Il paradosso dell’ombrello

di Viola Caon

Siena – Piove e fa freddo mentre cammino per via Pantaneto. Cerco di ripararmi senza successo dagli schizzi dei suv che mi sfrecciano accanto e le cuffie del mio mp3 fanno cilecca per l’ennesima volta, la terza nell’arco dell’ultimo mese. Le ho comprate sempre nel negozio cinese che si trova proprio a metà della via che sto percorrendo. Uno dei quattro, per la precisione, tra negozi tuttologhi di abbigliamento e di cibo take-away che sono comparsi negli ultimi anni in città. Una presenza significativa per una via così corta. Significativa, centrale, comoda e, soprattutto, economica.

È per questo che adesso, visto che piove, fa freddo, sono senza ombrello (anche quello si è rotto per la terza volta di fila in un mese) e soprattutto senza musica nelle orecchie, non ci penso due volte e mi rinfilo nel primo negozio cinese che incontro. Un odore di plastica inconfondibile mi accoglie non appena varco la soglia, misto a quella tipica e inaspettatamente conturbante sensazione di varietà e confusione nella quale convivono vestiti, scarpe, lettori mp3, oggetti prendi-scossa (ebbene sì, basta toccarne la punta e un’irrinunciabile scarica elettrica ci percorre tutto il braccio!). Mi districo abilmente dalla tentazione di comprare una confezione intera di elastici per capelli coloratissimi (ma non ne ho già una a casa che devo ancora aprire?), resisto all’idea di accendere il gas con un sobrio accendino dalla forma fallica e finalmente arrivo al punto: cuffiette bianche e rosa e ombrello rosso. Proprio uguali a quelli che ho buttato nel cestino nell’arco dell’ultima ora, per un totale di 8 euro, 5 le cuffie e 3 l’ombrello.

Arrivata a casa, mentre accendo il gas per scaldarmi un tè con un comune accendino bic, un dubbio si insinua infidamente a guastare il mio senso di compiacimento per avere fatto l’ennesimo affare avendo speso solo 8 euro per ben due articoli: quanto dureranno stavolta? Quanto tempo passerà prima che io spenda di nuovo 8 euro, rispettivamente 5 per le cuffie e 3 per l’ombrello?

Faccio mente locale e mi accorgo che da un mese a questa parte ho già speso 24 euro per sostituire tre paia di cuffie e tre ombrelli che continuavano a rompersi a cadenza regolare. Quando è iniziata questa spirale che, a ritmo costante, mi porterà a spendere 288 euro in un anno per comprare cuffiette e ombrelli tutto sommato di pessima qualità? Da quando ho smesso di riceverli come regalo di Natale da nonne e parenti di vario grado, i quali spendevano tra i 15 e i 20 euro di ombrello e tra i 7 e 10 di cuffie. Entrambi gli articoli, a scanso di perdite dovute a sbadataggini personali, duravano almeno un anno. 20 euro annui contro i 288, seppure volutamente provocatori e ipertrofici, dei negozi cinesi. Onde evitare ogni tipo di fraintendimento che tacci quest’articolo di razzismo, specifico fin da ora che il discorso può, anzi deve, essere allargato a tutta quella catena di esercizi commerciali che fa del risparmio il proprio nucleo propulsivo: outlet, centri commerciali, discount e simili.

Detto ciò, da dove viene l’impulso irrefrenabile alla ricerca cieca del cheap, talmente cieca dall’offuscare una semplice e elementare comparazione di prezzi come quella fatta sopra, che da sola basterebbe a farci tornare sulle nostre posizioni?

Ellen Shell nel suo saggio-inchiesta Cheap: The High Cost of Discount Culture, citato nell’introduzione dell’ultimo libro di Federico Rampini Slow economy dice che sarei vittima del fenomeno per cui “il prezzo basso diventa un fine in se stesso, dà un senso di vittoria. Ma ahimé, è solo un’illusione.” La Shell infatti sottolinea che agli occhi dei consumatori niente è effettivamente economico, dal momento che non si ha mai un’idea di quanto sia costata la produzione dell’oggetto che stiamo acquistando.

In effetti, a pensarci bene è proprio così: quando compro il mio ombrello cinese a 3 euro non so quanto tempo c’è voluto a fabbricarlo, quanto e se sono state pagate le persone che ci hanno lavorato, quanto sono costati i trasporti per portarlo in Italia ecc. Tutto quello che so è che costa 3 euro, ovvero molto meno della metà di un ombrello che potrei trovare ad esempio alla Benetton. Tanto mi basta e poco importa se la pessima qualità del prodotto mi porterà a ripetere la spesa un numero di volte tale da sorpassare il rapporto qualità-prezzo dell’oggetto di marca. È su questo principio che si innesta quello che Rampini chiama “il capitalismo cheap”, ovvero la logica di consumo ad oltranza a cui la ricerca esasperata del risparmio è strettamente funzionale.

