Federico Moccia: the sickening bones

di Silvia Costantino

*

Quando è stato ritrovato il corpo di Yara Gambirasio, a Brembate di sopra, le polemiche intorno allo svolgersi delle ricerche e le varie analisi crimino-psico-plasticologiche hanno quasi del tutto oscurato un articolo molto importante nel mondo della cultura italiana, articolo che è passato quasi del tutto inosservato: si tratta del pezzo scritto da Federico Moccia per Libero.

Ci sarebbe moltissimo di cui parlare, al riguardo: ci sarebbe da domandarsi il motivo per cui, tra i tanti scrittori attivi in Italia, si sia scelto proprio Federico Moccia; ci sarebbe da domandarsi se non sia il caso di rivalutare la funzione sociale di questo genere di scrittori, la cui portata probabilmente è, per quanto evidente, comunque sottovalutata; ci sarebbe da chiedersi per quale motivo certi fatti attirino tanto. Per questioni di spazio e acidità di stomaco, però, è opportuno fermarsi in superficie.

Analizziamo dunque il testo di Moccia, “La bimba che non volerà tre metri sopra il cielo”.

Mi è stata fatta una telefonata nel pomeriggio. «È stato trovato il cadavere di Yara Gambirasio. Potresti scrivere un pezzo? »

L’incipit è un artificio retorico abbastanza facile: l’autore si mostra colto alla sprovvista, ignaro dei recenti avvenimenti, e può così giustificare il suo shock al momento in cui scopre che il corpo è stato ritrovato. Ciò che ha indignato molti dei lettori di questo articolo è stata proprio questa professione di ignoranza, che, associata alla richiesta della redazione di Libero, è apparsa mercenaria e grossolana. In realtà immagino sia pratica comune, nei giornali, chiedere a professionisti della scrittura un commento riguardo i recenti avvenimenti: ciò che fa un po’ impressione, in realtà, è il modo in cui Moccia tratta la notizia. Moccia non si chiede perché, non si pone il problema di un ritrovamento così tardivo né ripercorre la storia della famiglia e delle ricerche.

All’inizio del pezzo Moccia si mostra in silenzio, come stordito. Verrebbe da chiedersi se uno stordimento del genere  non fosse stato più logico al momento in cui è stata divulgata la notizia della scomparsa di questa ragazzina, subito dopo l’altro terribile caso pugliese. Ma no, Moccia, in differita, si rende conto solo al ritrovamento del cadavere che una ragazzina è davvero scomparsa da tre mesi e, secondo le peggiori previsioni, è stata ritrovata cadavere.

Yara. Me la ricordo quella ragazza. L’avevo vista nelle foto dei telegiornali, una bella ragazza in tuta. Sembrava amare la ginnastica. Nelle foto la ricordo con un bel sorriso, con l’apparecchio come capita spesso a quell’età, con i capelli raccolti come fossero delle treccine che diventavano una coroncina. Aveva un body bianco in quelle foto, era giovanissima ma si vedeva già sbocciare una bella ragazza. Aveva la carnagione leggermente scura, i denti perfetti e degli occhi vivaci.

Sorvolando sulla scrittura – lo stile 3msc è inconfondibile –, concentriamoci sulla focalizzazione. Chi è Yara secondo Federico Moccia? Una bella ragazza in tuta, con un body bianco, i denti perfetti, gli occhi vivaci. Al di là delle considerazioni disgustate di qualche utente della rete, che accusa l’autore quantomeno di voyeurismo, è abbastanza difficile comprendere ciò che Moccia voleva qui comunicare. Probabilmente stava cercando di dire che Yara Gambirasio era una ragazzina come tutte, una normale tredicenne – per giunta circonfusa di luce (il bianco, le treccine: tutti segnali di un’angelicità latente). Una di quelle che lui mette nei suoi romanzi, insomma.

Voila: con un lessico trito e ritrito, Federico Moccia non fa che ricordare a se stesso e ai lettori di Libero che lui è Federico Moccia, l’autore di Tre metri sopra il cielo (Feltrinelli, Milano 2004 e 2005 editio princeps). Si immagina la scena del ritrovamento, poi afferma di voler scrivere una lettera anche se sa cheYara non potrà mai leggerla ma lui non può trattenersi, deve sfogarsi, deve esprimersi a tutti i costi.

