Talebano buono, talebano cattivo.

di Federico Pacciani

L’Operazione Mushtarak (Insieme) è iniziata la notte del 12 febbraio ed è la prima vera offensiva dell’era Obama. La nuova amministrazione Usa vuole essere l’artefice di una strategia innovativa ma rischia di sprofondare ancora di più nel pantano afgano. Come è stato assodato anche alla Conferenza di Londra del 28 gennaio, l’idea è quella di aumentare l’impegno militare in vista di un obiettivo politico più grande e di non abbandonare le zone pacificate, per usare un eufemismo, subito dopo la battaglia, ma di assistere più attivamente e a livello locale la società civile, anche e soprattutto economicamente.

La conquista della città di Marjah e del territorio circostante, nella provincia d Helmand, sembra già volgere alla conclusione dopo neanche tre giorni di combattimento, duranti i quali ci sono state 12 vittime civili, 5 militari e qualche decina tra i guerriglieri talebani. L’operazione era stata preannunciata con largo anticipo in modo da permettere agli abitanti della zona di mettersi al riparo e la maggior parte di essi si è diretta al campo profughi di Lashkar Gah, dove le condizioni umanitarie però lasciano molto a desiderare e che potrebbe rivelarsi un ricettacolo per la propaganda dei Taliban, come avvisa Norine MacDonald su Foreign Policy. Inoltre, l’avvertimento può essere stato colto anche dagli stessi talebani, i cui capi sembrano essersi allontanati lasciando sulle retrovie i soli combattenti.

Non deve sfuggire però il fatto che l’obiettivo non è uccidere più talebani possibile ma sconfiggere al Qaeda, secondo le stesse parole del Segretario alla Difesa Gates. La fase cruciale sarà quella successiva ai combattimenti, quando si cercherà di creare un’amministrazione locale in grado di fornire i servizi essenziali e coordinare gli sforzi per lo sviluppo dell’area, ricca di canali e ideale perciò per una crescita economica sostenibile e non più basata sulla coltivazione dell’oppio. L’idea del “government-in-a-box”, patrocinata dal generale McChrystal, si basa proprio su questo ed è il nocciolo della nuova strategia: una volta allontanati i miliziani, un governo si insidia subito dopo. Si pensa che la presenza dello stato nelle varie province possa servire a controllare meglio le spinte contro-insurrezionali tramite lo sviluppo socio-economico del territorio. Allo stesso tempo, i Taliban si troveranno a trattare con una controparte più solida e più credibile. Infatti, l’altra faccia della strategia è tendere la mano ai talebani che depongono le armi, mossa fortemente voluta dal presidente Karzai e ufficializzata a Londra.

La conferenza del 28 gennaio scorso ha visto affermarsi l’idea della riconciliazione di tutto il popolo afgano, talebani compresi appunto, e il summit ha decretato la nascita di un fondo appositamente pensato per questo scopo, dove verranno versati 140 milioni di dollari per il primo anno, cifra che potrà arrivare fino a 500 milioni. Questa mossa potrebbe rivelarsi contraria rispetto alla promessa di ridurre la corruzione, tallone di Achille di Karzai, leader da più parti criticato e che ha cercato di riguadagnare un po’ di prestigio alla conferenza di Londra, un po’ come Gordon Brown, a sentire i maligni. Il Comunicato emanato alla fine del  meeting sull’Afghanistan indica inoltre scadenze temporali a medio-lungo termine sia sul passaggio delle consegne, previsto per la fine di quest’anno o l’inizio del prossimo, che sull’addestramento e l’affiancamento delle truppe afgane, che giungeranno a contare presto le 300.000 unità, le quali però non riusciranno a controllare tutto il paese se non in 3-5 anni, come da previsione e come da accordo.

Venti di pace coi talebani giungono anche dal deserto. Da Dubai arriva la notizia di presunti incontri tra inviati dell’ONU e capi talebani avvenuti nell’emirato, colloqui indotti presumibilmente dalla serie di attacchi al personale delle Nazioni Unite degli ultimi mesi. Inoltre, è sempre più evidente il ruolo dell’Arabia Saudita nella persona di re Abdullah come mediatore, a cui lo stesso Karzai ha fatto diretto riferimento parlando di una jirga di pace, un’assemblea tradizionale di capi tribù. Il possibile ritorno a questa consuetudine superata ha fatto storcere il naso a Hassina Sherjan, fondatrice dell’ong Aid Afghanistan for Education, che sul Guardian denuncia la mancanza di un piano per introdurre un sistema legale efficace nel paese, sostenendo che con il sistema basato sulle jirga si tornerebbe agli anni bui. Non solo, la cosiddetta legge sull’amnistia sta per essere approvata dal governo afgano dopo due anni di stallo, nonostante il parere contrario di molte organizzazioni dei diritti umani[vii]. La legge prevede l’immunità per i Taliban e i signori della guerra per i crimini commessi negli ultimi 20 anni, dalla guerra civile a ora, a patto che smettano di combattere. Un altro passo verso una controversa riconciliazione.

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