La terza Repubblica(?)

di Gabriele Frongia


Quando si parla di faziosità, riferita a programmi televisivi , è innegabile che in questa affermazione ci sia un dato di realtà oscillante, a seconda delle trasmissioni, ma comunque concreto e oggettivo. Ci sono tanti format di recente creazione che decidono di schierarsi più o meno evidentemente a destra o a sinistra. Senza entrare nel merito della questione televisiva odierna quello che vorrei sottolineare in questo articolo riguarda i cambiamenti che negli ultimi anni hanno portato alcune testate giornalistiche, con storie pluridecennali  e con linee editoriali salde e schierate in modo critico e approfondito, ad avvicinarsi pericolosamente al modo di proporre notizie, fatti e interpretazioni  tipico delle varie trasmissioni televisive di approfondimento.

L’esempio che per primo mi viene in mente e sul quale ritengo di avere maggiore cognizione di causa è La Repubblica. Almeno da due anni il giornale diretto da Ezio Mauro si è lanciato in una forte campagna anti-berlusconiana che ha portato il secondo quotidiano più letto in Italia ad assumere una posizione forte e inconsueta per la storia e la linea editoriale seguita negli anni passati. La Repubblica è un quotidiano che nasce da un progetto di Eugenio Scalfari nel 1976  come “secondo” giornale, non si occupava ne di sport ne di spettacolo e tantomeno di cronaca, lasciando questi compiti ai giornali locali; si presentava come un quotidiano di circa 20 pagine dedicato all’approfondimento di tematiche socio-politiche,  con una linea precisa che convergeva verso il centrosinistra ma che si proponeva come giornale indipendente, per niente avaro di critiche proprio verso la parte politica ad esso più vicina. Nella sua storia ci sono state varie evoluzioni che lo hanno portato ad essere un giornale completo e omnicomprensivo. Si distingueva sia per le crescenti innovazione tecnico-grafiche( ad esempio  il primo giornale italiano ad andare in stampa con la prima pagina a colori, il primo ad avere un sito internet con notizie aggiornate 24 ore su 24 e il primo ad assumere la forma ridotta di tabloid), ma anche e soprattutto per il  modo in cui forniva al lettore un’interpretazione originale e ben argomentata della realtà socio-politica che lo circondava.

Il grande cambiamento è avvenuto recentemente. Per chi legge La Repubblica da almeno una decina di anni questa non è una novità: un giornale che aveva abituato ad un imparzialità critica e poco urlata è arrivato a lanciare appelli simil-referendari  settimanalmente, chiedendo ai lettori una presa di posizione e proponendosi come voce di una moltitudine, perdendo di vista quello che a mio modo di vedere deve offrire un giornale, ovvero porsi come guida giornaliera al mondo socio-culturale e politico per il singolo lettore. Questa venatura da partito parlamentare non credo si confaccia ad una testata di questa importanza, questo causa un forte abbassamento della credibilità contenutistica del quotidiano, che rimane ancora piuttosto buona. Ciò fa sì che si allontanino i lettori più moderati, forse non una grande perdita, ma soprattutto  coloro che ritrovano esattamente il loro pensiero nero su bianco con firme autorevoli che lo avallano completamente; il rischio nell’ultimo caso citato è che si interrompa, con un cortocircuito, il legame dialettico tra il giornalista e il lettore che dovrebbe portare il secondo ad un evoluzione del proprio pensiero e del proprio modo di vedere la realtà, insomma si rischia la banalità contenutistica. A tutto questo bisogna sommare un altro grande cambiamento figlio del precedente: il tono dell’intero giornale è mutato significativamente passando da una pacatezza e sicurezza che lo contraddistingueva ad uno urlato e frettoloso sempre alla caccia della posizione più eclatante, che tende ad avvicinarsi ad un modo di fare giornalismo-informazione vicino a Travaglio e Grillo.

