Quasi filotto

Simone Rossi è uno che ha scritto un libro e l’ha chiamato Sbriciolu(na)glio, non s’è ancora capito perché. Noi l’abbiamo letto e c’è piaciuto. E già che c’eravamo l’abbiamo invitato a Siena.

Questa è l’intervista preventiva che gli abbiamo fatto, che non si sa mai con chi si ha a che fare.

1. Come per tutti i libri, iniziamo dal titolo. Perché questo amore per le parentesi (da noi condiviso)? Ci sono altri modi per scomporre il titolo oltre a quelli che abbiamo individuato, ovvero: sbricioluglio, sbriciolo-luna-aglio, sbriciolo un aglio. E quale di questi è quello “vero”?

L’amore per le parentesi ce l’hanno anche i Sigur Rós, e in generale le cose tra parentesi sono quelle che puoi fare a meno di leggere, e poi sono dei cerchi aperti, come si fa a non amare un cerchio aperto? È tondo, e ti lascia libero. D’accordo, la smetto. Il titolo, sì, nel titolo ci sono luglio e la luna e lo sbriciolamento. C’è anche l’aglio, ma sbriciolu(na)glio non è mica un libro sui vampiri. Non c’è un modo giusto per leggerlo: tutti lo chiamano sbriciolunaglio, come se le parentesi non ci fossero, e il bello delle parentesi è anche questo (puoi fare finta che non ci siano). Le parole che non esistono sono molto funzionali su internet: se lo cerchi su Google spuntano fuori solo cose relative a me. Una bella comodità, per un libro nato e cresciuto in rete.

2. Porteresti Cassano al mondiale?

Io e il pallone, purtroppo, niente da fare: l’ultima cosa che so di Cassano è che quando Totti sembrava Mark Lenders lui sembrava Danny Mellow. Però forza Azzurri, eh.

3. Sbriciolu(na)glio è un romanzo, un racconto, un po’ di roba presa dal blog – tutto questo insieme, niente di tutto questo; e perché?

Lo definirei (l’ho definito) “raccolto postumo”. Sembra “raccolta postuma”, cioè quelle compilation che escono quando si sciolgono i gruppi perché muore il cantante. Raccolto, cioè zappare la terra; postumo, perché gli scrittori migliori sono tutti morti. Non è una raccolta di racconti e non è un romanzo e sì, è frammentario e sconclusionato come un coro stonato: non mi interessava raccontare una storia, mi interessava raccontarne seicentomila mescolandole tutte. E quindi, sì: voci che si confondono e realtà che sembra finzione che sembra realtà che sembra finzione. E via così. Ho risposto?

4. Pensi che la scrittura ti apra le porte della figa o lo fa di più il fatto che suoni tutti gli strumenti? (gesto di intesa con la mano avvicinando indice e pollice)

Se mi portassi dietro pure un paio di cuccioli farei filotto. (cit.)

5. Così, secca: che vuoi fare da grande?

Vivere della roba che scrivo e intanto suonare.

6. Ci descrivi l’esperienza di scrivere fuori dalle case editrici? Che tempo fa da quelle parti?

C’è un sole che non vi dico. La casa editrice, secondo me, è come scrivere “scrittore” sulla carta d’identità: una certificazione. Ecco, sbriciolu(na)glio è la mia autocertificazione. Chi sanziona il ruolo che mi sono scelto? La comunità intellettuale, certo. E la comunità dei lettori, pure. Ma si scrive sempre contro un muro, e i distributori sono gente cattiva, e il giro di contatti che può avere un autore emergente al tempo dell’internét è tranquillamente paragonabile alle vendite probabili del suo romanzetto, e quindi tanto vale sbattersi e provare a fare le cose da soli. Non mi viene più da ridere quando dico che sono uno scrittore: il punto, se ci fosse, sarebbe questo.

