L’Italia è piena di voci e di scrittori

(Ormai lo sapete – ma non mancheremo di ripeterlo, non temete -: il 16 dicembre parliamo “Con gli scrittori. Per segnare qualche coordinata dell’orizzonte che vorremo tirar fuori dalla giornata, abbiamo preparato un elenco di sette domande da proporre ai nostri ospiti e ad altri addetti ai lavori, più o meno. Lo ribadiamo: niente di esaustivo, più che altro si tratta di mettersi d’accordo sui termini. Sette punti di metodo, per evitare di inciampare nella trappola di prendersela, con qualche imprecisione semantica, con uno degli attori sulla scena: scrittori, mercato, lettori. Via via che arrivano, se arrivano, pubblicheremo le risposte.)

Le risposte di Andrea Tarabbia


1) In che modo e perché ti sei trovato o hai scelto di lavorare in ambito umanistico-letterario?

In realtà faccio molta fatica a definire quello che faccio un “lavoro” nel senso stretto del termine: finora ho tirato avanti grazie a borse universitarie, anticipi di libri, collaborazioni con case editrici e a un rapporto di consulenza con una fondazione editoriale. Nessuno di questi impegni – che pure sono lavori – mi fa pensare di lavorare nel senso stretto del termine: semplicemente, io amo leggere e scrivere e, per il momento, ho trovato il modo di guadagnare i soldi facendo queste due cose.

2) Quali sono gli ostacoli che personalmente hai dovuto affrontare e in generale quali sono le difficoltà che si incontrano nel poter lavorare in questo ambito del sapere?

Sembra una banalità, ma è la mancanza di soldi. Non parlo solo dell’università, ma anche di una buona fetta del mondo editoriale, inteso non solo come case editrici ma anche e soprattutto come archivi, biblioteche, fondazioni e così via. Si fa con mille euro quello che in altri paesi e in altri momenti storici si faceva e si fa con cinquemila. Un altro grosso problema è il sostanziale disinteresse che c’è, a livello politico, culturale e per così «popolare» nei confronti di tutto quello che ha a che fare con la cultura libraria. Con l’università il problema è diverso, perché le difficoltà sono di altro ordine: da un lato, il nepotismo e il baronato esistono e costituiscono dei blocchi insormontabili per la carriera dei ricercatori; dall’altro, i pochi fondi costringono chi lavora nell’università a sobbarcarsi lavori di carattere amministrativo-burocratico che non gli competono; c’è anche un terzo problema, che non mi pare dipenda dalla situazione politica né dalle riforme né dalla pochezza dei soldi: l’università italiana è un’istituzione muta, soprattutto per quanto riguarda il mondo letterario. Quante sono le pubblicazioni in ambito universitario che, anche solo negli ultimi anni, hanno creato dibattito? Qual è il vero «peso» del mondo accademico nel dibattito culturale italiano? Dico questo perché spesso ho avuto la sensazione – guardando al mio lavoro come a quello di amici e colleghi – che il mondo accademico sia del tutto autoreferenziale e assolutamente scollato, incapace di penetrare il paese.

3) Esiste un’ambivalenza nella diffusione della cultura umanistica in Italia: da un lato un mercato letterario in espansione cui si guarda con sospetto, perché lo si ritiene causa ed effetto della diffusione della letteratura midcult, considerata negativa; dall’altra questa stessa espansione ha favorito il successo di libri come Gomorra e la partecipata presenza ai festival letterari. Come si spiega questa contraddizione?