Ho scritto dell’amore, dei sogni e delle emozioni e di quel primo bacio… Quello che forse tu Yara ancora non avevi mai dato, quello che magari hai tanto desiderato guardando quel ragazzo di scuola di poco più grande di te. Immagino quel tuo sorriso all’uscita, in maniera distratta perché lui non capisse o forse un po’ sì. Perché volevi vivere l’amore, perché lo avevi letto nei libri, lo avevi visto nei film, lo avevi sognato in un sogno… Lo avevi vissuto in famiglia guardando quei sorrisi tra tuo padre e tua madre. Ma l’amore dei genitori a volte non è più abbastanza, si ha voglia di sentirsi innamorati, di stare tre metri sopra il cielo.

Tutto sommato, che la persona cui questa chiamiamola lettera è indirizzata sia Yara Gambirasio o Sarah Scazzi o Babi-di-Step, non conta assolutamente nulla. Questo pezzo non è rivolto a nessuno se non a Moccia stesso, che si vanta delle proprie capacità inventive e ricorda al mondo ciò in cui è specializzato. Fino all’autocitazione: del resto, questo è evidente sin dal (peraltro, a mio personale e modesto giudizio, di pessimo gusto) titolo. Si tratta di puro compiacimento. Le parole di Moccia sul caso Yara si riducono alla sua sorprendente capacità di spersonalizzare e ridurre ogni essere umano a un tipo, svuotandolo di ogni significazione. Yara non è nessuno, è una qualsiasi; ciò che le è successo fa paura non perché denoti una qualche preoccupante tendenza alla violenza sui minori, sulle minori, ma perché si tratta di un’anima “buona” su cui improvvisamente i “cattivi”, quelli che non sanno amare, hanno prevalso. Non c’è mai, nemmeno per sbaglio, una connotazione di tempo e di luogo – viene quasi da chiedersi se Moccia sappia dove si trova Brembate di sopra e in che anno siamo.

Vorrei Yara che ci fosse solo amore intorno a te e rispetto per la tua splendida fragilità, per la tua purezza, per i tuoi occhi che sorridevano, per il tuo sorriso curioso di amore e di vita… Ma qualcuno ci ruba i sogni Yara e io e tutti gli altri che amano, piangiamo con te.

Qualcuno ci ruba i sogni”: questo forse è l’unico aggancio al mondo esterno che si trova in tutto il testo. Il mondo di Federico Moccia non ammette infatti intrusioni da parte della realtà: come abbiamo visto in queste brevi citazioni è tutto relato al campo dell’immaginazione, dell’irrealtà – prevalgono i “vorrei”, i “sogno”, gli “immagino”, e via dicendo. Non c’è mai un “penso”, o peggio ancora un “dico” – il fatto reale da cui questo testo parte gli viene imposto: e non potrebbe che essere così, visto che evidentemente non è questo ciò che ha importanza.

Ciò che emerge dall’articolo di Federico Moccia su Yara Gambirasio, è un’invincibile genericità di termini, una melassa sentimentale capace di offuscare le idee, fermando ogni tentativo di chiedersi cosa effettivamente sia successo. L’esatto opposto di ciò che dovrebbe stare su un quotidiano. Pur volendo sorvolare sullo stile, sulla scrittura banale e insipida che contraddistingue la produzione dello scrittore ggiòvane per eccellenza, non si può sorvolare sul contenuto: se non altro perché, in effetti, un contenuto non c’è.

*[l’immagine è un fotogramma del film Amabili resti (the lovely bones), tratto dall’omonimo romanzo di Alice Sebold.]

16 commenti Aggiungi il tuo

  1. Valentino ha detto:

    Molto bello questo pezzo. Soprattutto la riflessione, giustissima, che tutti gli eventi sono notevoli soltanto perché capaci di creare reazioni nel sensibile ‘pensiero poetante’-Moccia.
    Sarebbe anche bello sapere come è stata accettata questa lettera-articolo-sfogo en plein air dai primi destinatari: genitori e famigliari della ragazza..ma temo che la risposta non ci piacerebbe.

    PS
    Sono d’accordo anche sul titolo dell’articolo..disgustoso.

