo anche sulle seguenti nuove forme di imposizione:
    – Un’imposta patrimoniale che colpisca i patrimoni più rilevanti
    – Una Tobin tax sulle transazioni finanziarie
    – E, limitatamente alla realtà italiana, un adeguamento delle aliquote della tassazione sulle rendite finanziarie a quella (del 20%) vigente nella maggior parte degli altri Paesi UE.

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