7. Una questione di glasnost. Facciamo due conti in tasca – tra viaggi in treno, stampe, passaparola – l’operazione sbriciolu(na)glio come sta andando: sei sotto, sopra? E di quanto?

In un mese ho venduto 150 libri, cioè 1500 euro, cioè i costi di stampa. Ora sono un po’ sopra: non è come un lavoro vero, ma è una cosa che si auto-sostiene. Il che, in tempi in cui le piccole case editrici ti chiedono soldi oppure chiudono, insomma, mi sembra una bella notizia. Ogni trasferta mi costa come minimo cinque-sei libri, e il concetto di “rimborso spese” è un po’ alieno ai librai: insomma, dovete proprio comprarlo tutti se vogliamo che il giochino continui.

8. Sei nato e hai vissuto nella provincia di Forlì, passando per caso in quei luoghi cosa c’è da fare il 13 novembre sera?

A Forlì-città c’è un posto bello al chiuso (si chiama Basso Investimento) e un posto bello all’aperto (si chiama Parco Urbano). E basta. Se passate di qua a novembre, direi che vi porto al Basso. Io poi sto in provincia, anzi, in campagna, in un posto che si chiama Casa del Cuculo, e pure quello dovreste proprio vederlo.

9. Ogni intervista, ci dicono, deve avere una domanda scomoda. Ecco la nostra. Molta prosa confonde la narrativa con i fiumi (“basta che scorranno”). Tenendo conto che – a occhio – il giovane holden oggi, se non morto, sarebbe centenario, non ti pare che lo scrivere con una prima persona sbrigativa, paratattica e molto ironica (insomma: it’s all about me) la faccia un po’ troppo da padrone?

Paratattica vuol dire che si mettono le virgole a cazzo di cane, giusto? La fa un po’ troppo da padrone, sì. La narrativa ombelicale e tutte quelle robe là, sì. Non so, noto anch’io un certo appiattimento, ma è un po’ come dire che i gruppi rock sono appiattiti perché usano tutti la chitarra: se il controfagotto mi ha rotto i maroni, se quelli che scrivono come i libri stampati non li sopporto, insomma, non posso farci molto, io schitarro. Poi c’è modo e modo di fare prosa autorefenziale, secondo me: se sai scrivere, per me puoi raccontarmi i fatti tuoi per tutta la vita (insomma: it’s all about style). E infatti lo stile non ce l’ha quasi nessuno. Lo stile, ricordiamolo, è la penna dello scriba (stilo) e il pugnale dell’assassino (stiletto): puoi essere supersimpa quanto ti pare, ma io devo sentire che tu hai sentito male, quando hai scritto. Altrimenti è Zelig. E poi, a ben pensarci, sbriciolu(na)glio è scritto soprattutto in terza persona. Cioè all’impersonale.

10. E per chiudere, non valgono soluzioni di compromesso, o uno o l’altro: preferisci “Before and after Science” oppure “My Life in the Bush of Ghosts“?

In Before and after Science c’è By this river, e ho detto tutto. E poi David Byrne è un fighetto, dai.

Ecco, ora che avete letto l’intervista non avete scuse: Simone Rossi viene a Siena giovedì, Libreria Ancilli – via delle Terme 45 – dalle 18 in poi.

Si suona (lui), si legge (noi), si chiacchiera, si mangia e si beve (un po’ tutti insieme).

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Gianluca ha detto:

    Credo che questo ragazzo farà molta strada. D’altronde per vendere i libri su e giù per l’Ita(g)lia non ha scelta :)

  2. livs ha detto:

    bella, l’intervista tutta, domande e risposte. a tutti gli indecisi di siena posso dire che ogni lettura di sbriciolunaglio ti lascia un pò di più di quella di prima, e che ogni sera in un posto diverso si porta appresso tutte quelle precedenti, e quindi sempre più storie che simonerossi sa raccontare/rvi. fossi toscana sarei in prima fila.

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