Emilia- rosso cangiante

di Gabriele Frongia


Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l’analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.
P. P. Pasolini, da Nuovi epigrammi, (1958-59)

A poche settimane dalle elezioni regionali non si può fare a meno di lasciarsi andare alle ipotesi, contare quante regioni andranno a destra e quante a sinistra. Già da qualche giorno, infatti, le principali testate nei siti di enrtambi gli schieramenti si sono lanciate nei consueti approfondimenti, ricchi di sondaggi e dati risalenti alle ultime elezioni.

Nel computo generale risaltano le regioni “sicure”, quelle che per storia, tradizione e costumi potrebbero fare a meno di votare. Sembra essere questo il caso, per esempio, del Veneto padano, acquisizione ormai non più recente di una Lega che domina e raccoglie consensi che spaventano la destra berlusconiana e terrorizzano la sinistra; così succede anche per l’Emilia rossa, dove la sinistra governa con costanza ormai da decenni.

Focalizzando l’attenzione su questa regione provando a non fermarsi al dato finale che tende fortemente verso sinistra (62,5% alle regionali del 2005 e 50,0% alle politiche 2008), è interessante vedere come in realtà la situazione comune per comune sia molto più variegata. Due capoluoghi di provincia, Parma e Piacenza, sono ormai da diverse legislature passati al centrodestra.  Inoltre, se si osservano i dati risalenti alle ultime regionali, quelle del 2005, e li si comparano con quelli delle elezioni politiche del 2008 e quelle amministrative del 2009 ci si accorge che, nella regione rossa per antonomasia, qualcosa sta cambiando: Bologna , Modena e Reggio Emilia restano le uniche roccaforti della sinistra e al loro interno gli equilibri stanno mutando velocemente.


La provincia che meglio esemplifica la situazione dell’intera regione è Reggio Emilia, da sempre la più schierata a sinistra, che tuttavia è quella che presenta le maggiori trasformazioni degli equilibri interni. Bisogna sottolineare  in primo luogo che non ci sono stati significativi cali percentuali del centrosinistra (anche se ciò non significa che proprio non ce ne siano stati). Il dato veramente significativo però, almeno per il momento, è interno alla coalizione del centrodestra( PDL e Lega): la Lega è passata dal 4% nel 2005 all’ 8,5 % alle politiche del 2008 fino a giungere ad un impressionante 15 % nelle amministrative del 2009 mentre il PDL è sceso dal 23,6% al 18,7%. Certo, niente di impressionante se confrontato con la situazione di altre regioni dove la Lega e il PDL insieme raggiungono maggioranze schiaccianti, ma questi dati diventano a mio avviso interessanti se vengono  messi a confronto con l’idea che solitamente si ha dell’Emilia e in particolare proprio di Reggio: covo di comunisti ex brigatisti ex partigiani per alcuni o isola felice, sole dell’avvenire, per altri. Non è più così ormai da tempo.

A Reggio non c’è stato uno spostamento di voti verso la Lega come risulta dalla comparazione dei risultati elettorali degli ultimi 5 anni; non ci sono state, ovvero, conversioni significative in chi da sempre ha dato fiducia alla sinistra. Questo anche perché la sinistra ha avuto qui la possibilità di governare bene, non lasciandosi andare ad un’edulcorazione degli ideali, come invece è accaduto nella maggior parte dello stivale. A Reggio in poche parole, così come a Modena e a Bologna, chi vota a sinistra sa chi votare, sa che il voto, almeno per quanto riguarda le elezioni amministrative, lega elettore ed eletto in una comune visione del mondo, evitando così al primo di doversi “tappare il naso” per scegliere il male minore una volta giunto alle urne. Forse è proprio questo che rende l’Emilia una mosca bianca nel panorama nazionale, ma qualcosa si sta muovendo. E a muoversi, paradossalmente, sono i consensi degli stessi giovani che in Puglia hanno dato prova di un elevato senso civico esprimendosi in un plebiscito a favore di Vendola. In Emilia i giovani vanno in direzione opposta: si muovono verso la Lega del Senatur. Sono loro la nuova forza verde che sta crescendo di anno in anno nel seno dell’Emilia rossa. In particolare, la generazione nata nella decade ’85 – ’95 esprime la propria preferenza politica per la Lega Nord. Non dico la maggioranza, sarebbe assurdo pensare ad uno spostamento così macroscopico, ma l’aumento in percentuale è preoccupante. 

