Parola d’ordine: Oi! Oi! Oi!

di Tommaso Ghezzi

Uno dei più grandi fraintendimenti del ventesimo secolo riguarda gli Skinhead e la loro inclinazione filosofica. Oggi non si può fare a meno di collegare le “teste rasate” all’ala estremistica di destra, ignorando lo sviluppo storico che ha avuto negli ultimi quarant’anni questo movimento inglese, il quale ha rischiato di divenire molto più incisivo del punk.

Traccerò qui di seguito quelli che sono stati i punti chiave dell’evoluzione del movimento, cercando di far capire come la società contemporanea ha bisogno di stereotipare la popolazione, in modo da rendere lecito il proprio additare negativamente un modo di essere, generalizzando tutte le sue sfaccettature quando quest’ultimo diventa “pericoloso” per la solidità dell’assetto sociale e per la tranquilla vita di un paese.

Sul finire degli anni ’70, Londra era popolata da migliaia di ragazzetti con le teste rasate; perennemente avvolti da camicie a scacchi, bretelle, jeans stretti con rovescia alle caviglie e anfibi Doctor Martens a dieci buchi. Il movimento Skinhead era diventato di massa, lanciato alla ribalta dalla mentalità Punk Rock che infiammò la città nell’anno di grazia 1977. La capitale del Regno Unito in quegli anni era il fulcro di movimenti sub culturali più prolifico del pianeta; Carnaby Street era ormai mitizzata e la Swinging London aveva regalato al mondo realtà come i Rolling Stones e i Beatles. L’impatto sociale che aveva avuto il R’n’R sulla popolazione giovanile europea trovò l’estrema carica sovversiva di refuse nel movimento punk, lanciato dallo stile ultranichilistico e caotico dei Sex Pistols, il cui celeberrimo primo e unico album “Nevermind the Bollocks” esce nell’ottobre 1977; l’asse territoriale del centro culturale londinese si sposta dalla modaiola Carnaby Street all’universo Underground di Camden Town a North London.

Quello che Jhonny Rotten urlava sopra il palco era il suono della rabbia, dell’alienazione e dell’emarginazione dei ragazzi cresciuti nella società inglese del secondo dopoguerra; senza esagerare si può considerare l’espressività del punk una delle più efficaci e concrete tra quelle dei movimenti artistici della seconda metà del ‘900. Tuttavia la politicizzazione del punk è un argomento spinoso: il background culturale che sta dietro al movimento originario (quello del ’77 per intendersi) non è anarchico, come la concezione universalizzata lo ha dipinto per gli ultimi 30 anni; in verità alla base delle urla dissonanti e delle plettrate dirette e violente, c’è un radicato nichilismo autodistruttivo che è anarchico solo per istinto caotico (destruens) e non per ideale socio culturale (construens).

Per i Londinesi il modus di quest’opposizione così viscerale e anarcoide nei confronti della monarchia britannica non era nuovo.  Nel decennio precedente i Rude Boys, i Mod e i Rasta delle periferie inglesi ricordavano molto l’attitudine ribelle dei punk rockers:  nei sixties i sobborghi di Londra erano trafitti da centinaia di Tower Block, in funzione di quartieri popolari, simbolo di una brutalità architettonica che relegava la Working Class inglese in una posizione di degrado insolubile. I figli della classe proletaria di quel periodo vennero identificati come Trojan Skinhead (citando, come punto di legame, l’etichetta discografica Trojan Records che produceva dischi di riferimento per questa particolare sottocultura), i quali mantennero il loro aspetto original, distaccandosi sia dal successivo revival post-punk sia dalla deviazione politicizzata ed estremistica.

Questa tribù metropolitana si rasava a zero per questioni igieniche ed usava anfibi molto resistenti per i lavori massacranti con i quali si guadagnavano da vivere; rivendicavano i diritti dei lavoratori e più in generale degli individui. Musicalmente il punk non esisteva negli anni sessanta (o almeno non era ufficializzato dalla critica, sebbene si possano individuare sonorità proto-punk in moltissime band di quegli anni) e le prime comunità Skin si riconoscevano in generi dichiaratamente di protesta (rock steady, ska, Reggae) con un inclinazione Against che verrà recuperata ed estremizzata dai Punk. Importante è notare come le comunità Jamaicane, formatesi negli stessi luoghi, si inserirono all’interno delle collettività skinhead; ciò dimostra come l’integrazione razziale fosse uno dei punti cardine dell’ideologia Skin.

