Il caso Boris – Un’altra televisione è (im)possibile.

di Marco Mongelli

«Signori io mi scuso con tutti voi, ma questa fiction è veramente tremenda.»

Questa frase può essere un buon punto di partenza per descrivere l’esperienza di “Boris”, la prima serie tv originale prodotta da Sky Italia e andata in onda su Fox per le prime due stagioni e su FX per la terza, dal 2007 al 2010.

A pronunciarla è René Ferretti (interpretato da Francesco Pannofino), regista della fiction “Gli occhi del cuore”, classico prodotto da prima serata della tv generalista, incentrato su buonismo e irrealtà di situazioni, personaggi stereotipati, scene lacrimose e cultura buonistico-eroica. Insomma tutto il portato della soap-opera americana declinato in salsa italiano-nazional-popolare.

La frase sintetizza l’istanza immediata di Boris, quella di mostrare il totale disincanto di attori, membri della troupe e della regia di fronte a una situazione artistica e televisiva che si ritiene immutabile, e la consapevolezza che quello che si sta facendo è un sottoprodotto, totalmente privo di spessore culturale o artistico.  Di fronte a questa situazione i vari personaggi nel loro svolgersi si relazioneranno in maniera differente, alcuni cercando titanicamente una via di uscita (e risultando alla fine sempre sconfitti), altri sfruttando opportunisticamente le logiche perverse del mondo dello spettacolo.

In questo contesto il vero protagonista della serie non può che essere lo stagista, esempio massimo di sfruttamento e precariato dell’Italia di oggi, colui che arrivato sul set per fare uno stage alla regia sulla base di studi e competenze acquisite, si trova non soltanto a fare lo “schiavo”, ma anche a vedere come inutile e improduttiva sia la sua gavetta, che non prepara ma si determina come status vivendi. Lo sguardo del neofita, del nuovo arrivato è così la chiave di accesso a un mondo che per gli altri è cosa esistente e assodata, e che per Alessandro (lo stagista), invece, è orribile scoperta, reiterata constatazione di un’impossibilità, frustrazione dolorosa di ogni aspirazione. Egli si accorge ben presto che quello che domina le dinamiche televisive non sono la ricerca artistica, i meriti e le competenze, ma le raccomandazioni, i favori (anche sessuali), la pubblicità, il mercato, la politica.

Ma quello che fa di “Boris” una serie televisiva a sua volta e non un reportage di denuncia drammatizzato, non è solo la peculiarità narrativa di personaggi e storie, ma la loro carica parodica al limite del grottesco, la forza comica e ironica che sprigionano, la sensazione di aver reso palesi e manifeste le caratteristiche del brutto televisivo di oggi. Uno dei meriti maggiori della serie sta nel nell’aver raccontato il modo sbagliato di lavorare, di servirsi di mezzi e linguaggi che hanno in realtà una potenzialità enorme. Non si è limitata, insomma, a mostrare il negativo ma lo ha superato realizzando un prodotto di qualità.

È dunque specchio del paese il set degli occhi del cuore, perché alle logiche della professionalità e del rigore sono sostituite quelle dell’approssimazione e dell’arrangiarsi, e le relazioni umane sono quelle troppo umane di arrivismo e di egoismo sfrenato. Quello che però fa di questa serie, secondo me, un piccolo capolavoro, è la modalità con la quale ogni volontà individuale si scontra e si interseca con la logica super-personale del paese in questo determinato tempo storico. Tutti i personaggi sono nello stesso tempo tipi, nel senso di maschere teatrali che si innestano nella logica del set, e nello stesso tempo individui che rappresentano quel ruolo. Tutto è doppio in questa serie, soprattutto nel senso che il testo narrativo diventa immediatamente meta-narrativo, perché nel parlare, parla di sé, necessariamente.

Eppure la dinamica stringente della citazione, dell’intertestualità non si aggroviglia mai su se stessa, perché “Boris”, banale ma necessario dirlo, è scrittobene. La sceneggiatura, quella che nella serie stessa è sbeffeggiata e presa ad esempio come l’elemento più trascurato e ridicolo, diventa, per la logica espressa prima, il vero punto di forza della serie. Tutti i personaggi, pur con i loro tic grotteschi e le loro monomanie “troppo umane” rivelano complessità e molte volte contraddittorietà. E le trame, i vari filoni, si snodano seguendo schemi imprevedibili e il più delle volte improbabili, in una dialettica continua con il mondo che si sta fotografando e stigmatizzando: ed è in questa intersezione che scatta la risata. Il motivo del riso è dato non solo dal riconoscimento, da parte dello spettatore, di citazioni, rimandi, parodie anche esplicite di un linguaggio e di una gestualità nota, ma anche dal raffinato scambio che si instaura tra il racconto di “Boris” e quello degli “Occhi del cuore”, cioè tra il testo e l’intertesto. Le questioni amorose, lavorative, intime e collettive, insomma le questioni dell’umano, sono in grado di creare quel corto circuito tra risata e amarezza, disagio, malinconia, che è il primo indizio di una comicità complessa, matura, consapevole, ovvero riuscita, insieme al fatto che ogni singola scena, anche di pochi secondi, non si trasforma mai in uno sketch da cabaret fine a se stesso.

