quando il calcio non è solo uno sport

I famosi, quelli dell’Isola, quando erano in Honduras a calcetto ci giocavano poco. Erano troppo impegnati a sopravvivere agli stenti e alla bellezza di una natura impressionante, talmente bella che manco gli indigeni si sarebbero sognati di poterla profanare.

Invece gli honduregni, quelli veri, partecipano al mondiale: è la seconda volta dopo il 1982. A leggere in giro, pare che i giocatori convocati siano insomma non da poco – uno famoso anche fuor d’Isola, per esempio, è Suazo, sorti alterne con l’Inter, una puntata nel Benfica e adesso in prestito al Genoa. Pare anche che il ct sia nuovo in nazionale e che insomma sarà difficile dar vita a una squadra realmente competitiva. Poi uno punta sempre alle sorpresone, ma, stando al nostro bracket

Potremmo chiederci se Micheletti (“el perro italiano“), capo di stato dopo un golpe dal giugno al novembre 2009, a questo giro tiferà Honduras o Italia. Del resto, di dittature e mondiali la nazionale sudamericana se ne intende, e anche di impegno per la sopravvivenza decisamente più reale del reality: insieme a quella di El Salvador infatti la squadra è stata protagonista di un evento tristemente famoso nella storia del pallone, la cosiddetta “Guerra del Fútbol“, o delle Cento Ore, un conflitto non solo agonistico. Le due nazioni nel 1969 non avevano solo la preoccupazione della qualificazione al mondiale di Messico, ma si disputavano violentemente il lavoro e il territorio in Honduras. Due anni prima, in seguito alla troppa prosperità salvadoregna dovuta all’improvvisa crescita economica – e quindi demografica – causata dalle numerose piantagioni americane, i due stati avevano stipulato un accordo per il quale l’Honduras, più povera ma più ricca di territorio inutilizzato, accordava l’uso di terreni ai loro vicini in difficoltà: la cosa non riuscì molto gradita dai contadini honduregni, già in protesta per le loro difficoltà economiche. Le crescenti tensioni portarono l’Instituto Nacional Agrario – sotto la guida del due volte dittatore Oswaldo Lopez Arellano –  alla decisione di confiscare tutte le terre ai non honduregni, lasciando così oltre 300.000 persone senza lavoro né casa.

In questo clima si giocavano le qualificazioni ai mondiali del 1970. Le due nazionali si trovarono a fronteggiarsi la prima volta l’8 giugno, a Tegucigalpa (Honduras): in casa gli honduregni vinsero 1 – 0, ed El Salvador ebbe una nuova eroina nazionale, Amelia Bolanos, 18 anni, suicida per la sconfitta subita. Il ritorno non fu differente: contestazioni, disturbo pesante e intimidazioni della tifoseria, terrore generalizzato e quindi fu vittoria facile per la squadra in casa. Era necessario lo spareggio, in campo neutro (27 giugno, a Città del Messico). Fu pari fino all’undicesimo minuto dei supplementari, e poi El Salvador si aggiudicò la rete che li avrebbe portati in finale, contro Haiti.

Tutto è bene… no. A Città del Messico fu subito guerriglia, e l’Honduras ruppe, a causa dell’ingiustizia subita, le relazioni diplomatiche con i vicini, dando avvio alla guerra, quella vera e propria. L’attacco armato partì dai salvadoregni (la chiamano “guerra di legittima difesa”, un po’ come la pace preventiva), e l’invasione di campo in Honduras, durata solo sei giorni, fu decisamente cruento. Sei giorni, dal 14 al 21 luglio, migliaia di morti ed un accordo che ripristinava gli accordi del ’67. Nel ’75, non prima di aver ricevuto in regalo da Nixon un frammento di luna, Arellano venne deposto dalla sua seconda dittatura (e poi fu la Repubblica delle Banane, ma questa è un’altra storia).

Tutto è bene quel che… mah, forse. In ogni caso, nel 1981 fu Honduras a conquistarsi l’accesso ai mondiali.

Quest’anno giocano entrambe: tutto è bene quel che finisce bene (?).

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