Nel 1978 Judge Dread, cantante reggae bianco, proveniente da quel crogiuolo etnico che era Brixton, compose una canzone intitolata Bring Back the Skins. La canzone divenne un coro da stadio, un inno che gli esponenti del proletariato intonavano ubriachi fuori dalle birrerie di Londra. Il coro veniva accompagnato spesso dal grido divenuto poi marchio di riconoscimento della cultura Skinhead, quell’ “Oi! Oi! Oi!” (“Hey” in slang sottoproletario londinese) che è divenuto un genere musicale; il Punk Oi!, per l’appunto. Gli Sham 69 (primo gruppo punk ad entrare nella top ten britannica) divennero la band di riferimento per i nuovi Skins e il movimento aveva assunto ormai dimensioni di massa.

Fu proprio questa massificazione che indusse i sinistrosi borghesi e salottieri a corrompere il movimento; gli Skinhead vennero bollati come fascistoidi e/o neonazisti, per la loro attitudine violenta –ricordo che restano pur sempre figli del punk distruttivo – manifestata soprattutto durante le partite di calcio con il fenomeno Hooligans. Il giudizio negativo con cui la stampa borghese aveva tentato di segare il movimento, non fece altro che peggiorare le cose; i membri del fronte nazionale Inglese, che alla fine degli anni ‘70 e nei primi ‘80 muoveva una protesta nei confronti degli immigrati pakistani a Londra, iniziarono ad atteggiarsi a “Teste rasate”, inserendosi come “Skins di destra”(o Bonehead), a tal punto da avvallare nella concezione di massa la sinonimia tra Naziskin e Skinhead. Da allora i Trojan Skinhead hanno da sempre rivendicato l’origine interrazziale e operaia del movimento, sottolineando la loro apoliticità.

La solidificazione del movimento Skin di estrema destra portò gli oppositori a determinare un assetto politico più radicale ed opposto; così negli anni ’80 si instaurarono vere e proprie organizzazioni politiche come i RASH (Reds and Antichrist Skin Heads), o gli SHARP (Skinheads Against Racial Prejudice) o, più recentemente, gli EGSA (European Gay Skinhead Association).

In ogni caso, ad oggi la considerazione univoca di Skinhead come Nazi è errata; lo dimostrano le continue manifestazioni di Skinhead antifascisti che rivendicano la neutralità politica comunque supportata da chiare posizioni ideologiche come l’integrazione delle minoranze e la lotta per i diritti umani. Musicalmente le inclinazioni Original Skinhead (Ska, Reggae,Rock Steady, Rockabilly) sono state soppiantate da generi molto più violenti; il Punk Oi! si è sempre più emarginato, soppiantato ormai dal più generico e aggressivo Hardcore, suonato sia con modalità da vecchia scuola Punk sia, soprattutto negli ultimi tempi, con la brutalità del metal.

In Italia il movimento ha avuto inaspettatamente successo, soprattutto grazie al confronto che i nostri Ultras hanno avuto negli stadi con gli Hooligans durante gli anni ‘80. Tuttavia ci possiamo benissimo accorgere come nel nostro paese il movimento ha da subito introiettato nei suoi capisaldi il fascismo e il nazionalismo estremo; il primo centro sociale organizzato, infatti, viene alla luce a Verona, con l’egida del Fronte Veneto Skinhead (Costola del Movimento Sociale Italiano) nato nel 1986, in seguito alla nascita del coordinamento europeo White Noise.

