Per niente di più e per niente di meno.

di Marco Mongelli

Sono tornati i Non Voglio che Clara.

A quattro anni di distanza dall’album omonimo esce “Dei cani”, per l’etichetta Sleeping Star.
Quattro anni dunque, per confermare lo scalpore che aveva suscitato nel micromondo della musica underground italiana (se ancora questo termine ha un senso) il loro vero esordio, dopo gli interessanti, ma ancora incerti, primi Ep autoprodotti.

I Non Voglio che Clara, infatti, rappresentano in tutto e per tutto l’anticliché dell’indie italiano alla ribalta. Fanno parte anzi di quella koinè riconoscibile e fattiva, almeno nelle poetiche più generali e nel linguaggio musicale più evidente e cioè melodia e “parola poetica”, che può annoverare fra gli altri  Amor Fou e  Valentina Dorme per risalire fino a Perturbazione o Virginiana Miller, ma ancora più di loro sono distanti dalla sfrontatezza giovanile dei nuovi enfant prodige, sia per profilo umano, che per cultura musicale.
Ma al di là dei raggruppamenti, tracciati qui in maneiera troppo frettolosa, ciò che stupisce e vale dei cinque di Belluno è la peculiarità del suono, l’attitudine musicale e testuale del frontman De Min che rivela come tutto il portato del cantautorato italiano più raffinato e meno “politico”, da Bindi a Tenco, passando per il De André degli esordi, riesca a rifunzionalizzarsi meglio qui che in tanti sedicenti cantautori italiani neotenchiani che scorrazzano per la penisola riproponendo pose e linguaggi ormai stantii.

«Forse, più che una questione stilistica, è l’esperienza disperata e di solitudine di queste persone a trovare qualche assonanza con le storie che raccontiamo» dice De Min a proposito dei presunti richiami al cantautorato nostrano che fu.

La potenza evocativa dei NVCC sta in una semplicità solo apparente, in una immediatezza suggestiva che spaventa per quanto è disarmata e per quanto è distante dai nostri abituali ascolti.
Sembrano venire da un’altra epoca  i pianoforti, i violini, la voce, gli arrangiamenti, le storie. Ma sono di oggi e incredibilmente nostre la malinconia, l’intimismo  spontaneo e referenziale verso gli oggetti, i luoghi e le figure delle nostre speculazioni solitarie; è nostra la volontà di non rifugiarci più in ermetismi e solipsismi. In ogni testo si può ritrovare un’esperienza quotidiana, un pensiero imbrigliato in un’evidenza che riconosciamo anche noi e non riusciamo a dire, un tarlo ossessivo, un risentimento stupido, un affetto più grande. Si parla di donne e di amore, e di cosa sennò, e si riconoscono gli Smiths e i Sophia, Sergio Endrigo e Nick Cave. Ma è  inutile continuare a chiedersi da dove vengono, meglio lasciarsi trascinare dalle atmosfere di questa band elegante, colta e smaliziata, che non ha paura di mostrarsi in tutta la sua fragilità, senza schermi e senza finzioni, così retrò e insieme così moderna.

Di seguito i due pezzi secondo me più belli, tratti rispettivamente dall’album omonimo e dall’ultimo appena uscito.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Antonio ha detto:

    Gruppo notevole. Likelikelike

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