“La mia casa è dove sono”. Noi e il 17 marzo

di Federico Pacciani

“L’ultima volta che sono stato ad Algeri non c’erano più gli alberi lungo il viale dove passeggiavo spesso con mio padre. Un amico mi ha detto che li avevano spostati da un’altra parte così sono andato a vedere. Quelle stesse piante erano state trasportate fin là con tutte le radici ed erano state trapiantate. Solo così potevano continuare a vivere.”

Sono queste le parole, lettera più lettera meno, con le quali Amara Lakhous descrive la condizione di chi si ritrova a vivere in un paese straniero, ma anche di chi, come lui, utilizza una lingua diversa dalla propria lingua madre. Mentre scrivo, mi viene in mente un’altra frase, posta in un contesto diverso, ma che si presta a fare da corollario all’aneddoto citato: La terra non può volere male all’albero. Sono parole pronunciate da Ilaria Occhini nel film Mine vaganti, diretto da Ferzan Özpetek, altro italiano d’adozione. Amara infatti è nato ad Algeri nel 1970 ma ormai da 16 anni vive in Italia. Laureato in filosofia all’Università di Algeri e successivamente in antropologia culturale alla Sapienza di Roma, si propone un compito arduo e impegnativo: arabizzare l’italiano e italianizzare l’arabo, come ha ribadito durante un intervento all’Università per stranieri di Siena nell’ambito di un ciclo di incontri dedicati alle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità d’Italia.

Un’idea originale per festeggiare l’Italia unita quella di dedicare un pomeriggio ai cosiddetti “nuovi italiani”, alle “seconde generazioni” e alla “letteratura della migrazione”, tutte etichette che sono state rigettate dagli scrittori presenti al dibattito. Oltre a Lakhous, è intervenuta Igiaba Scego, scrittrice romana di origini somale, giornalista dell’Unità e di Internazionale. La sua scrittura esplora la ricerca dell’identità e le contraddizioni che ne scaturiscono, come la sensazione di essere estranei nel paese che senti tuo o venir considerati alieni sia nel luogo d’origine che in quello d’arrivo, somali in Italia e italiani in Somalia. Igiaba ci dice di aver raggiunto un grado di maturità al suo quarto romanzo tale da permetterle di affrontare la prova del racconto autobiografico dopo tre esperienze di fiction. Il senso di La mia casa è dove sono forse sta nell’aver trovato la risposta al quesito identitario cercandolo dentro di sé, in quel bagaglio di esperienze che ci portiamo dietro “come una tartaruga porta con sé la propria casa”. In questo romanzo l’autrice fa un ritratto alle sue due città, che corrispondono al suo doppio senso d’appartenenza, Mogadiscio e Roma, intersecando le due anche a livello geografico. Questo approccio quasi cartografico, fatto però di ricordi, rispecchia l’aspetto spaziale della migrazione, o comunque della distanza tra due mondi diversi ma uniti.

L’Italia e la Somalia infatti hanno molte cose in comune, anche se gli italiani sembra che se lo siano scordati, impegnati come sono nel rimuovere il loro passato coloniale. Scego ricorda ai presenti delle numerosissime vie con nomi italiani che si trovano a Mogadiscio, di tutti gli ospedali dedicati a personaggi del nostro paese e di come fino al 1974, a più di vent’anni dalla fine del colonialismo, i programmi scolastici in Somalia si basassero ancora sul modello italiano. Il paradosso che si è creato è che i genitori di Igiaba, così come alcuni suoi cugini più grandi, hanno studiato gli affluenti del Po, i governi di Cavour e Il cinque maggio di Manzoni, mentre da noi la storia coloniale è quasi completamente esclusa dai piani di studio delle scuole. L’idea che l’identità sia un monolite unico e indivisibile cade di fronte alla realtà dei fatti tanto che si può parlare senza problemi di identità duplici, se non multiple, che si integrano le une le altre e che arricchiscono la personalità di chi le possiede. Ne è un esempio lo stesso Lakhous, che ammette di sentirsi algerino, italiano, musulmano, berbero. È stato sottolineato tuttavia come l’elemento linguistico sia quello trainante e che quando si inizia a parlare le prime parole della lingua del paese che ci accoglie si è già un po’ cittadini del posto. Ero cittadino della lingua italiana. La lingua è come la madre. Ti ama perché sei figlio. Per imparare la lingua non sono necessari visti, passaporti, Schengen, permessi di soggiorno.” Ecco quanto riporta la citazione presente sulla pagina di Wikipedia alla voce Amara Lakhous.

Avere un’identità culturale doppia e perciò non molto definita può rivelarsi anche un problema anziché un arricchimento, specialmente in giovane età. È quello che si cerca di esplorare nel documentario Alisya nel paese delle meraviglie, film di Simone Amendola proiettato all’inizio dell’incontro. La storia raccontata nel filmato gira attorno ai giovani abitanti del quartiere Cinquina, alla periferia di Roma, che vivono nelle case popolari assegnate loro dal comune. Si tratta per lo più di figli di immigrati, ma che si sentono senza dubbio italiani, come testimonia la forte parlata romanesca. Si assiste alla loro testimonianza, si sentono le lucide e concrete considerazioni sulla loro condizione. Si finisce con l’immedesimarsi nelle loro storie senza neppure accorgersene e si capisce che questi ragazzi rappresentano il futuro dell’Italia. Le loro speranze e la loro voglia di futuro sono simboleggiate dalla piccola Alisya del titolo, figlia di Fabio, 19 anni, padre italiano e madre capoverdiana, e Serena, 18 anni, figlia di genitori italiani. Quello che colpisce è la consapevolezza di condividere lo stesso destino e la stessa precarietà di tutti i ragazzi d’oggi, italiani o meno, magari in condizioni più disagiate e con meno diritti garantiti, ma con le stesse difficoltà e la stessa dignità.

