Baggio dentro il suo romanzo (Seconda parte)

di Marco Stella

E il ragazzo la carriera la fa. E conquista definitivamente anche i tifosi della Juventus. Segna, incanta, esplode, è capitano, è leader, si consacra definitivamente. Vince il Pallone d’oro nel 1993; nello stesso anno la Coppa Uefa; nel 1994 da solo porta l’Italia alla finale dei Mondiali; nel 1995 vince lo Scudetto. Ma la Signora a questo punto ha già fatto in casa il suo sostituto, che si chiama Alessandro Del Piero; così, senza troppi traumi, Baggio inizia il suo destino di vagabondo e passa al Milan.

Baggio è  stato il campione di tutta l’Italia anche proprio perché non ha avuto un solo amore in carriera. Non è che ci sia un logico filo conduttore in questo girovagare di squadre e di piazze tutte nemiche fra loro, dalla Fiorentina alla Juve, dalla Juve al Milan, e poi un po’ più in là anche all’Inter. Però purtroppo il calcio è purissimo soltanto nelle fantasie dell’infanzia. Baggio adulto doveva guadagnarsi il pane e non poteva fare altrimenti. Certo, per i tifosi della Fiorentina non è stato bello vederlo con la maglia della Juve, per quelli della Juve non lo è stato vederlo con quella del Milan, per questi ultimi due non è stato bello vederlo con quella dell’Inter. Oggi guardo con estremo piacere e curiosità a Baggio proprio perché è trascorso del tempo a sufficienza perché fosse possibile canonizzarlo e staccarsi definitivamente da queste invidie e antipatie di tante maglie diverse. Si può raccontare la sua storia definitivamente. Si possono vedere questi dvd, casomai. Ciascun tifoso di ognuna di queste maglie conserva privatamente il suo ricordo felice con Baggio, senza che gli echi delle altre maglie siano lì a intaccarlo. Perciò tutti lo amano e chiunque avrebbe voluto averlo in squadra.Di Vicenza, primissima maglia di Baggio, lasciamo dire alle immagini e ai racconti di chi ne sa meglio di noi.

Di Firenze abbiamo detto.

Di Torino abbiamo detto.

Di Milano sponda rossonera diciamo che anche lì Baggio vince uno Scudetto, guarda caso in una partita contro la Fiorentina. Ma siamo ormai nel 1996: è passata una vita dai tempi di Firenze. Ormai Baggio è un uomo. Deve guadagnarsi il pane e la nostalgia per il viola è soltanto un ricordo.

Di Bologna c’è la ricomposizione della fascinosa coppia con Beppe Signori, loro due di nuovo assieme come avevano fatto sognare gli italiani per Italia – Spagna 2-1 del Mondiale americano. E c’è anche che nel giorno in cui la Juve festeggia il suo tormentato venticinquesimo scudetto Baggio con la maglia rossoblù con i capelli più corti quasi senza codino rischia seriamente di rovinare la festa, con un gol bellissimo nel suo vecchio Delle Alpi. Non sarà l’unica coltellata contro Madama.

Di Milano sponda nerazzurra vi diranno soprattutto che c’è la notte di Coppa contro il Real Madrid; ma io vorrei invece ricordarvi della convivenza con l’odiato Lippi, che pure Roberto era calorosamente corso ad abbracciare dopo la punizione del 2-1 a Dortmund nella semifinale Uefa del ’95. Adesso invece Roberto e Marcello non si amano più. Marcello lo tiene in panchina, ma una volta a Verona si decide a farlo entrare e come nel suo romanzo Baggio gli fa vincere la partita. Oppure, sempre a Verona, Roberto con una doppietta qualifica l’Inter alla Coppa Campioni dell’anno successivo e così si fa amare in eterno anche dal popolo nerazzurro, nonostante i vecchi trascorsi bianconeri e rossoneri.

Di Brescia c’è tutta una quadra attorno a lui, c’è il suo amato Carlo Mazzone, c’è che chiude la carriera giocando vicino casa. C’è che porta la squadra a raggiungere una salvezza insperata. C’è che il Grande Roberto padrone del mondo ex Pallone d’oro chiude con umiltà la carriera in una squadra di provincia, e non gioca per vincere un campionato del Mondo ma per evitare la serie B. C’è che ad un certo punto di una delle stagioni si fa veramente male, e nessuno pensa che possa rientrare in tempo per dare un altro aiuto alla squadra. Invece come nel suo romanzo Roberto col codino coi capelli oggi bianchi rientra in una partita guarda caso contro la sua ormai vecchissima Fiorentina ridotta a pezzi e sull’orlo della retrocessione, e segna non uno ma due gol, condannandola. Ma ormai è tardi, molto tempo è passato. Oggi conta solo Brescia, la salvezza, questo epico 3-0 alla Fiorentina, il rientro con tripudio. C’è forse soprattutto quello che su youtube impazza come il gol più bello di tutta la sua carriera, uno stop da una palla altissima proveniente da metà campo, uno stop che è contemporaneamenente un dribbling al portiere laddove leggenda vuole che qualunque altro giocatore avrebbe invece tirato banalmente in porta; e la palla delicatamentre infilata in rete. E soprattutto quello è un gol tanto bello quanto importante. È l’1-1 di uno Juventus – Brescia quando la partita è quasi finita. Questi due punti persi costano veramente lo Scudetto alla sua vecchia amica bianconera. Un altro corso e ricorso storico pazzesco, scritto con l’ultima maglia della sua carriera.

Il ragazzo ha fatto forse una carriera leggermente minore di quanto si attendeva, perché le difficoltà sono state mille, perché ha avuto tanti infortuni; ha forse vinto poco, solo due scudetti un pallone d’oro e una coppa uefa, non ha vinto né il Mondiale né la Coppa Campioni, ma ha vinto Lui, oggi, definitivamente, a Brescia.

Impossibile dire tutto su Baggio solamente in un piccolo articolo. Questo vuole essere piuttosto una breve panoramica che coglie l’occasione dell’apparizione in «Gazzetta» e che vuole fungere da viatico verso una riapertura di quei profumi anche per tutti i lettori. A tal proposito vorrei solo ricordare l’esistenza di una sua autobiografia, intitolata Una porta nel cielo e uscita nel 2001, e una bellissima puntata di Sfide, di qualche anno fa, interamente a lui dedicata.

«Non ho più fretta. La porta è aperta e posso far uscire le mie vecchie emozioni. Le immagini e i profumi della mia vita.»1

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandro ha detto:

    la fiaba di roberto nasce nel solco di una sofferenza che prima del resto lo rende eterno.
    la sofferenza è una cosa strana, tremendamente interclassista riguarda i ricchi come i poveri, in qualche modo, sempre senza eccessi, li accomuna, li rende uguali.
    quel che colpiva di baggio però era la sua docile timidezza che contrastava così fortemente con quel carattere inflessibile ed indomabile (qualcuno dirà un perfetto buddista).
    a me negli occhi resta san siro alla sua partita d’addio (Milan-Brescia 0-0), in piedi che applaude, omaggia e tributa ad un eternamente giovane ragazzo l’alloro degli dei.
    E resta Siena, il Franchi pieno, gremito di gente venuta a vedere Roberto Baggio: l’ultimo che portava gente negli stadi, l’ultimo che emozionava prima di stupire, l’ultimo che raccontava calciando l’altro mondo della tenace delicatezza dei sogni.

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