Il mio non è e non vuole essere un attacco a Repubblica, forse uno dei pochi quotidiani ancora leggibili, ma vuole essere solo un appello, un consiglio dal basso. Sono convinto che in questo momento, dove tutti urlano la propria verità assoluta e incontrovertibile, questa forte presa di posizione sia complessivamente un errore, un farsi prendere la mano dalla situazione, insomma mettersi sullo stesso piano di giornali come Il Giornale o come Libero: entrambi  disgustosi, se mi passate il termine emotivo, nel loro schierarsi e nel loro dare informazioni . La mia paura è che di questo passo non si trovi più una netta linea di demarcazione tra un modo di fare informazione critico, approfondito ed indipendente rispetto al modello “cerco di urlare la mia verità con più voce dell’avversario”.

La situazione dell’informazione italiana a mio avviso si trova in un limbo molto pericoloso che rischia di rendere uniforme il modo e il tono giornalistico, sia esso televisivo o cartaceo. Esso va verso una forte polarizzazione di posizioni lasciando il fruitore o completamente d’accordo o in completo disaccordo escludendo così a priori una dialettica costruttiva tra pensieri discordanti che si ritrovano ora divisi da un grande fiume e ai quali viene costantemente negata la costruzione di un ponte, di un guado sicuro che permetta un minimo di oggettività e di sicurezza informativo-nozionistica. Esistono e continueranno sempre ad esistere due, o più, verità, ma il mio auspicio è che da una parte esse tornino ad essere proposte con un tono moderato e dall’altra che trovino posizioni meno distanti e più plausibili l’una rispetto alle altre; insomma credo che l’informazione italiana debba sforzarsi di uscire dal tunnel oscuro della faziosità urlata e inconciliabile e che ricominci, o in alcuni casi cominci, ad essere vera forma di giornalismo e non un costante comizio che in modo tragicomico ricorda troppo i celebri scontri ideali di Don Camillo e Peppone.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Franco Marzoli ha detto:

    Condivido le tesi esposte da Gabriele Frongia. Faccio però presente che è ben difficile che possano esistere organi di stampa realmente indipendenti. Infatti si tratta di fogli che, stante la riduzione dei lettori e conseguentemente degli introiti pubblicitari, si trovano a gestire budget deficitari.
    Inevitabile quindi che la gestione di tali imprese editoriali debba poter essere in grado di ottenere qualcosa in cambio alle perdite di bilancio: l’orientamento dell’opinione pubblica.
    E’ così che diversi potentati economici (tra cui anche quello debenedettiano del gruppo Espresso-Repubblica) sono inevitabilmente portati a gestire l’informazione in modo “fazioso”.
    Un’ultima questione. Che ci azzecca (direbbe qualcuno) il titolo “La terza repubblica” con il contenuto dell’intervento?

  2. Lorenzo Mecozzi ha detto:

    Sono d’accordo con la tesi di Gabriele, sostanzialmente corretta. A proposito si può anche leggere su Nazione Indiana uno scambio, poco indolore, di lettere tra Antonio Ricci e Nicola Lagioia sull’effetto dell’utilizzo del linguaggio “nemico” per combattere le proprie battaglie. Repubblica, se non utilizza proprio il linguaggio nemico, si configura come una struttura congruente a quella che combatte: un partito. Se questo di fatto snatura la fisionomia di un giornale, è pur vero che si deve valutare il fenomeno in relazione alla particolare situazione storico-culturale. Quali sono le conseguenze più considerevoli? La perdita di credibilità è davvero così accentuata e preoccupante? O piuttosto rinunciare all’attacco frontale significa l’ennesima ritirata sull’Aventino mentre sul colle difronte dilaga l’eversione? Personalmente ho sempre difeso i “tempi” dei giornali, delle riflessioni critiche che hanno trovato, in passato, nella carta stampata la propria alcova; la televisione ha distrutto la percezione del tempo che rendeva possibile tutto, ciò a mio avviso. I giornali come devono reagire al mutamento epocale avvenuto? Ritengo davvero un peccato che Repubblica si abbassi al livello berlusconiano-driveiniano: si deve pensare al dopo, ed il dopo non può nascere da una promiscuità simile.

