Il toro bianco e la fattoria di Jean Claude Trichet

di Niccolò Serri

Si narra che a Europa, figlia del re Agenore di Tiro, fosse stata usata violenza da parte di Zeus. Questi, invaghitosene, dopo aver assunto le fattezze di un toro bianco, trasse prigioniera la principessa con sé nell’isola di Creta. Questo antichissimo mito, portato della Grecia arcaica e cantato anche da Ovidio nel III libro delle Metamorfosi, era stato scelto dalla zecca greca per figurare nelle monete da 2 euro. Nell’ambito della drammatica bancarotta e della crisi di insolvibilità di Atene, tale leggenda sembra assumere un significato paradossale, quasi grottesco: l’Europa rischia di essere trascinata a fondo dalla Grecia. la crisi economica del Vecchio Continente, infatti, si complica e si diversifica, con il rischio che questo ulteriore tracollo metta seriamente a rischio uno dei più avveniristici scenari geopolitici del panorama mondiale attuale: l’integrazione economico-politica dell’Europa.

Il premier greco George Papandreu è riuscito a far approvare, senza però ricompattare veramente il paese, l’Austerity plan, che pur riducendo fortemente il potere di acquisto degli stipendi e alzando le tasse per i consumatori, è anche indispensabile per sbloccare i fondi internazionali. Strutturati secondo un piano di iniezione triennale, gli aiuti dovrebbero giungere nella forma di 110 miliardi di euro al tasso del 5%, da parte di altri paesi dell’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, come rileva l’economista venezuelano Moises Naim, le misure volte al salvataggio della Grecia non rappresentano un intervento tempestivo né sufficiente. Se chiara infatti risulta la situazione per quanto riguarda i prospetti dei conti pubblici, più nebulose sono le prospettive per il settore privato. In assenza di svalutazione del cambio e di fronte ad una domanda interna fortemente compressa, il settore dell’imprenditoria privata dovrebbe partecipare attivamente al risanamento, incrementando in maniera vistosa le esportazioni.

I mercati volevano il sangue, e sono riusciti a ottenere un piano di salvataggio che per costi logistici e finanziari sembra secondo solo a quello ideato da George Marshall. Tuttavia l’economia e gli eventuali investimenti in terra ellenica continuano a rimanere fortemente dipendenti da quelli che Federico Rampini ha chiamato “signori del Rating”: Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s, agenzie cui spetta il compito di giudicare non solo la solvibilità di imprese e compagnie assicurative, ma anche quello di misurare la fiducia che bisogna avere nella capacità di stati sovrani di gestire Bot e titoli di debito pubblico. Molto spesso, come in quest’occasione, azionisti e governi, per spirito gregario o paura, sono loro ostaggio, e il declassamento imposto al sistema greco in questo rating internazionale ha in larga parte determinato un tracollo degli investimenti e della capitalizzazione.

Il cataclisma greco sembra quindi approfondirsi e contaminare, con il ribasso e il crollo di diverse piazze finanziarie, altri paesi dell’Unione Europea, in primo luogo i restanti Pi[i]gs (Portogallo, Irlanda, [Italia], Grecia e Spagna), la cui stabilità economica diventa sempre più precaria. La Germania, prima locomotiva dello sviluppo europeo, si dimostra restia a impiegare le proprie ricchezze per riscattare i suoi soci mediterranei, nell’ormai diffusa percezione che la sua partecipazione al progetto europeo abbia raggiunto costi ormai intollerabili per un’economia che solo negli anni novanta era riuscita a guadagnare una solida stabilità monetaria. In generale sono in molti ad applaudire alla perdita di prestigio della burocrazia di Bruxelles mentre nei summit europei si diffonde un clima di egoismo nazionale e di “si salvi chi può”. Se ufficialmente la querelle si era costituita intorno all’articolo 125 del trattato di Lisbona, che vieta il salvataggio di un paese dell’Unione, i problemi circa il ritardo degli aiuti e le incongruenze del piano di risanamento greco riguardano limiti strutturali intrinsechi al progetto d’integrazione europea.