Troppo spesso si pensa all’Emilia come a una terra dalle mille risorse socio-culturali dove il 25 aprile è la festa più importante dell’anno, molto più del 25 dicembre, dove ogni paese ha la propria festa dell’Unità affollata di giovani che bevono lambrusco, mangiano pane e salame e cantano “Bella Ciao”. Q ueste cose non smetteranno mai di essere vere da un giorno all’altro, sono ancora così nella maggior parte dei casi ma anno dopo anno il loro senso si affievolisce e diventano sempre più gusci vuoti e stereotipati di un’espressione omogenea di pensiero che va perdendosi, o per lo meno diminuendo, sopratutto nei giovani.

Inevitabile trarre anche la conclusione che, dopo il PC, i soggetti politici di sinistra che si sono succeduti hanno avuto una minore capacità di radicamento territoriale, che sono stati via via meno capaci di instaurare un dialogo concreto e proficuo con le nuove generazioni allontanandosi sempre più dai giovani e lasciando un vuoto di aggregazione politico-sociale inconsueto nella tradizione emiliana, regalando così spazi liberi alle nuove forze politiche di destra che cominciano ora, in questi anni, a fruttare consensi tra i giovani sempre maggiori.

Aspettando i risultati delle prossime elezioni regionali, ormai vicine, invito a prendere in considerazione i risultati dell’Emilia con un occhio diverso. Non, cioè, come la vittoria schiacciante della sinistra in una regione che sarà sempre fedele e che continuerà in eterno a essere centro sperimentale di quello che potrebbe fare la sinistra in tutta Italia, ma come una regione che sotto un alone rosso è in continuo mutamento e  sta affrontando una forte crisi che, senza interventi, peggiorerà irreversibilmente con il passare degli anni.

Infine, se permettete in chiusura una considerazione da chi in Emilia ci è cresciuto e ha imparato a viverci, sarebbe davvero un peccato perdere quell’insieme di tradizioni, storie e suggestioni che l’Emilia ha sempre conservato, trasmesso e regalato alle generazioni che ci hanno vissuto e a quelle che hanno sorriso pensando alla rossa Emilia. Questo articolo propone appunto di cambiare il modo di osservare da fuori l’Emilia e di mandare un messaggio a chi vivendoci ha la stessa visione alquanto stereotipata di chi la osserva da fuori.

foto by Gabriele Frongia

sempre su questi lidi, fresco di giornata: le padanine

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Ciocci ha detto:

    concordo con l’analisi, però rimane che il forte spostamento non è dovuto a fattori interni alla regione, ma agli stimoli che provengono da fuori e che interessano tutta l’Italia, perché spostamenti del genere sono sempre più comuni in ogni territorio. Il persistere di una sinistra di governo deve essere considerato quindi come un premio a quello che ha fatto negli anni e non come adesione fideistica, perché sempre più con il ricambio generazionale questa sta venendo meno.

  2. maura ha detto:

    complimenti,Gabri:un bell’articolo,una buona analisi, anche Oreste concorda,scrivi sempre;noi non mancheremo di leggere. un abbraccio Maura

  3. tom ha detto:

    “…E infine il mio quartiere dove il PC prendeva il 74 % e la DC il 6 %…”
    Bravo Gabri.
    T.

    P.S.
    Almeno in Toscana la roccaforte tiene duro.

  4. Franco Marzoli ha detto:

    L’analisi sociopolitica di Gabriele Frongia mi sembra valida e in gran parte condivisibile. Concordo però con l’obiezione di Ciocci che consiste nel sottolineare come certi fenomeni (come il crescente consenso alla Lega) stanno rivestendo ormai carattere nazionale.
    Ho la netta percezione che la Lega risulterà la vera vincitrice delle prossime elezioni con esito maggioritario nelle regioni del Nord e con una reale affermazione anche in quelle centrali. Anche perchè la Lega beneficerà di una parte della diaspora dal PDL il cui elettorato stanco di scandali, di approssimazioni e di tensioni interne sarà tentato dal dare il consenso ad una forza politica che appare come intransigente, identitaria, pulita, e socialmente aperta.
    Sarebbe ora quindi di porsi seriamente il problema del suo successo e della vasta condivisione dei valori che essa propone.
    Teniamo anche presente che attualmente la Lega rappresenta forse l’unica formazione con un’autentica base popolare.
    L’elettore della Lega non è distratto e incompetente come spesso risulta essere quello berlusconiano, ma al contrario conosce bene quelle che sono le posizioni di Bossi & Co.
    Prendersela con il popolo rozzo? Lasciamolo fare agli aristocratici e ai radical-chic….
    E allora? Mi verrebbe da dire che il problema in questo caso sembra più di natura pre-politica e cioè facente capo ad una evoluzione di una società che dimostra di volersi opporre alla globalizzazione (delle culture, degli scambi, della finanza…)
    E’ forse ora che anche da sinistra ci si ponga questo problema, non per muovere sterili accuse, ma, più semplicemente, per cercare delle risposte.