Non è una contraddizione. Quando si parla di mercato editoriale in espansione si fa riferimento a un numero di casi che a guardar bene arriva forse a 50. In Italia escono, tra major e case editrici indipendenti, circa quaranta libri al giorno. Il 95% di questi libri, ammesso che arrivi nelle librerie, vende non più di 200 copie. Ci sono all’anno uno o due casi di autori monster, ma tutto il resto naviga su cifre che, in paesi dove l’editoria è avanzata come quelli anglosassoni, non sarebbero degne di nota. Una volta un bestseller, per essere tale, doveva vendere 100.000 copie. Oggi ne bastano 15-20.000. Gomorra è stato ed è un caso eccezionale, sia per il clamore che per le vendite che per l’effettivo valore letterario dell’opera. È per certi versi un successo inspiegabile, che però dipende anche da fattori extra-letterari che vanno al di là di quello che l’editoria poteva aspettarsi. Ancora, siamo sicuri che la presenza ai festival letterari di molte più persone rispetto al passato sia un indice di una nuova consapevolezza dei lettori italiani? Secondo me no. È vero che vedere 100 persone a un evento al quale solo pochi anni fa partecipavano in 15 è un dato significativo, ma questo non rende queste cento persone dei lettori forti o degli appassionati di letteratura: le rende appassionate dell’evento cui assistono – che per inciso non ha mai a che vedere, che ne so, con i libri di Luigi Di Ruscio, ma solo con autori paratelevisivi e noti a prescindere dal loro lavoro letterario.

4) Cosa si intende per mercato? Sarebbe davvero questo strano connubio di case editrici, premi letterari, pagine culturali dei quotidiani, riviste letterarie e di critica, classifiche di qualità (etc. etc.)?

Esiste naturalmente un trait d’union tra tutti questi attori, non foss’altro perché, com’è naturale, le persone che lavorano nello stesso tipo di ambiente finiscono per conoscersi e per sapere cosa fa l’uno e cosa fa l’altro. È allo stesso tempo vero che, una volta pubblicato, un autore che è andato dignitosamente e che sa stare tra la gente ha più occasioni di finire su un quotidiano rispetto a una figura più appartata. Ma, vedendo le cose dall’interno, posso dire che il mondo dei libri non è né migliore né peggiore rispetto agli altri mondi, e tutte le teorie sui complotti ai premi letterari e simili sono nella maggior parte dei casi, appunto, teorie. È un discorso molto complesso, che forse sarebbe meglio fare a voce, però mi sembra che possa essere riassunto così: esistono le case editrici e i loro prodotti – che in qualche modo devono essere lanciati sul mercato; ogni casa editrice, conformemente alle proprie possibilità, per ogni libro sceglie una strategia: a chi inviare le copie gratuite, a chi chiedere una recensione, a quale premio c’è più possibilità di ottenere un risultato, dove mettere la pubblicità e così via. È tutto collegato: il libro nasce dall’autore, ma è frutto di un lavoro di concerto di molte persone. Pensate proprio a Gomorra: se fosse uscito, identico nel testo e magari anche nella copertina, per i Fratelli Frilli di Genova, sarebbe stato quello che è stato?

5) In che misura questo mercato si pone come diaframma nei confronti da un lato degli scrittori e dall’altro dei lettori? Quanto conta il caso, i calcoli, le scelte precise, nella fortuna e nella reputazione di un libro?

Le scelte precise, i calcoli eccetera contano, come conta ogni strategia per la diffusione di qualcosa a qualunque livello della società. Esiste poi un margine molto ampio di imprevedibilità che nessuno, dall’ultimo dei redattori al direttore editoriale, può immaginare. Al di là dei grandi campioni delle vendite per così dire annunciati (Eco, Camilleri, Tamaro, Baricco, Mazzantini, Carofiglio, Ammaniti ecc.), quanti sono i bestseller o megaseller degli ultimi anni? Pochissimi, e per nessuno di questi – Paolo Giordano compreso, sul quale Mondadori ha puntato con un’attenzione particolare – si potevano immaginare le vendite e il riscontro che effettivamente c’è stato. Quindi, il concetto è: tu devi preparare un progetto, un percorso che sia adatto al libro che hai in mano e che raggiunga il maggior numero possibile di persone; poi, quello che succede succede. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, nel mio piccolo, con le cose che sono uscite e quelle che usciranno, sono sempre stato libero di agire: quando si parla di libri pilotati dall’editore, non si tiene mai conto che, per quanto possa essere manipolato da un editor o da un direttore marketing, ogni libro che esce è stato approvato dall’autore. Non esiste, se non in casi di particolare abisso etico, un editore che mette fuori un’opera che l’autore non ha visto e rivisto, sulla quale magari si è litigato in modo acceso, ma che alla fine non è stata approvata da chi l’ha scritta. Il mercato poi, è innegabile che spesso orienti le scelte editoriali, ma attenzione: alle case editrici, negli ultimi anni, sono arrivati centinaia di orrendi simil-Faletti, simil-Camilleri, simil-Lucarelli e così via, che naturalmente non sono stati pubblicati. La proposta parte sempre dall’autore.