Gli Skins di sinistra, in Italia, nascono per opposizione alla dilagante cultura di destra, che intacca il movimento per tutto il decennio ’80, piuttosto che come germoglio autonomo.   Già negli anni ’80, nella scena underground italiana, si erano fatti avanti i Nabat di chiara ispirazione anti-nazi, i Klasse Kriminale delineati da una tendenza Street Punk e Oi! e, a loro modo, i Banda Bassotti fautori di un rock militante di strada, si inseriscono nella scena Skinhead della penisola.La cultura Skinhead Italiana è oggi legata soprattutto al mondo degli stadi e alle attitudini correlate a questo universo.

C’è un bellissimo libro di Nanni Balestrini intitolato I Furiosi (Bompiani, Milano 1994) che ricalca in maniera “verista”, con tanto di tecnica di estraniamento, le attitudini degli Skins italiani negli anni ’90. Consigliato.

6 Comments Add yours

  1. Gianpy ha detto:

    BRAVO! BRAVO! BRAVO!

    Non posso dirti altro.
    Perchè come hai scritto all’inizio dell’articolo nel nostro paese se dici Skinhead il 90% delle persone pensa al fascismo o al nazismo.
    Ho avuto e ho la fortuna di frequentare serate dove sono presenti molti skinhead (SHARP o RASH) pur non essendo io stesso uno skinhead ma solo perchè amante del norther soul, dello ska o del reggae (è per questo che a volte mi chiedo: ma certi skinhead che si professano di destra e ascoltano questa musica, lo sanno che origine ha? :-P).
    In questa stagione musicale al Sonar, mi sono perso i Nabat ma mi sono visto gli Attaccabrighe.
    Personalmente poi mi piace ascoltare anche i vecchi e cari Los Fastidios.

    Spero di avere l’occasione di incontrarti, per parlare un po’ di queste cose sia musicali che per quanto riguarda skinhead, ma anche mods o altri movimenti che una volta erano catalogati come “underground”.

  2. Niccolò ha detto:

    Ci sono un po’ di luoghi comuni (nutriti soprattutto dai vecchi e “cari” Los Fastidios) comunque anche se la storia è ricostruita abbastanza bene. Ci sono cose opinabili e qualche errore (RASH significa red and anarchist skinheads non antichrist, il pakibashing non era affatto politicizzato e altri) però quantomeno qualcuno cerca di sdoganare cliché ben più gravi. Il fatto è che parlare di skinhaedismo è sempre antitetico. La strada non si commenta si vive. E’ però a mio avviso profondamente giusto che chi non la viva possa parlane e tentare di capirla.

  3. marco ha detto:

    Complimenti Ghezzi

  4. Alex ha detto:

    l’ho letto tommaso. so davvero poco degli skin head, comunque complimenti

  5. 14skinhead88 ha detto:

    Caro blogger, la descrizione ,a onor del vero, è ben curata, con i dovuti passaggi storici e quel che c vuole per descrivere adeguatamente questa way of life. Tuttavia devo ricordarti che: nonostante gli skins siano nati dai vecchi Rude e fossero il prodotto della mescolanza con la più bassa working class è doveroso ricordare l’ onnipresente nazionalismo(in contrapposizione al relativismo hippy), infatti la Union Jak era presente ad ogni concerto, curva o raduno.Inoltre la componente jamaicana o nera era ben esigua,infatti nelle foto dei vari concerti e ritrovi il Nero era ogni 10 persone(la maggior parte si dava rasta o restava rude).Volevo ancora precisare al primo ke ha commentato che tutti gli skin88 e fascisti vari si rifanno all’ oi!(musica da skin e x gli skin) e al punk,come vera rivolta(non al reggae da cannati).Ci rifiutiamo di fare del fenomeno skinhead uno stile di vita da catalogo postalmarket,come fanno già i cari original,rash e sharp (il wwf dei negri )devoti al political correct e amorevoli verso quei 4 (su quanti skin?)negretti che frequentavano gli ambienti oi!.Siamo invece i veri skin, nazionalisti come i primi, frequentatori dei bassifondi, uniti coi punk e vogliosi di spakkare voi fighetti da centro sociale,cannati,anarchici,omosessuali e perbenisti. 0i!4life

  6. sil ha detto:

    Caro 14skinhead88, la prossima volta che ti va di commentare, evita gli insulti inutili e ignoranti, ché proprio non se ne sente il bisogno.

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