  5. Alberto Scozzesi ha detto:

    “Ma, cane affamato, difende il bracciante
    i suoi padroni, ne canta la ferocia….”

    Complimenti Gabri…tieni botta!

    mi piacerebbe descrivessi in modo sintetico e volutamente plastificato un esempio di Montecchio a noi comune, qualunque….in tre passi i suoi nonni i suoi genitori, lui!

  6. il Marzuk ha detto:

    Ciao Gabriele, basta abitare a venticinque chilometri di distanza da Reggio Emilia, per notare che ancora sussistono in questa città (e soprattutto nella sua popolazione) schemi, abitudini, tradizioni che la rendono (per quanto ancora?) difficile da espugnare da parte del cosiddetto progresso che vuole le città in continuo sviluppo ed evoluzione a scapito delle proprie radici.
    Tralascio buona parte della tua analisi approfondita su tutta l’Emilia e mi soffermo su un tuo dato: l’aumento preoccupante della percentuale dei giovani che virano verso il celodurismo dei vari Borghezio, Bossi, Maroni e via dicendo.
    Secondo me, al di là dei proclami leghisti (beceri, comunque, pur senza volere offendere chi vi crede) ai leghisti va riconosciuto una grande capacità di essere “radicati” nel territorio, presenti quotidianamente nella vita delle persone.
    Gli slogan e le manifestazioni leghiste offrono ai giovani possibilità di identità, di sentirsi parte.
    Cosa che i partiti di oggi non riescono più a fare.
    E i giovani, infatti, esulano là dove è possibile ritrovare un’identità forte: il branco, le curve dello stadio, i gruppi neo nazisti. E non è che li ritenga uguali ma certamente un dato uguale li caratterizza.
    La grande responsabilità degli adulti (ormai vecchi, ma decisissimi a mantenere le leve del potere nelle loro mani) è appunto quella di avere distrutto le possibilità di identità che erano presenti in religioni, partiti e sindacati in nome di una brodaglia melensa bipartisan, di un “politicamente corretto” insulso e stomachevole.
    Nelle feste dell’unità, oramai, non si suona più bandiera rossa o l’internazionale e sono presenti gli stand della Fiat o delle pelliccerie.
    Non si parla più di classi e tantomeno di lotta di classe. Anche se la lotta di classe non deve essere per forza una rivoluzione sanguinolenta: potrebbe fornire una possibilità di avere chiaro dove si è e dove si deve andare e con chi.
    In una parola, avere un’identità ben strutturata, sentirsi parte di.
    Ciao Gabriele, a presto!!

  7. Franco Marzoli ha detto:

    Mentre condivido sostanzialmente le considerazioni di Marzuk in merito alle motivazioni che spingono parte dei giovani verso la Lega (sulle quali peraltro vi è già stata abbondante discussione su questo blog), muovo qualche obiezione sulla seconda parte dell’intervento. E cioè
    che gli “adulti” avrebbero distrutto le possibilità identitarie in nome del politically correct, e il fatto che nella sinistra parlamentare non si inneggi più alla lotta di classe.
    – Separare un ipotetico mondo adulto da un altrettanto ipotetico mondo giovanile mi sembra rapresenti una generalizzazione impropria. Entrambi questi mondi sono infatti variegati per ideologia,identità, latitudine ecc…
    – Il politically correct nasce e si sviluppa sopratutto nell’area di sinistra in nome di una tradizione laica, tollerante e riformista che nasce sostanzialmente dai principi dell’illuminismo. E’ proprio il caso di rifiutarlo drasticamente? E non c’è il rischio in questo caso di cadere proprio nelle semplificazioni del leghismo o della destra più rozza?
    – E’ vero che la sinistra parlamentare non fa più riferimento alla lotta di classe. Ma a questo punto dovremo inanzitutto individuare e definire le classi sociali all’interno delle società terziarizzate. Dove sono ora la borghesia e dove la classe operaia? Penso che solo una ridotta parte della popolazione possa essere correttamente inserita in questo tipo di classificazione.
    A quale classe appartengono ora un insegnante, un impiegato, un negoziante, un artigiano….?
    La società in realtà è estremamente composita e a macchie di leopardo (cfr ai numerosi saggi di Daherendorf). Una forza politica progressista deve sapersi fare carico di questa complessità.

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