  2. Francesca ha detto:

    Più che d’accordo con Silvia.
    L’omicidio di una ragazzina diventa in questo caso né più né meno che un’opportunità come un’altra per dare lustro al proprio nome. Moccia svuota qualunque oggetto\evento\fenomeno di significato (mi domando se volontariamente perché imperterrito continua a proporci il personaggio che si è creato, o se davvero non sa oltre il proprio naso…) proponendo la sua personale banalizzante e banalizzata weltanschaung. Il suo successo tra i ragazzi è quello che più mi inquieta. Il modello di pseudo perbenismo, di riduzione all’ovvio, al “mondo dei sogni strappati”, la totale mancanza di criticità, l’accettazione del reale così com’è, senza il benché minimo intento non dico propositivo, ma quanto meno analitico (riducibile all’assioma: “raga il mondo è brutto brutto e cattivo cattivo, ma voi sognate, sognate sempre!”) che propone mi continuano sempre più a sgomentare, ancor di più quando fanno leva, come in questo caso, su un omicidio. Non si va oltre a mio avviso, non solo all’autocelebrazione, in quanto Moccia a quanto pare non riesce a non tirarsi mai in ballo in prima persona (come facevi ben notare anche tu Silvia), ma ad un egocentrismo sfrenato, un modello per cui ognuno di noi dovrebbe sì e no (ma forse la mia è una forzatura, forse sto cercando un senso dove un senso effettivamente non c’è..) ripiegarsi su se stesso nella strenua difesa del proprio personalissimo sogno. Sgomento e raccapriccio.

  3. maddalena ha detto:

    L’infelice tentativo di Moccia mi sembra la ‘moccizzazione’ di un approccio ai fatti di cronaca che Saviano aveva introdotto in Gomorra e che aveva suscitato analoghe accuse di voyeurismo: la riscrittura inventata del personaggio di Annalisa Durante, ragazzina falciata da una sparatoria di camorra a Napoli. Saviano la descrive come un’adolescente snella, graziosa, truccata, con il seno che sta cominciando a crescere sotto al vestitino, impegnata in un gioco di seduzione con i ragazzini del quartiere – mentre la ‘vera’ Annalisa a quanto pare non era truccata e quando è morta stava comprando delle pizze in jeans e scarpe da ginnastica.
    Credo che Moccia sia stato influenzato da Saviano, dal suo modo particolare di affrontare la cronaca spingendola a un rilievo narrativo che oltrepassa il ‘giornalismo’, fino all’invenzione.
    Purtroppo però – ma non è una gran sorpresa –di Saviano Moccia ha preso solo il ‘contenuto’ e non il ‘contenente’.
    Saviano usa l’immaginazione per intensificare, approfondire la realtà: l’Annalisa di Saviano è attraente e ascolta musica neomelodica perché «quattordici anni per una ragazza di Forcella è l’età propizia per iniziare a scegliersi un fidanzato da traghettare verso un possibile matrimonio», perché «le ragazze dei quartieri popolari di Napoli sembrano già donne vissute» e «la musica preferita delle ragazze di Forcella è quella dei neomelodici (…) Gigi d’Alessio è il mito assoluto perché è quello che ce l’ha fatta a uscire dal microcircuito imponendosi in tutta Italia». Tutta la descrizione di Saviano poggia su dati di realtà e la bella e sensuale Annalisa diventa allegoria della logica inarticolata di un quartiere, a sua volta allegoria – nell’intera opera di Saviano – della logica di un mondo, quello neocapitalistico. Inoltre l’immedesimazione romanzesca del lettore prodotta dall’uso della fiction fa parte, in Saviano, di una poetica esplicita: un uso politico del biografico e dell’individuale.
    La Yara di Moccia invece è bella e suadente, come giustamente scrive Silvia, solo per se stessa, o per Moccia e per i lettori di Libero. E’ trasformata in un personaggio erotizzato con il solo scopo di catturare l’attenzione di lettori-consumatori, come nelle pubblicità (d’altronde tutti i libri di Moccia sono i tipici libri-oggetto da consumare). Se il gesto di Saviano di aggressione alla realtà poteva apparire sconcertante (e quindi probabilmente spingerci a molte, infinite riflessioni, il vero scopo della letteratura), quello di Moccia ha qualcosa di sgradevole e quasi perverso, fino al cattivissimo gusto – come nota Silvia – dell’autocitazione del titolo. L’effetto forse non è voluto: Moccia probabilmente in tutta buona fede ha mimato il gesto letterario di Saviano coniugandolo al proprio stile, pensiero, orizzonte. Con l’unica differenza che Saviano attua una precisa p

  4. maddalena ha detto:

    L’effetto forse non è voluto: Moccia probabilmente in tutta buona fede ha mimato il gesto letterario di Saviano coniugandolo al proprio stile, pensiero, orizzonte. Con l’unica differenza che Saviano attua una precisa poetica del rapporto tra lo scrittore e la realtà; Moccia invece non ha una poetica, ma solo un vieto repertorio di formule fisse. Le categorie di Amore e Sogno sono decisamente insufficienti per dire qualcosa sul mondo e quindi per scriverne su un giornale.
    Tutta questa pappardella, spalmata su due commenti perché sono anche incapace di usare il computer, per dire due cose, un plauso e un becero insulto: mi è piaciuto moltissimo l’articolo di Silvia e sono d’accordo con lei, e Moccia dovrebbe limitarsi a San Remo e Chiamami ancora amore e altre variatio sul tema, non scrivere sui giornali, sempre che Libero possa definirsi tale.

  5. Grazie Mad, la prossima volta mandaci direttamente il pezzo che lo pubblichiamo! Ho un dubbio: ma Moccia, la “ripresa” di Saviano, l’avrà fatta volontariamente? Nell’ultima parte del tuo commento pare così, e ci sta (le rispondenze ci sono), però… è troppo moccesco tutto quanto perché possa realmente credere a una mimesi voluta. Saviano, chi era costui.

    Sil

  6. maddalena ha detto:

    Silvia, io credo che l’abbia fatto consapevolmente anche se non ci sono particolari indizi al riguardo (io so, ma non ho le prove): le due storie sono talmente simili, il modo di descrivere Yara – una ragazzina ancora acerba ma già attraente, innamorata, vitale – è così vicino a quello di Saviano, il gesto di rivestire un personaggio di cronaca di un mondo interiore è un’idea così caratteristica di Gomorra, che tendo veramente a pensare a un savianismo di Moccia. E poi in questo modo riconosco a entrambi un grande merito: a Moccia perché suppongo che abbia letto Gomorra, a Saviano perché so che ha coniato un atteggiamento letterario, per lo meno oggi in Italia, che altri in parte riutilizzano e soprattutto potranno riutilizzare, speriamo meglio di Moccia.

  7. maddalena ha detto:

    intervistate Moccia per 404!

