Auguri don Gesualdo

di Marco Mongelli

«O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto.»

incipit di Diceria dell’untore

Vorrei riuscire a far vedere la sua grazia. Riuscire a raccontare l’uomo più che lo scrittore, grandissimo, che tutti già conoscono. Ho realizzato questo docufilm con affetto, con l’intento di voler mettere in risalto le colte e raffinate peculiarità di un uomo di un’altra epoca, e di una sicilia ormai dimenticata.”

Queste parole appassionate le ha pronunciate Franco Battiato nei confronti di uno dei più grandi narratori del Novecento italiano e non solo: Gesualdo Bufalino. Il cantautore infatti ha realizzato un documentario sullo scrittore siciliano, Auguri Don Gesualdo, che sarà proiettato in anteprima il 4 marzo a Palermo. Questo documentario ha la precisa volontà di ricordare la figura di Bufalino e rendergli omaggio, ripercorrendo la sua Sicilia e la sua vita attraverso I luoghi e le persone a lui più care.

Forse solo il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ha rappresentato nel nostro Novecento letterario un caso più bizzarro e sconvolgente del primo romanzo di Bufalino, Diceria dell’untore. Pubblicato nel 1981, dopo una stesura lunga e complessa, questi vince subito il Premio Campiello e fa esplodere il caso. Fino ad allora sconosciuto, l’autore aveva abbandonato la sua ritrosia soltanto dopo molti anni di corteggiamento da parte di Elvira Sellerio e soprattutto dell’amico e compaesano Leonardo Sciascia: proprio lo scrittore siciliano infatti era riuscito a convincere Bufalino a pubblicare il romanzo, a 61 anni e dopo una gestazione di più di 30: Un vero e proprio romanzo della vita insomma, anche perché vicende e luoghi del libro sono frutto di un’esperienza reale dello scrittore, quella in un sanatorio per malati di tubercolosi, dove visse diversi anni. Il tema della malattia e della salute, già centrale nel nostro primo Novecento, si arricchisce con Bufalino di una vena “ottocentesca”. Tutto lo sguardo sulla malattia, infatti, è corporeo ed esistenziale: non più metafora di idiosincrasie sociali ma verace esperienza dell’anima, nucleo fondativo di esperienze universali con la vita e la morte. E “ottocentesco” è stato spesso un aggettivo che ha accompagnato la scrittura e la personalità di Bufalino. Si capisce la sua portata, se si pensa che Diceria dell’untore esce due anni dopo Se una notte d’inverno un viaggiatore e uno solo Il nome della rosa, i capostipiti del postmodernismo letterario italiano. Quanto scalpore, nel bene e nel male, poteva suscitare un romanzo che sembrava scritto cento anni prima, da uno scrittore che era vissuto fino ad allora solo a Comiso, nel luogo dove era nato, e non aveva alcun legame col mondo letterario italiano? Enorme, evidentemente, soprattutto perché l’inattualità della sue pagine era solo apparente e la sua scrittura sferzante colpiva al cuore e allo stomaco. La straordinaria cultura di Bufalino, letterato tutt’altro che provinciale, amante (e traduttore) di Baudelaire, lettore accanito di Proust e Dostoevskij emerge vivida dalle pagine dei suoi scritti.

Una scrittura tesa, nervosa, eppure capace di slanci sintattici notevolissimi, in bilico tra  stilismi barocchi e secchezze aforismatiche, capace di costruzioni espressionistiche e di virate malinconiche e asciutte. La sua volontaria e ostinata riservatezza era tutt’uno con l’incredibile slancio europeista e moderno delle sue opere. Ma la vera protagonista dei libri di Bufalino è la memoria, che fa slittare sempre il piano dell’autobiografismo su quello para-letterario, facendoli sovrapporre fino a confonderli. E’ la memoria ad intermittenze dello scrittore della Recherche, portatrice di senso e verità, e quella artificiosa, menzognera e notturna dei giochi linguistici e retorici, un aspetto invece centralissimo nella cultura dell’epoca, specie se di marca transalpina. La memoria avvolge e dispiega il rapporto sacro e viscerale che lega la vita alla morte, la vita vissuta consci del suo essere fittizia, eppure tragicamente e tenacemente stretta a sé, con forza, pudore e tanta ironia. La scrittura di Bufalino ha in compenso una qualità peculiare e immanente: la grazia. Quel candore che ogni termine restituisce al lettore, quasi fosse ineluttabile, con una capacità definitoria straordinaria. Spesso la vita, per Bufalino, accade e non sempre significa, e l’estrema razionalità è talvolta congiunta a un fatalismo senza remore.

Malattia e sanità, amore e morte, lacerante senso di colpa e pace interiore: si potrebbe provare a ridurre i grandi temi di Bufalino a radicali opposizioni binarie “ottocentesche”, appunto. Non si sbaglierebbe, ma certamente si perderebbe la ragione prima e ultima del suo scrivere: lo scavo profondo e drammatico, filosofico ed esistenziale, negli abissi dell’uomo.

Dopo l’esordio Bufalino pubblicherà svariate opere, fra cui sarà doveroso ricordare la raccolta di poesie L’amaro Miele, e il romanzo Le menzogne della notte, vincitore nel 1988 del Premio Strega. Lo scrittore è morto nel 1996 in un incidente d’auto.

Qui il trailer del documentario di Battiato.

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