La gestione dell’ennesima crisi neoliberista e il caos della spesa pubblica dei paesi membri dimostrano la mancanza di coordinamento fiscale e la necessità di regole per il settore bancario che vadano oltre gli articoli di Maastricht, in primis per la BCE di Jean Claude Trichet. Al contrario che nel Vecchio mondo, Cina e Stati uniti d’America hanno approntato nuove ricette di governance, da un lato accentuando il monopartitismo dello stato, dall’altro affidando interamente le leve del potere fiscale alla Federal Reserve Bank di Ben Bernanke. Per evitare di uscire fortemente ridimensionata dalla crisi, l’Unione Europea deve dunque non solo riformare, ma anche procedere lungo la strada dell’integrazione delle diverse economie nazionali, nella chiara coscienza che un guadagno ogni anno superiore, come richiesto dai parametri comuni, è insostenibile quando non sia legato ad un reale incremento della produzione. Le distorsioni rappresentate dall’attività di alcune banche dovrebbero essere compensate mediante costi pagati per le transazioni a rischio e la concorrenza essere contingentata in uno schema solido di regole comuni, tanto nell’ambito del mercato del lavoro, quanto in quello dei beni e dei servizi. Una leadership forte e comune in questo momento è necessaria non solo a impedire l’ulteriore frammentazione delle direttive nell’ambito della comunità economica, ma anche a spingere quei paesi che all’interno dell’unione hanno risorse e disponibilità maggiori, a metterle a disposizione per interventi ben più incisivi.

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  1. Franco Marzoli ha detto:

    Vedo con piacere che 404 dedica un contributo anche all’economia. Valida in linea di massima mi sembra l’analisi che della crisi finanziaria compie Niccolò. Mi permetto qui di aggiungere qualche considerazione che vorrebbe andare al di là del contingente.
    Mentre sembra che lo sforzo comune UE sia riuscito, almeno per il momento, a porre riparo agli attacchi concentrici contro l’Euro vedo un serio rischio per il futuro dell’Europa (e dell’Italia).
    Se i conti pubblici dei Paesi dell’Europa latina e mediterranea non riusciranno a mettersi in ordine si potrebbe affacciare una spaccatura (e una conseguente separazione monetaria e politica) tra Paesi ad Euro forte (centro-Nord) e Paesi ad Euro debole (sud).
    I Primi con una finanza pubblica sotto controllo, i secondi immersi nella spirale inflazione-svalutazione.
    Una possibile (e non auspicabile) conseguenza interna sarebbe rappresentata dall’indisponibilità del settentrione italiano di far parte dela fascia debole…con il risultato di una rottura anche dell’unità nazionale.
    Bisognerebbe chiedersi a questo punto il motivo per cui i Paesi del sud Europa sono i meno virtuosi in materia di finanza pubblica. E qui si potrebbe risalire forse alla controriforma….
    Sta di fatto che mali endemici come lo scarso senso dello stato, l’evasione fiscale, la corruzione, il clientelismo siano soprattutto presenti in Grecia, Italia, Spagna…
    Perchè l’elettore tende a premiare in Germania un governo che sappia controllare la spesa pubblica mentre da noi tende invece a votare per chi lo favorisce in termini di elargizioni sotto varie forme? E perchè quasi tutte le istanze delle più svariate categorie (magistrati, poliziotti, enti lirici, studenti, allevatori….) sono basate sulla richiesta di stanziamenti?
    Perchè infine è così carente il senso di appartenenza ad un bene comune (lo stato) e di conseguenza un’assunzione di responsabilità individuale e collettiva?
    Domande retoriche. Me ne rendo conto. Nella speranza che si possano però anche trovare delle risposte e un cambiamento radicale nei comportamenti.

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