  8. Bruno Pepe Russo ha detto:

    Cara maddalena, è chiaramente poco probabile che moccia sia dovuto andare a pescare dal buon saviano un procedimento che è utilizzato correntemente in tutti i principali diffusori di forme simboliche, cioè i media.
    Procedimenti di costruzione narrativa di questo tipo, legati o no a fatti di cronaca, sono in uso, per esempio nel discorso pubblicitario, da più di cinquant’anni,e costituiscono con ogni probabilità alcuni dei grandi registri su cui si giocano le messe in scena narrative nel contemporaneo, e soprattutto le rappresentazioni del Potere.
    Il tentativo di rendere il contingente-reale (sia esso captato dalla cronaca oppure no) universale, dotandolo di marche in grado di far innescare forme di enunciazione collettiva è ovunque pervasivo, è l’operazione stessa che sottende ai discorsi e alle rappresentazioni del potere (pensa solo alle rappresentazioni del Berlusconi self made men, a quante narrazioni sulla sua ascesa si giocano esattamente con ritratti e descrizioni come quella summenzionata). E’ semmai Saviano che, all’interno del clima dell’autofiction, della narrativa italian contemporanea (per non dire, semmai provocatoriamente, della new italian epic), ha saputo riconiugare nel suo romanzo quella modalità di trattare i valori di verità in modo tale che la rappresentazione e la cronaca del reale si faccia collettiva, evochi dentro di sé i riflessi complessi della realtà, allargando le maglie del concetto di inchiesta.
    Ben lungi dal dare giudizi morali alle due operazioni (di cui dovrebbe importarci in seconda istanza, dopo l’analisi) è evidente che, come d’altronde sempre accade, è l’arte “engagè” a prendere spunto nei suoi rinnovamenti dai discorsi, dalle rappresentazioni, e dai dispositivi di messa in scena che si giocano nel campo delle rpapresentazioni non artistiche del reale, e, molto molto difficilmente, viceversa.
    Non commento l’articolo, che mi pare porre al testo le domande sbagliate. Perdersi nello sgomento, nell’estraneità che un pezzo del genere palesa rispetto al nostro modo di “vedere il mondo”, è la maniera peggiore per guardare il reale.
    Più interessante sarebbe invece registrare (ben oltre l’autocompiacimento, che non esiste) come invece si gioca dentro il testo di Moccia la costruzione delle condizioni per questa enunciazione collettiva, la costruzione di questo essere umano dal contorno nettissimo le cui esperienze sarebbero le esperienze di tutti. Il problema non è assolutamente che queste “melassate” impedirebbero il vero di un quotidiano, come dice Silvia, cioè sapere cos’è successo (per la verità i quotidiani, in particolare quelli della destra, non fanno altro, miliardi di indagini e micronotizie su “cosa è successo”), ma semmai la modalità attraverso la quale la cronaca nera viene utilizzata per costruire il tavolo dell’esperienza generale, e quindi del modo in cui una società e la collettività si vede, si ascolta, si rappresenta e quindi al contempo vede i suoi limit, le proprie aspirazioni, le proprie identità.
    Non è nel diaframma fra vero/falso, fra “vera vicenda Yara” e “vicenda Yara filtrata da Moccia” che si gioca il campo del reale, che si gioca la costruzione e l’invasione delle coscienze, la partita del potere nel campo dei dispositivi di controllo e condizionamento: è invece nell’agenda setting, è nel ruolo e nella modalità in cui i contorni dell’esperienza yara vanno a scontrarsi, e ad intrecciarsi all’esperienza degli individui. Basta pensare per esempio a come nell’articolo di Moccia il “rischo”, quello che “toglie i sogni” sia appunto individuato nell’assassinio. La risonanza di quest’operazione sta nell’innescare una rappresentazione del male giocata sulla dimensione dell’altro, del fuori da sé. Senza quella morte, la grammatica esistenziale, l’identità mocciana si sarebbe snodata normalmente nell’esistenza di Yara, e alla completezza dell’esperienza, tutta privata, che si gioca nel rapporto fra affetti e famiglia, viene dunque a contrapporsi l’elemento che la mette in rischio, cioè l’ignoto (non si parla direttamente dell’assassino, che è quell’x fungibile che ti toglie i sogni). Il confine fra l’identità e l’altro da sé va quindi proprio a coincidere con quello che separa l’esperienza privata dall’esperienza pubblica.
    La completezza, dunque il senso, è tutto da ricercarsi in quella grammatica mocciana del privato, che è iperdefinita e ipercaratterizzata (per nulla ggiovane, per nulla stupida, il Male è una cazzo di roba complessa, altrimenti non vincerebbe, porca eva) e che circola nesllo spazio pubblico agendo il corpo sociale e ponendo fratture, delimtaitando il campo dell’esperienza. Esattamente come fanno i miliardi di veri/Falsi/Verisimili racconti su Yara che sui giornali hanno occupato pagine e pagine.
    Un grande campo che agisce prima come esclusione rispetto alle altre notizie, e poi come dominio su cui pertinentizzare valori di verità e irradiarli nel corpo sociale, con i dispositivi più disparati.
    Inutile dire che non c’è niente di erotico nella rappresentazione di Yara lì, come d’altronde non c’è niente di erotico nel “primo” moccia (3msc, gli altir non li ho letti).
    IL pezzo, per nulla rivolto a Moccia stesso, è rivolto a tutti. E altro che autoreferenziale, fa referenza ovunque con il reale, fa presa, fa ponte, fa collegamento, con rappresentazioni che sono ovunque nello spazio pubblico. Ma cosa è reale secondo voi, la descrizione di Brembate? O le identità e i valori con i quali le persone si rapportano al mondo?
    Altro che puro compiacimento!?!?! qui l’autocitazione ja un potenziale referenziale infinito, perchè convoca dentro l’esperienza interpretativa del lettore tutta l’enciclopedia di visioni, saperi e rappresentazioni che essi hanno costruito nella lettura e nella fruzione di Moccia. Dal punto di vista della significazione quella citazione è un megafono.
    Vabbè basta, ho scritto alla rinfusa un po’ di cose, torno ad Anne Sauvagnargues.