Il meccanismo è più o meno il seguente: quando vado a comprare qualcosa, non mi interessa che sia di buona qualità, che sia prodotto nel rispetto di etiche professionali e così via, mi interessa che costi poco, il meno possibile. Portato all’esasperazione, il meccanismo diventa cieco e porta all’acquisto sfrenato e frequente di qualsiasi cosa, sia essa utile o inutile: “tanto costa poco”.

Oltre alle palesi derive consumistiche di questo atteggiamento, i “danni” che ne derivano possono interessare un altro aspetto, meno comunemente dibattuto di quello economico, ma altrettanto importante e indicativo: la questione estetica, nel senso ampio del termine. Federico Rampini, sempre nell’introduzione al suo libro, ci dice che “Cheap è decadimento generale di qualità, valori, professionalità.” Gli fanno eco poche pagine più avanti le parole della Shell che rincara la dose aggiungendo che: “un mondo cheap è un mondo in cui anche le donne e gli uomini valgono sempre meno.”

Ovvero? Non sarà mica che, a forza di dare importanza solo ed esclusivamente al prezzo del mio ombrello, mi capiti di trascurare sempre di più l’attenzione al materiale di cui è fatto, alla forma, e perché no, anche a dettagli meno strettamente funzionali, ma importanti per altri versi, tipo il colore, la comodità dell’apertura eccetera. In una parola, non succederà alla fine che finisca per trascurarne la qualità?

Badate bene, l’intento di quest’articolo non è quello di negare completamente il valore di una politica economica che faccia attenzione a limitare gli sprechi e cerchi di risparmiare quando possibile. Quella che si sta prendendo in esame è una degenerazione di questo meccanismo.

Il rischio, si potrebbe tuttavia obiettare, non è poi così grave se si esaurisce in una cura minore dell’aspetto delle cose, in una società come quella attuale in cui l’immagine conta spesso in maniera esasperante. La questione però non si limita a questo, ha invece venature più sottili ma altrettanto insidiose.

Riprendendo la considerazione della Shell, quando a diventare cheap è tutto un mondo, diventano cheap anche gli esseri umani. Al di là di questa osservazione audace, la cui analisi porterebbe forse troppo oltre gli orizzonti di questo articolo, sconfinando in teorie che legano psicologia e marketing, credo che una considerazione possa essere utile a chiudere il cerchio. Il rischio della cultura del cheap sta, in primo luogo, nella creazione di una patina omologatrice e, in secondo luogo, nello spostamento dei parametri di giudizio delle cose che si comprano a un livello puramente economico anziché estetico-qualitativo.

Mi spiego meglio: quando vado a comprare qualcosa con il solo obiettivo di spendere poco, il meno possibile la mia attenzione si concentra esclusivamente sul prezzo e trascura forma, colore, funzionalità ecc., ovvero tutti quei fattori legati alla sfera della qualità. A quel punto, il rischio può essere che la mia mente riduce il suo ampio spettro valutativo ad un solo fattore e tutti gli ombrelli che ho sotto gli occhi diventano uguali, finendo per essere differenziati soltanto dalla cifra che hanno sul cartellino.

A questo punto, il rischio dovrebbe farsi più chiaro e tangibile se ad essere in gioco sono il nostro senso estetico e la nostra capacità critica, schiacciate da un mero e brutale principio di risparmio economico.

In un’intervista per Il Manifesto pubblicata un paio di anni fa, Walter Siti – critico letterario e nell’ultimo decennio autore di romanzi a sfondo sociologico – denunciava i rischi, proprio a proposito del senso estetico, indicando nei centri commerciali – denominati “I superluoghi – Le palestre della rassegnazione” – i primi responsabili dell’appiattimento del gusto, nell’illusione di una falsa democraticità. “Mi sembra”, diceva Siti rispondendo a una delle domande dell’intervista, “che uno dei segreti dei centri commerciali sia proprio l’interclassismo, il fatto che ti diano a un prezzo basso l’illusione del lusso, l’impressione di poter accedere a una fetta di ricchezza e sciccheria, è il luogo della festa di chi aspira a vivere come un ricco.” Senza entrare nel merito della riflessione di Siti, che comprende analisi sociologiche approfondite e con vaste implicazioni, credo valga la pena concentrarsi sul centro commerciale come luogo interclassista e sostanzialmente omologante dove il minimo comun denominatore dell’enorme varietà di merci esposte è il prezzo basso, l’impressione di fare un affare.