  3. Lorenzo Giglioli ha detto:

    Penso che questa sia la prima volta che capita di leggere un articolo “non in differita”. Mea culpa, che passo da questo blog in modo talmente saltuario da giungere sempre in ritardo di diversi giorni rispetto alla discussione in corso. Oggi sono stato fortunato e con molto piacere posso postare il mio parere. Vorrei soprattutto porre l’accento su questo punto:

    “Esistono e continueranno sempre ad esistere due, o più, verità, ma il mio auspicio è che da una parte esse tornino ad essere proposte con un tono moderato e dall’altra che trovino posizioni meno distanti e più plausibili l’una rispetto alle altre”

    Penso che ormai da diversi anni le parole abbiano smesso di avere il significato che gli spetta. Capisco che con “più verità” si intenda l’esistenza di “più opinioni”, ma già questo è un esempio di ciò che sta succedendo. Non esistono “più verità”. Mai. Esiste “la verità”: esistono i fatti, che sono sempre quelli. Possono cambiare le opinioni ma i fatti restano. In questo paese, l’opinione ha preso il posto dei fatti. Quando Repubblica (o altri) dicono che il Presidente del Consiglio frequenta prostitute (o escorts se preferite) non si tratta di una campagna diffamatoria. Non esiste un modo differente di intendere la cosa. E’ un fatto. Si può dire che fa bene o che fa male, ma non si può confutare il fatto in sé.
    Finché un giornale racconta fatti accertati,credo che svolga semplicemente il suo lavoro. Lancia appelli? Qual è la novità? Dal XVIII secolo i giornali lanciano appelli. I primi gazzettini sono stati inventati per propagare le idee dell’illuminismo. Ciò che importa è che i fatti raccontati siano veri.
    La differenza con Il Giornale si è vista in passato. Con il caso Boffo, il quotidiano di casa Berlusconi ha dimostrati chiaramente di poter pubblicare notizie false. Non opinioni diverse. Notizie false. Lo ha dimostrato ancora in questi giorni: http://www.italianotizie.it/?p=11040.

    Mi chiedo infine cosa occorra fare per “non essere faziosi” in questo paese. Purtroppo, mi sembra che l’idea dominante sia questa: non si è faziosi se si evita di parlare di certi argomenti, di certi fatti scomodi. Sempre Repubblica (lo so che era un esempio, però mi sembra il caso di seguirlo fino in fondo), è stata accusata di “giustizialismo” perché ha osato riportare le dichiarazioni di Spatuzza. Mi chiedo in quale paese europeo tali dichiarazioni non sarebbero state diffuse.
    Concludo, anche perché il discorso si sta allungando inutilmente, che questa caccia all’elettore (o al lettore) moderato credo debba finire. Penso sia giunta l’ora che sia il lettore moderato ad avvicinarsi nuovamente ai temi scomodi, che è brutto affrontare. Per chi non vuole rovinarsi la digestione e cerchi il giusto cerchiobottismo giornaliero (sport nazionale secondo solo al calcio), c’è già il Corriere che svolge egregiamente questo lavoro.

  4. Franco Marzoli ha detto:

    Lorenzo fa un’analisi sostanzialmente corretta del ruolo di Repubblica e del Corsera, e conclude sostenendo “penso che sia giunta l’ora che sia il lettore moderato ad avvicinarsi nuovamente ai temi scomodi”.
    Bene. Bello. Giusto. Peccato che spesso il lettore moderato, proprio in quanto tale, non ne abbia voglia. Si tratta infatti in genere di un rappresentante di quel ceto medio consuetudinario e tradizionalista, caratterizzato dal quieto vivere e dallo scarso senso civico che, per apatia, preferisce il confort del nulla televisivo.
    Il problema per i giornali è che anche questo tipo di lettori, lungi dal chiedere maggior impegno, li sta abbandonando. Rincorrere il lettore di fascia e cultura media porta a spostarsi verso i tabloid (modello del british Sun per intenderci) e la cosa ai fini dell’informazione e della formazione serve ben poco.
    Temo quindi che un foglio indipendente serio, di approfondimento sia destinato ad una ristretta nicchia di lettori e quindi al fallimento.
    Che fare allora? Sento il forte bisogno di un movimento culturale che possa stimolare le coscienze e la partecipazione alla vita pubblica.
    Forse alcuni blog si vanno muovendo in questa direzione (lunga vita a 404!) ma con un grosso limite: quello di essere di fatto riservati ad una ristretta élite di giovani acculturati.
    Come uscire da questa empasse rappresenta un tema non poco impegnativo che sarebbe il caso di affrontare.

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