6) Alla luce di quanto detto, in che modo si può descrivere la geografia dei lettori? Quanto essa è specchio della società?

Domanda difficile. So che si legge molto più al nord, anche perché lì vive la maggioranza della popolazione. Il nord è allo stesso tempo l’epicentro editoriale del paese: tutte le case editrici decisive sono lì. Al centro e al sud ci sono esperienze significative, ma che difficilmente orientano il mercato librario (lo fa ogni tanto Laterza, e lo fa minimum fax, ma non è niente di paragonabile a quello che succede a Milano e Torino). Forse però non è tanto la distribuzione geografica dei lettori a essere importante: è la qualità delle letture. Quella è mediamente pessima dalle Alpi alla Sicilia.

7) In definitiva,si può effettivamente dire che il nostro paese è senza scrittori?

No. Non voglio tirar fuori il discorso che ogni italiano ha un libro o una plaquette nel cassetto – cosa che peraltro è molto vicina al vero – ma detto fuori dai denti, a me il ritornello di Cortellessa è sempre sembrato una puttanata. L’Italia è piena di voci e di scrittori. Il discorso è vecchio: se tizio fosse americano gli avrebbero fatto un monumento sui giornali; invece è italiano e i critici dicono che non esiste. A me piacerebbe ribaltare il discorso: tirate fuori, negli ultimi 20 anni, un libro di critica letteraria italiana che abbia la potenza di un Todorov, di uno Steiner, di un Bachtin, di un Barthes. Tiratene fuori uno. Non c’è. Debenedetti ha fatto delle cose importanti, e con lui Moretti, Raimondi, Segre, Lavagetto – dico i primi nomi che mi vengono in mente. Ma non si esce dagli anni Sessanta-Settanta. Da quando non c’è più un pensiero critico forte i critici si sono inventati prima l’ipertesto, poi che l’autore era morto, poi che siamo senza scrittori. Intanto, però, ognuno di loro – l’ultimo in ordine di tempo è il pessimo D’Orrico – appena può butta giù un romanzo. Che quasi sempre è indegno. Sia chiaro che non ce l’ho con i critici: io stesso ho appena pubblicato un libro di critica, e almeno in parte mi sento di appartenere alla categoria. Però questo non mi fa non vedere la realtà dei fatti. Altra questione: com’è possibile che, negli ultimi anni, siamo stati tutti sorpresi dai premi Nobel? Chi cazzo è Le Clezio? E Herta Mueller? Di questa ignoranza, certo, sono colpevoli gli editori che non avevano praticamente pubblicato le loro opere. Ma non ho visto nessun critico levarsi per dire chi fossero questi due. Soprattutto, nessuno dei critici italiani, nei vari dibattiti precedenti il premio, aveva fatto i loro nomi. Anzi: tutti a parlare di Philip Roth e solo di lui. Non è che forse prima di dire che non ci sono gli scrittori dovrebbero conoscerli e leggerli?

Andrea Tarabbia ha 32 anni. Ha scritto dei libri, tiene un blog. Sarà con noi il 16 dicembre.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Simone Ghelli ha detto:

    Finalmente una risposta (la 7) fuori dai denti. E aggiungerei un bel questionario per i critici patentati… chiederei loro: come vi arrivano i libri che dovete recensire? Quali sono i criteri che impongono la selezione e lo spazio da dedicargli? Vediamo, se davvero hanno idea di che cosa produce questo panorama tanto disastrato… ma la storia appunto è vecchia, come dice Tarabbia…

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