Di nuovo, niente di troppo scandaloso, non fosse che poi a un certo punto il rischio diventa che nel mondo multitasking e cheap dei centri commerciali si finisca per non essere più in grado di distinguere tra “una madonnina in gesso e la Pietà Michelangelo”. Senza contare, poi, che il centro commerciale ha ettari di parcheggio, l’aria condizionata e che invece a San Pietro è un casino arrivarci e d’estate con i turisti l’afa è quanto meno scoraggiante.

Insomma, tirando le fila di questo discorso visionario, partito da un pomeriggio di pioggia in via Pantaneto e finito nei superluoghi di Siti, il punto è il seguente. Posto che un negozio cinese non è un centro commerciale, ma che ne conserva alcune caratteristiche peculiari come la merce a basso costo e il multitasking, il problema di comprare cuffiette e ombrelli dai cinesi è quello di spendere di più che se li comprassi in un negozio di musica e alla Benetton, ottenendo una prestazione significativamente più scarsa. E, soprattutto, chissà se a un certo punto della nostra, dopo il trecentoventesimo ombrello e il quattrocentotredicesimo paio di cuffiette cinesi, non ci capiti di passare davanti a San Pietro d’estate e dire: “ma co‘ ‘sto caldo chi me lo fa fa’. Io vado al centro commerciale.”

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. Franco Marzoli ha detto:

    Nel suo breve, ma sostanzioso, scritto Viola ci da una dimostrazione di come partendo da esperienze personali si possa ben pervenire a delle corrette generalizzazioni. Apprezzo e condivido i riferimenti al bel saggio di Federico Rampini e mi permetto di fare qualche integrazione.
    E’ almeno da una cinquantina d’anni che anche nel nostro Paese (il boom valoriale consumistico risale a fine anni ’50) si è realizzato il fenomeno di far accompagnare alla tradizionale alienazione del lavoro una nuova forma di alienazione: quella del consumatore.
    Il problema da porsi ora potrebbe essere non solo quello di che cosa consumiamo, ma anche quello del perchè consumiamo, e del cimitero dei consumi.
    Penso che non utilizziamo, se non molto raramente, gran parte degli oggetti che possediamo (e che come tali abbiamo acquistato).
    Forse, paradossalmente, un segreto della felicità potrebbe consistere nell’avere meno cose, purchè si sappiano sostituire i valori del consumo con quelli della relazione…
    Una considerazione non fatta da Viola riguarda poi il destino dei suoi ombrelli e delle sue cuffiette rotte, inutilizzabili, e destinate a discariche sempre più colme….
    Un tempo si diceva “chi più spende meglio spende” e c’era e c’è del vero. Ora potremmo provocatoriamente chiederci “c’è proprio sempre bisogno di spendere?”

  2. Caracolita ha detto:

    L’argomento è molto interessante, sono sicuramente una vittima vincente dell’acquisto cheap. Dico vincente perchè come te anche io ho tirato molte volte le somme di quello che ho speso. Posto dunque che sono probabilmente affetta da ‘cheap-shopping compulsivo’, ti dico che a volte ho voluto togliermi sfizi più costosi ma con scarsa soddisfazione.
    A Natale ho ricevuto in regalo un ombrello molto particolare, bello, del costo di 18 euro. Dopo un mese mi si è rotto. Ne ho uno da 2 anni, pagato 5 euro, impeccabile!
    Ho maglie acquistate a 4-6 euro dal solito cinese di Pantaneto, che continuo a mettere in lavatrice da qualche anno che non hanno fatto i ‘pallini’ come invece hanno fatto quelle di Benetton.
    Inoltre continuo a trovare alcuni capi economici decisamente più originali di alcuni capi di ‘marca’. Mi è capitato anche di trovare nei negozi dei cinesi, commercianti di negozi italiani che facevano rifornimento, per poi rivendere la stessa merce al doppio del prezzo, cambiando il cartellino, e ho amiche che hanno fatto le commesse che me l’hanno confermato.
    Il tuo discorso sarebbe giusto se i soldi che io pago in un negozio ‘di marca’ andassero in buon parte alla fabbricazione del prodotto, alla qualità dei suoi materiali, ma così di fatto non è.
    Poi sai, ognuno di noi a gusti diversi, io per esempio sono un po’ una ‘gazza ladra’ e adoro tutto ciò che luccica, che è stra-colorato…puoi immaginare, il negozio cinese è il mio paradiso, dove posso togliermi piccolissimi sfizi davvero a poco costo! :)

  3. Caracolita ha detto:

    @Franco: mi piace molto quando dici ‘…purchè si sappiano sostituire i valori del consumo con quelli della relazione…’, trovo che oggi sia una cosa sempre più difficile, nel senso…è molto facile trovare persone essenziali, ma l’essenzialità non va sempre a braccetto con una minore superficialità.