Il progetto nasce evidentemente da un bagaglio comune che attori, registi e sceneggiatori possiedono per aver lavorato davvero nel mondo televisivo italiano. Di conseguenza la restituzione di quel contesto è fedele proprio perché vissuta. Va da sé che la libertà del casting ha reso alta la qualità generale degli artisti coinvolti e ha permesso un equilibrio tra recitazione e narrazione.

Nel corso delle tre stagioni di Boris, finora andate in onda, c’è stata un’evoluzione nei modi e nei termini in cui il set e la drammatizzazione diventavano spaccato del paese. Gli autori e gli attori di Boris sono stati in grado di cogliere le trasformazioni che l’industria televisiva italiana ha portato avanti, nello sdoganamento di alcune concezioni prima dette solo a mezza voce e nell’esasperazione dell’elemento ludico-divertentistico.

“[…] la tradizione, la merda, come la chiami tu, con una bella spruzzata di pazzia; il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillette […] ‘Sono cattolico, ma sono giovane e vitale, perché mi divertono le minchiate il sabato sera.’ […] Questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette mentre fuori c’è la morte.”

E’ il consiglio che uno sceneggiatore dà al regista per fare una serie nuova, senza cambiare la sostanza: il gattopardismo versione 3.0. La fiction italiana deve continuare ad ammaestrare il pubblico con la bacchettoneria perbenista anti-aborto e anti-droga, ma in maniera allegra e sguaiata. Quello che si evolve, saggiamente, nel corso delle stagioni, è il riferimento culturale da narrare, ma non l’istanza creativa primaria. In altre parole: la forza satirica e polemica acquista in evidenza esplicita, ma non perde in efficacia e complessità.

L’esperienza di Boris è un affresco lucido e spietato del mondo in cui viviamo, ma è nello stesso tempo una boccata di ossigeno e una speranza per un’altra idea di televisione in Italia. Va da sé che una serie del genere difficilmente sarebbe trasmessa dalla tv generalista, ma la potenza del web e la buona rotta che la tv satellitare da qualche anno sta prendendo, sulla scia americana, fa almeno in modo che prodotti del genere non restino di nicchia.

Buona visione (video da usare con parsimonia, generatori di spoiler):

Gli occhi di Boris – backstage

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Francesco Manca ha detto:

    Ti scrivo per farti i complimenti.
    Mi piace l’articolo, e tanto.
    Perchè sai Boris è un telefilm che fa e ha fatto successo anche solo grazie agli sketch e alla palese denuncia delle Sitcom italiane.
    Più complesso risulta invece comprendere quello che tu a mio parere cogli, ovvero il rapporto tra le logiche di un paese(che sono riportate in forma microscopica negli occhi del cuore) e quelle di ognuno dei protagonisti, alcuni con possibilità di redenzione altri condannati, dall’ignoranza, da bieca avidità o da superbie galoppanti…
    Quello che mi fa appunto impazzire dalle risate in questa serie capolavoro (coi tempi che corrono sostengo capolavoro) è la dannazione dei personaggi consapevoli, e anche tutta la loro umanità e i loro piccoli egoismi esasperati da un sistema che pare fagocitante.
    Mi fermo qui sennò riscrivo quel che meglio hai espresso tu.
    Ancora complimenti.
    Francesco.

  2. Fede ha detto:

    “Gattopardismo 3.0”
    Ben fatto, bravo Marco!

  3. aldo ha detto:

    ..così come ti ho scritto altrove, questo articolo è molto italiano..e tu farai la fine della telefunken..e forse anche io..

  4. Marco Mongelli ha detto:

    Francesco e Fede vi ringrazio.
    Aldo, sei come Alfredo, fai sempre cazzate politiche!

  5. Andrea Cinalli ha detto:

    Bel pezzo! Adoro Boris! Grazie per aver lasciato un commento al mio pezzo su Die Brucke

  6. Marco Michele Acquafredda ha detto:

    BenOrganizzato,Ragazzo,IlSaggio.

    E’ tutto vero, Marco. Ho amato anch’io la locura, il sodomita di Reggio Calabrai, Itala. Boris è un piccolo capolavoro anche per me.
    Ci si vede al cinema!

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