28° giornata – Da Zarate a Seedorf

di Marco Stella

Anche questa settimana, non avevo avuto il tempo di verificare cosa stesse succedendo attorno a Lazio – Bari. A dirla tutta, non sapevo neanche che ci fosse Lazio – Bari. Domenica, dopo aver invece scoperto che c’era, sono stato contento nel vedere l’Olimpico pieno. Numero tondo: 50.000. Dopo le varie tempeste di questa tormentata stagione laziale, prima o poi arriva sempre la quiete, ed è bello vedere oggi il pubblico che sta vicino alla squadra in un momento di grandissima difficoltà. Per la prima volta dopo tanti anni la Lazio si trova invischiata nella lotta per non retrocedere, è una situazione del tutto particolare cui nessuno qui è abituato, e c’è bisogno dell’aiuto di tutti. È il 14 di marzo, il sole che oggi copre gli stadi italiani (e a cui l’Olimpico non fa eccezione) dovrebbe essere abbastanza definitivo oramai. Non dovrebbero più esserci colpi di coda invernali. Ci avviciniamo al rush finale del campionato. Più si va avanti, più farà caldo. Più calda sarà l’importanza delle partite. Comincio a intravedere col pensiero di qui alla fine del campionato non solo un Olimpico ancora più pieno di questo, ma anche qualche esodo dei tifosi biancocelesti in qualche parte d’Italia, perché il momento della loro squadra sarà ancora più caldo. Dispiace molto vedere la Lazio così in difficoltà, così come dispiace vederci qualunque squadra. Ma, senza dinamismo, il campionato non esisterebbe. Penso a un esodo che i laziali hanno subito all’Olimpico, qualche anno fa, dai tifosi viola. Quella volta era la Fiorentina ad essere in grande difficoltà (ma eravamo già ben più avanti di marzo), e la curva Sud interamente trasformata nella Fiesole vide materialmente davanti a sé lo spettro della B quando sulla linea di porta il laziale Zauri parò una palla con la mano senza venire punito con cartellino rosso e calcio di rigore. Poi la Fiorentina si salvò.

Penso anche alla stellare scudettata Lazio di Eriksson di dieci esattissimi anni fa. Impossibile non pensare a questa ricorrenza, che oggi suona tanto più dolorosa. Ci avrà pensato forse anche Mauro Zarate, in piedi in curva Nord perché squalificato, a seguire in maniera tanto simbolica la sua squadra e a significare l’estrema particolarità del momento. Reso ancor più speciale in negativo dal fatto che a vincere è stato inaspettatamente il Bari, e almeno ieri i 50.000 non sono serviti. Sicuramente serviranno in un’altra occasione di qui alle dieci che rimangono, quando il sole sarà più caldo e anche la Lazio lo sarà, come il suo momento.

A San Siro invece è sera e sole non può esserci, anche perché il Milan avrebbe ben poco di cui gioire, reduce dalla scoppola di Manchester. Eppure, vedi quanto è relativo il pallone, il morale dei rossoneri è alle stelle. L’Inter ha inaspettatamente perso a Catania e i rossoneri hanno la possibilità di portarsi a uno striminzito punto di distanza. È strano, paradossale, grottesco essere felici dopo il 4-0 di Manchester. Quella partita ha dimostrato l’angustia del calcio italiano di oggi.

Si respira aria di scudetto a San Siro. Fa ridere e fa impressione pensare a questo sovrumano sforzo per superare il piccolo Chievo quartiere di Verona, se si pensa che i veri valori del calcio italiano sono emersi nella imbarazzante superiorità con la quale Rooney e compagni hanno annichilito il Diavolo. Però cosa ce ne frega, adesso c’è il campionato in cui ballare e dobbiamo ballare. Da questo punto di vista mi aspettavo un San Siro pieno, come quello (ma eravamo qualche giornata più avanti, e ne vedremo tra poco di San Siri pieni in quel modo) di Milan – Empoli 4-0 del 1999, penultima aria di scudetto in casa rossonera. Tripletta di Bierhoff, e anche quello (come il suo avversario di quel giorno) non è che fosse uno dei Milan più entusiasmanti della storia. A parte vanno fatti i complimenti a questo meraviglioso Chievo. La sua favola continua ed è fra le cose che rendono affascinante il campionato. Il Chievo di ieri di Di Carlo ricorda fra l’altro il primo grande Chievo che impaurì il Milan a San Siro, quello di Del Neri del 2001-2002. Finì 3-2 per il Milan di Shevchenko, ma quanta paura e un rigore regalato ai rossoneri.

Infine, inevitabilmente, perché qui dobbiamo arrivare: ma che gol ha fatto Seedorf? Molto affascinante e molto curioso che a far sentire il fiato caldo sul collo degli interisti sia proprio l’uomo olandese che sempre nella stagione di cui appena detto un gol così lo aveva segnato a favore proprio dell’Inter medesima. Era quell’Inter – Juve di Sanremo già menzionato un po’ di tempo fa. Non uno, ma due ne aveva fatti così, Clarence, così incredibili, così pazzeschi eppure con una coordinazione tanto semplice, semplice come la sua gioia successiva di entrambi i casi non sfrenata come la quantità esagerata del gol suggerirebbe, ma pacata, da gran signore, col suo culetto a punta. Il 9 marzo 2002 al novantacinquesimo Seedorf aveva pareggiato per l’Inter quella partita con la Juve riprendendo in mano uno scudetto che sembrava andato verso Torino (parole del mio amico nerazzurro che commentò quell’episodio). Stasera lo ha leggermente spostato da quella Milano nerazzurra per avvicinarlo un po’ di più verso via Turati. Affascinante.

Se dovessi giocare una monetina, la darei tuttavia all’Inter ancora vincente in campionato. E vincente a Palermo sabato prossimo.

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