Bilbobul: il “mondo scritto” a fumetti

di Celeste Bronzetti


Bologna. Primo week end di marzo. Festival del fumetto. Respiro un’aria che mi riporta proustianamente ad un ricordo non troppo lontano. Ma quale? Ah..forse ci sono! Ferrara. Sempre in Emilia, ma stavolta in un’Emilia d’inizio ottobre, ancora intiepidita dalla lunga estate, in quel week end firmato Internazionale, in cui giornalisti da tutto il mondo si riunivano in nome di un’ informazione libera, giovane e culturalmente frizzante.

Da dove riaffiora questo ricordo inaspettato? Qual è il minimo comune denominatore tra quella Ferrara affollata e curiosa e questa Bologna sede di uno dei più importanti Festival della letteratura a fumetti? Apparentemente sembra difficile trovarlo. Eppure girando nei luoghi delle conferenze, ascoltando le parole di alcuni degli autori principali che vi hanno partecipato sono sicura di aver colto un’atmosfera vicina al fermento d’idee che aleggiava nella Ferrara dell’Internazionale. Come allora ci eravamo goduti una ventata d’aria fresca, da protagonisti, al centro di un mondo parallelo a quello asfittico della quotidiana informazione nazionale, televisiva e di testata, mi sembra di ritrovare qui, in queste aule bolognesi, lo stesso bisogno di un nuovo sguardo, la stessa esigenza concreta d’incanalare questo nostro complesso presente in nuove forme di analisi e scrittura.

Sembra come di toccare un’impellente necessità di cimentarsi in nuovi modi di leggere, per confermare, come se la vita di tutti i giorni non bastasse a dimostrarcelo, che il modello occidentale non è onnipotente, che la civiltà della scrittura, del foglio pieno di parole che si legge da sinistra verso destra non è l’unico mondo di scrittura possibile.

Mi concilio timidamente con questa atmosfera, proprio perché avverto sin da subito di essere capitata in medias res all’interno di un mondo, quello dei nuovi reportage a fumetti, che si sta formando da anni e di cui non so praticamente nulla. Sento, empaticamente, che in ballo c’è una forma di saturazione comune, che avverto quotidianamente sulla mia pelle, ma che probabilmente conoscono anche quelli che come me sono incuriositi dai discorsi di Igort, Chapatte, David B. È una saturazione percettiva, quasi fisica, nei confronti d’immagini, parole, informazioni, vere e proprie bombe che rischiano per la perpetua violenza e la rapidità costante con cui ci assalgono nella vita di tutti i giorni di perdere il loro suono significante, di diventare mute, o peggio ancora, di trasformarsi in rumore di sottofondo.

Calvino, non molti anni fa nelle Lezioni Americane, parlava di una forma di pestilenza che stava colpendo il mondo dei media, un’epidemia spaventosa che rischiava di smarrire irrimediabilmente l’intrinseca necessità che dovrebbe essere il nucleo proprio di ogni immagine visiva.

«In un mondo dove l’uso di Photoshop ha portato a ritenere i fotografi dei falsi testimoni, ora un artista permette loro di ritornare alla funzione originale: quella di reporter».

Questa sentenza appartiene all’autore di Maus, Art Spiegelman, uno dei fumettisti che hanno inaugurato il concetto di graphic novel. Ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, Maus dipinge l’allegoria di un mondo esasperato in senso razziale, in cui la civiltà umana è sostituita da una meticolosa società animale, ogni razza ha un preciso ruolo storico e sociale: gli ebrei perseguitati sono topi, i nazisti gatti, i polacchi sono maiali e gli americani cani.

Con questa affermazione Art Spiegelman ci mette di fronte al concetto di “patto di fiducia” che ciascuno di noi instaura con l’autore, leggendo un testo storico o un reportage. Questo patto si regge, da un decennio a questa parte, su presupposti teorici sempre più precari, essendo sotto gli occhi di tutti la potenziale facilità di falsificazione dei documenti e delle stesse immagini fotografiche, mediante strumenti informatici sempre più all’avanguardia.