  9. Marco Mongelli ha detto:

    Sfrutto il commento di Bruno, che condivido, per sottolineare l’assoluta coerenza dell’articolo di Moccia con tutta una serie di testi e di rappresentazioni che stanno in una rete di referenzialità e pervasività assoluta con il reale. Non soltanto dobbiamo distanziarci dallo stupore, ma dobbiamo legare, trovare le connessioni, capire come queste narrazioni agiscono (e dunque il testo di Moccia va messo accanto ai programmi di metà pomeriggio, a studio aperto, a centovetrine, non accanto a un’ipotetico scritto di Saviano). In un certo senso, così come dobbiamo “desavianizzare” “Gomorra” (e l’abbiamo fatto, se è vero come è vero che il suo book bloc veniva preso a manganellate nel momento in cui il suo autore marcava distinguo e retoreggiava), allo stesso modo dobbiamo “democcizzare” 3msc e tutti i suoi testi. Dobbiamo cogliere i meccanismi con cui crea immaginario, e l’immaginario dominante, per giunta! E dunque in che rapporto sta il racconto di Moccia su Yara con quello di Vespa? In che rapporto sta questo racconto con il naturale e genuino sentimento di afflizione con cui milioni di persone hanno appreso quella morte?
    Questa è la nostra sfida, non contrapporre un modello di “intellettuale” preconfezionato a un anticristo facile facile.

  10. silvia costantino ha detto:

    A dire il vero condivido anche io, in parte, il discorso di Bruno. Soprattutto per quel che riguarda Saviano, ma anche riguardo al discorso “fenomenologico”. Però non volevo parlare di questo, come ho scritto. Anche perché, scusate se sembrerò supponente, ma quello che dice Bruno e, per certi versi anche Marco, è abbastanza pacifico.

    “IL pezzo, per nulla rivolto a Moccia stesso, è rivolto a tutti. E altro che autoreferenziale, fa referenza ovunque con il reale, fa presa, fa ponte, fa collegamento, con rappresentazioni che sono ovunque nello spazio pubblico. ”

    Certo, perché Moccia fa parte di- e crea questo tipo di pubblico. Quello che però intendevo è: qual è il messaggio che manda? io ho inteso determinati segnali, che non mi pare che discordino particolarmente dall’analisi che hai fatto, Bruno…
    E poi mi pongo il problema: una volta preso atto di questi meccanismi etc. etc., cosa vogliamo fare? Qual è il “nuovo” modo di cambiare le cose? Forse sono vecchio stampo, però: credo fermamente che il moccismo/berlusconismo di sinistra non faccia che peggiorare le cose; e per me l’unica strada percorribile è quella di ribadire un’etica forte e strettamente ancorata alla realtà.

    Spero di aver chiarito un po’, se sono oscura chiedo venia.
    Sil

    1. silvia costantino ha detto:

      (PS: no, non c’è niente di erotico. Verissimo. QUELLA era una provocazione e un piccolo dato sui commenti al testo)

  11. Marco Mongelli ha detto:

    Ammesso che sia pacifico (e io non lo credo affatto) il punto è che deve diventare, secondo me, centrale. Dobbiamo capire e metterci d’accordo su cosa è significativo. E intorno a te, in questi mesi, in questi anni, tutto ti dice cosa fare e in che modo dopo l’analisi. Tutto parla e racconta di questa resistenza rovesciata, che diventa offensiva di immaginario, invasione di campo, partecipazione insieme soggettiva e corale. Tutto parla e racconta di queste pratiche di condivisione e di sfondamento. Che vuol dire “etica forte e strettamente ancorata alla realtà” se questo presente non siamo in grado né di decifrarlo, né di aggredirlo? Se non siamo in grado di capire che le mutazioni che stiamo subendo non si combattono con il Vate pontificante? Le analisi e le soluzioni non sono equivalenti, per nulla.

  12. Bruno Pepe Russo ha detto:

    Sorvolo gli aposteriori. aposteriori, è tutto pacifico. Nè mi frega della supponenza, visto che l’assenza di sguardo analitico è immanente al testo che hai scritto, a parer mio, al di là di ogni paratesto che dopo aggiungi, ed è allo stesso tempo immanente al dibattito che vi si era scaturito.
    Il berlusconismo di sinistra è esattamente quello che si consuma quando parli di un’etica ancorata alla realtà, cioè della delega alle parole d’ordine, all’irrigidimento speculare della lettura del reale.
    Sull’alternativa, beh, sarebbe lunga. E comunque ti invio una roba che è in preparazione (non ho finito di stenderla, dopo).

  13. Marco Mongelli ha detto:

    Sbam!
    http://www.lavoroculturale.org/spip.php?article33
    E chi non legge è un moccia di sinistra! :p

  14. Fede ha detto:

    Scusate ma non ho capito bene l’oggetto del contendere. Bruno non potresti sintetizzare la tua posizione in poche righe, magari utilizzando un linguaggio comprensibile ai non-intellettuali come me?
    Non voglio fare polemica, sia chiaro.

    1. Fede ha detto:

      Vabbè, polemica no ma un po’ di ironia sì…

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