  4. Gianpy ha detto:

    …x le cuffie ti consiglio quelle del negozio in via di calzoleria, prima del cinema…sono di marca e costano 10 eurini ma sono da combattimento…e chi mi conosce anche solo di vista sa che uso tanto/troppo il mio iPod… ;-P

  5. milton ha detto:

    L’analisi è giusta e interessante e vorrei che ci soffermassimo su quello che dice il Franco del primo commento: magari è vero è che spendendo di più si risparmia (come dimostra Viola), ma è utile spendere? Il nostro non è più consumo ma “necessità di consumare”, a cosa sia dovuta non so, certamente abbiamo un’idea distorta di vivere sociale ed anche di relazionalità, per riprendere il concetto.
    Anche per relazionarmi con qualcuno oggi devo consumare: connessione, telefono o più semplicemente un caffé per poter sedere a quel tavolino per parlare con qualcuno.

  6. Franco Marzoli ha detto:

    Replico a Milton. Senza necessariamente dover tenere comportamenti da monaci trappisti…forse è possibile assumere stili di vita che non pongano il consumo al centro dei nostri obiettivi.
    E’ vero che anche le relazioni debbono avvalersi di momenti di consumo, ma per prima cosa in questo caso il consumo rappresenta un mezzo e non un fine, e poi in genere non necessità di consumo di “oggetti” con il conseguente effetto pattume.
    Ben vengano quindi la bottiglia di buon vino da bersi allegramente con gli amici, così come sesso, canti, discussioni, pianti, attività ginniche e quant’altro…
    Forse basterebbe porsi la domanda di fronte ad un acquisto: ne ho veramente bisogno?
    Certo la ripresa economica basata sui consumi ne risentirebbe e ci si lamenterebbe di crisi e disoccupazione conseguenti. Ma questo è tutto un altro impegnativo discorso che meriterebbe appositi approfondimenti.
    A proposito. A quando in 404 una rubrica di ECONOMIA E LAVORO?
    Ed ora vado a prendermi un buon gelato, cioè un sano e godurioso consumo!

  7. Martina Matozzi ha detto:

    L’articolo è davvero interessante non solo per l’analisi del fenomeno della cheap economy, ma soprattutto perché, a mio parere, mette bene in luce la seguente questione: nonostante i nostri sforzi per riuscire a pensare di possedere una forte autocoscienza critica, che ci porta a credere che ogni cosa che facciamo sia ponderatamente ragionata e giustificabile, ci ritroviamo sempre a essere vittime di noi stessi, ma soprattutto dei mezzi che abbiamo a disposizione per consumare e dell’ambiente in cui viviamo. Si pensi ad esempio a uno strumento come la carta di credito e a quanto il suo proprietario, anche considerandosi una persona responsabile, si conceda al consumo pur non avendo al momento tutte le condizioni necessarie per affrontare l’acquisto. La responsabilità del singolo, dunque, può davvero risolvere il problema dell’acquisto del superfluo, compulsivo e cheap o no che sia? Le “tentazioni” si presentano sempre davanti ai nostri occhi e, certe volte, cedere è salutare.

  8. Viola ha detto:

    Innanzitutto, vi ringrazio per gli interventi e sono contenta che si sia aperto un dibattito sull’argomento.
    Credo molto nella necessità di promuovere uno stile di vita basato sul “valore delle relazioni”, per dirla con Franco, piuttosto che su quello meramente economico. Ce lo dimostra, non ultimo, la questione climatica, scarsamente considerata dal governo italiano e in generale poco presente nel dibattito pubblico del nostro paese.
    L”idea incontra non pochi ostacoli. Primo fra tutti, quello di uno scetticismo diffuso per cui, ad esempio, l’idea di sostituire al valore dei soldi quello delle relazioni umane sembra un sogno naif, utopistico e senza futuro.
    Esistono delle comunità che si basano su principi come questi (vedi Christiania a Copenhagen), ma, nella migliore delle ipotesi, hanno vita difficile e soprattutto faticano ad imporsi come stile di vita dominante, restando confinate in realtà piccole.
    Al Klimaforum, il vertice non ufficiale di Copenhagen sul clima, c’erano segnali incoraggianti in questo senso: persone, spesso intere com,unità, che tentavano di portare all’attenzione generale la loro scelta di vita “frugale”.
    Il problema è che si tratta ancora di una culturale minoritaria, soprattutto in Italia, dove ad esempio gli interventi del Governo al riguardo sono davvero pochi.
    Che fare?

  9. Peppe ha detto:

    non è divertente che alla fine del tuo articolo ci sia il banner di Google che pubblicizza negozi cinesi on line?

  10. sì, lo è, soprattutto perché noi non siamo sponsorizzati da nulla quindi difficilmente abbiamo banner svolazzanti in giro… :)

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