Chapatte, fumettista cosmopolita che lavora sia per Internazionale che per Le Temps, quotidiano svizzero con un taglio molto innovativo, riprende questa dichiarazione di Spiegelman per spiegare cosa distingue il suo lavoro da quello di un inviato televisivo o di quotidiano. Se l’obiettivo del reportage di guerra tradizionale è quello di riportare i fatti cercando di tendere all’infinito verso un ideale oggettività, quello che fa il giornalista a fumetti è avviare la sua ricerca proprio a partire dalla consapevolezza che l’oggettività è irraggiungibile. Nella sezione a lui dedicata all’interno di Le Temps viene così introdotto il reportage realizzato dopo un viaggio a Gaza nei primi mesi del 2009:

Depuis la bande de Gaza, ébranlée par trois semaines d’offensive israélienne au début de l’année 2009, Chappatte raconte, au-delà des préjugés, le calvaire des populations civiles.

(Dalla striscia di Gaza, lacerata da tre settimane d’offensiva israeliana all’inizio del 2009, Chapatte racconta, al di là dei pregiudizi, il calvario della popolazione civile.)

Questa brevissima introduzione è perfettamente coerente, nella sua concisione, con lo stile dell’artista e dichiara immediatamente la parzialità del suo punto di vista, la pone come presupposto stesso della narrazione. Raccontare la storia dal punto di vista dei civili è una delle costanti principali di tutti i graphic novel ambientati in paesi colpiti dalla guerra: volontà da cui parte anche Palestine di Joe Sacco, In the shadow of no towers dello stesso Spiegelman, To Afghanistan and back di Ted Rall, per citarne solo alcuni tra i più famosi.

E proprio uno dei prossimi lavori su cui si punteranno i riflettori, e non solo quelli della neonata critica della letteratura a fumetti, sarà il prodotto artigianale delle mani e delle matite colorate di Igort, altro fumettista legato all’Internazionale. Si tratta dell’esito di un viaggio durato parecchi mesi nei territori dell’ex Unione Sovietica, in particolare in Ucraina, e racconterà le storie di persone a cui è stato chiesto che cosa ricordavano, con tutto quello che questo verbo implica in quei luoghi.

Anche Igort, tra le fila degli invitati di Bilbolbul, ha toccato il tema del’oggettività parlando di questi racconti: la necessità di raccontare quelle storie attraverso i fumetti si è rivelata nel momento stesso in cui si è trovato ad ascoltarle, l’obiettivo del suo viaggio non era cavarne fuori materia per un libro. Parlando con la gente ha scoperto una voglia comune di raccontare. Lontano da ogni aspirazione d’imparzialità, Igort spiegava di aver piuttosto sentito l’esigenza di capire fino in fondo, vedere, toccare ciò di cui gli parlavano, costruirsene un’immagine. Ecco che i suoi personali interrogativi sono confluiti nell’esigenza di disegnare, costruire una storia a fumetti che potesse rendere conto di quei racconti, senza la pretesa di trovare risposte, ma solo quella di riportare e ricordare. Il problema del come farlo, con quale stile, colori, inquadrature è uno dei fili rossi di tutta la ricerca creativa dei nuovi reportage. In ogni singola scelta stilistica è convogliata una grossa responsabilità interpretativa: Igort l’ha chiamata “il dovere dell’onestà”. L’onestà non implica nessuna pretesa imparzialità, anzi racchiude in sé proprio l’infinita relatività del punto di vista umano e insieme il suo dovere d’interpretare. Colpisce un uso così giusto ed essenziale di questa parola, onestà, immensa ma infinitamente umana, in un mondo dove il significato che porta con sè è spesso nascosto sotto una patina collosa d’inautenticità.

Un certo ricercato fair play mi è parso uno dei fili conduttori più interessanti da seguire in tutto il festival, un bisogno condiviso di usare le giuste parole, i termini esatti per definirsi, depurati da scorie, con un’apertura nuova alla risemantizzazione delle zone comunicative più abusate.

Il dovere di costruire immagini mosse da una necessità interna, che raccontino una particolare relazione tra soggetto e mondo è una delle prerogative impellenti di ogni letteratura, dal romanzo al reportage. Ecco perché credo che qualunque nuovo linguaggio che si mostri all’altezza di questo compito, abbia il diritto di essere seguito e indagato e chiunque lo incontri abbia il dovere di conoscerlo. Se questo comporti una revisione dei canoni, o l’invenzione di nuovi parametri critici per poter definire un libro a fumetti, la letteratura ha il dovere di farsene carico: il fumetto sta dimostrando di poter trattare profondamente molti più argomenti di quelli che l’etichetta di “letteratura per bambini”, a cui è stato condannato fin dalla sua nascita, non gli assegnasse.