La nota dolente è rappresentata dalla politica di cittadinanza adottata dalla legge italiana, che per molti di loro non garantisce un documento di identità anche se sono nati e cresciuti a Roma, e che al loro diciottesimo anno di età li costringe a un complesso iter burocratico che può durare anni. Un ragazzo intervistato dice che stava per essere portato in un Centro di identificazione ed espulsione dalle forze dell’ordine poiché trovato senza documenti ma il suo accento lo ha salvato. Ad ogni modo, dove sarebbe stato espulso? Quale paese sarebbe stato considerato quello d’origine? Quello dei suoi genitori, che magari non aveva mai visitato? Ecco, è questo il filo del rasoio lungo il quale si trovano a vivere questi ragazzi. Eppure non sembrano aver avuto troppe difficoltà nell’integrarsi nella società italiana, tranne rari casi. Non ci si è mai avvicinati minimamente a episodi da rivolta da banlieue. Nonostante il razzismo strisciante a vari livelli, nonostante il disagio sociale e le difficoltà economiche. Alla fine l’Italia è una terra che vuole bene a tutti i suoi alberi. Nonostante tutto.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. In occasione delle ultime elezioni politiche avevo scritto un pezzo, qui su 404, molto vicina a questi temi.
    Eccola, di nuovo.

    dedicato a chi non vota e non si astiene.
    I due figli del portiere del mio palazzo non hanno mai votato. Se ci pensate è una cosa singolare: sono maggiorenni, nati e cresciuti in Italia. Politicamente impegnati, si riconoscono in una sinistra riformista. Hanno fatto le elementari nella mia scuola e il liceo nel mio stesso quartiere. Risiedono a viale Regina Margherita 59 dalla nascita. Vivono il condominio, il municipio e la città con molto più coinvolgimento di quanto possa o voglia fare io. Puntualmente però quando ci sono delle elezioni, amministrative o politiche, rimangono a casa. Mi capita qualche volta di incontrarli nei giorni di voto; in quelle occasioni mi chiedono sempre: “come è andata al seggio?”, rispondo – laconicamente e un po’ impacciato – “tutto bene” e la conversazione finisce lì.

    I due figli del portiere del mio palazzo non hanno mai votato perché non possono votare. E non possono votare perché, casualmente, i loro genitori sono filippini.

    La legge, in Italia, non riconosce la cittadinanza e il diritto di voto ai figli degli immigrati regolari. Di questo problema si è occupata la scrittrice italiana d’origine somala Igiaba Scego. In un editoriale, apparso sul numero 839 di “Internazionale”, scrive: “La cittadinanza in Italia si trasmette secondo il principio dello ius sanguinis, da genitore a figlio. Si è italiani se si ha un genitore (o un antenato) italiano e si riesce a dimostrare il rapporto di parentela. Chi è nato all’estero e non sa niente dell’Italia può avere la cittadinanza perché il suo trisavolo era friulano o calabrese. Invece ragazzi di origine cinese, somala, albanese che sono cresciuti qui, sulla carta sono considerati degli stranieri.” Più avanti, si fa riferimento a una proposta di legge bipartisan, la 2670, che intende sanare questa anomalia.

    Ieri, tornato dal seggio, la conversazione non è stata così scarna. Abbiamo parlato un po’. A un certo punto, il più grande dei due mi ha precisato un particolare che credo gli stia molto a cuore: lui non si è mai astenuto.”

    Levacci

  2. Franco Marzoli ha detto:

    Ed ecco, contestualmente alle celebrazioni del 17 marzo, tornare il tema dell’identità.
    Federico (ma è lo stesso Fede con il quale ho già interloquito?) si rifà allo scritto di Amara Lakhous sintetizzandone il pensiero nello stesso titolo che dà al suo intervento: “La mia casa è dove sono.” Con ciò sottintendendo che l’identità non ‘deve’ essere legata al luogo di nascita ma, sostanzialmente, al luogo di residenza.
    Tralascio qui il tema a carattere giuridico dello ‘ius sanguinis’ o dello ‘ius loci’ per soffermarmi sul tema identitario vissuto non come status ma come condizione psicologica.
    Bene. Viene corretamente affermato il concetto delle identità plurime. In effetti posso essere contemporaneamente: iuventino, lombardo, europeo, rockettaro, cattolico e quant’altro…..
    Quindi nell’ambito delle molteplici forme di identificazione non si deve fare più necessariamente riferimento a quella forse più tradizionale basata sull’appartenenza territoriale del luogo dove si è nati e dove si vive.
    Questa modalità identitaria non andrebbe comunque considerata per forza come fonte di sciovinismo e di esclusione.
    Forse la condizione ideale per l’uomo potrebbe consistere nell’avere un chiaro radicamento nel luogo e nella comunità di riferimento accettando tuttavia che esistano altre modalità di pensiero e comportamento con le quali poter convivere. In sintesi: identificati e tolleranti.
    Capisco bene che questa considerazione possa essere di difficile attribuzione per gli immigrati (di prima o seconda generazione). Ma sicuramente, se fatta propria dai residenti, potrebbe migliorare le, a volte, problematiche forme di convivenza.
    In sostanza non chiedo di seguire l’utopia cristiana dell ‘amore per il prossimo, ma semmai il precetto laico della tolleranza.

    1. Fede ha detto:

      Eh sì, sempre io…

    2. Ernesto ha detto:

      Ma la tolleranza, caro Franco, non è essa stessa una forma di amore…?

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