Una diffusa e sempre più accentuata contaminazione tra i generi letterari ci ha dimostrato negli ultimi decenni che ogni classificazione rigida risponde solo a mere esigenze nomenclatorie. Siamo chiamati ad aprirci sempre più al concetto d’interdisciplinarità, all’aggiustamento costante dei margini in cui incaselliamo il mondo, a rincorrere il mondo, a finire e poi ricominciarne la storia.

«L’inizio è il luogo letterario per eccellenza perché il mondo di fuori per definizione è continuo, non ha limiti visibili. Studiare le zone di confine dell’opera letteraria è osservare i modi in cui l’operazione letteraria comporta riflessioni che vanno al di là della letteratura ma che solo la letteratura può “esprimere”».

(da Cominciare e finire, Appendice di Italo Calvino, Lezioni Americane)


4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Fede ha detto:

    Complimenti per l’articolo. Vorrei solo aggiungere che a Ferrara si è anche parlato effettivamente di tutto ciò, ho assistito infatti personalmente all’incontro sul graphic journalism a cui partecipavano i citati Chapatte e Sacco. Ho scovato questo video, che cade a fagiuolo: http://www.youtube.com/watch?v=gSgLYtpu_x8.

  2. Franco Marzoli ha detto:

    Leggo un vero piacere l’interessante contributo di Celeste Bronzetti (che saluto cordialmente).
    Dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che il fumetto non rappresenta un’arte minore, ma possa addirittura rappresentare “un nuovo modo di leggere.”
    Pur appartenendo ad una generazione che considerava il fumetto come qualcosa di riservato all’infanzia (e la memoria non può non andare al glorioso “Corriere dei piccoli”) penso che l’analisi di Celeste sia condivisibile. In effetti siamo entrati in un’epoca in cui l’immagine sta via via assumendo maggior rilevanza (a scapito anche delle parola scritta). E’ giusto quindi prenderne atto tenendo presente che è più importante il fine (la comunicazione) che il mezzo (la modalità con la quale si comunica).
    Collegato ci sarebbe il problema dei contenuti…ma capisco che il tema si amplierebbe a dismisura.
    C’è solo un dettaglio dell’articolo che non comprendo bene: perchè viene identificata la lettura con il “modello occidentale”? Come se le altre culture non vi abbiano fatto ricorso…

    1. Celeste Bronzetti ha detto:

      Ricambio il saluto con altrettanto piacere al vecchio amico Franco, che ritrovo come sempre vigile e attento alle sfumature.
      Quello che mi premeva mettere in rilievo parlando di “modello occidentale” e di scrittura era un certo riflesso incondizionato che ci porta spesso ad associare l’etichetta di ‘credibilità’ ai soli documenti scritti e a considerare come di ‘serie b’ tutte le forme di trasmissione alternative. Tra di esse quella orale per esempio (e tu da bravo storico non potrai darmi torto: esistono moltissime civiltà che ancora oggi si fondano su tradizioni trasmesse oralmente), ma non solo: la cultura del manga in Giappone ha un rilievo molto più significativo rispetto a quella del fumetto tra Europa e Usa, considerato fino a poco tempo fa un’hobby da ‘nerd’, una passione di nicchia.
      E a questo aggiungerei che il manga si legge da destra verso sinistra, proprio al contrario di come leggiamo noi di solito..

      Spero di aver chiarito i tuoi legittimi dubbi sul senso di quel passaggio veloce dall’Occidente alla scrittura..

  3. Bellissimo pezzo. Complimenti, Celeste.

    Solo una piccola aggiunta: la cosiddetta “letteratura per bambini” non è solo un mondo minore e privo di novità o di sperimentazioni. Alcuni testi “per bambini” (Rodari in primis, ma non solo) e molta poesia per bambini sono, secondo me, molto interessanti e con un loro valore artistico e letterario. Detto questo, la mia vuole essere solo una nota, so bene che tu non intendevi sminuire la letteratura per bambini.

    PS D’altronde, la sottoscritta ha letto da ‘bambinissima’ le novelle di Calvino, proprio perchè qualcuno pensava che potessero essere apparentate con la fiaba e, quindi, ‘per bambini’.

    Salut

    Claudia

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