L’Italiano ieri, oggi e domani.

di Claudia Crocco

Ieri. God bless America.

È il 1940, Marcello insegna italiano alle scuole medie in un quartiere periferico di Roma. I professori di liceo non guadagnano tanto, e figurarsi quelli delle medie; però Marcello ha una fidanzata, la signorina Rita, che di mestiere aiuta la fornaia della bottega di fronte alla scuola in cui lui insegna. E allora deve portarla al ristorante, qualche volta, la sua Rita. Di solito ci vanno di domenica, e ordinano sempre un’amatriciana, che a lei piace così tanto; non si faceva mica dalle sue parti, su in Veneto. Qualche volta dividono anche una fetta di carne, la fanno “ai mezzi”; oppure un uovo scottato. Poi Marcello ordina un po’ di vino, si fa portare il pane e alla fine due caffè, eccoci al conto. Però è domenica, e allora qualche volta chiedono anche un’ultima portata : un dessert, per piacere. “Certo professore, vuole che le riporti la carta per scegliere un fin di pasto?”.“Sì, ecco, rivorrei il menu; ma alla fine ho già scelto, ci porti pure una bella fetta di crostata di ricotta e cioccolato, divisa in due, se possibile…” “Benissimo. Vuole anche una gineprella o un ratafià?”. “Voglio un.. cosa? Ah, no: aspetti. Lei intende un brandy, giusto?”. “Sì, signore, un ratafià . “Ma cos’è l’altro che ha detto?” si intromette Rita, con un filo di voce e gli occhi sbarrati per lo stupore. Marcello la guarda con un’ombra di rimprovero, e si rivolge di nuovo al cameriere: “La scusi, sa: lei viene dal Nord d’Italia, vicino a Treviso, lì non parlano ancora benissimo l’italiano”. “Nun se preoccupi professore, ho già capito. Signorina, lei mi permette di spiegare: stavo offrendo al professore del gin, lei forse lo conosce così.”

Quando sbarcarono ad Anzio nel 1944 , le truppe americane non stavano soltanto per salvare l’Italia da una delle dittature peggiori d’Europa e da un soffocante regime totalitario: senza saperlo – certo- stavano per contribuire anche a liberare dalle pesanti catene del fascismo la lingua nazionale, e dalla morte o dalla clandestinità altre varietà linguistiche. Senza voler fare una cronaca seria e noiosa della politica linguistica del fascismo, si farà solo qualche cenno.

…E allora, avete presente l’esaltazione fascista dell’identità nazionale e, come sua amplificazione, della romanità; poi la pretesa di raggiungimento dell’autarchia; e infine l’ esigenza di creare “l’italiano nuovo”? Questo tipo di retorica, basata su un nazionalismo gretto e xenofobo, colpiva anche la lingua: in gergo tecnico, si parla di policy approach e di cultivation approach. Senza farla tanto lunga, il nocciolo della questione è che la lingua italiana doveva essere, innanzitutto, modificata: per adeguarsi al nuovo sistema politico e civile, per essere riconosciuta come fascista, per rispecchiare la nuova visione “totalitaria” del mondo. In un regime totalitario non c’è barriera tra stato e popolo, tra istituzione e persone, tra pubblico e privato. Lo stato è il popolo; ed è suo interesse e potere occuparsi di ogni ambito della vita delle persone: anche della lingua che parlano, delle parole che si scambiano. Per questo motivo, l’italiano doveva rispecchiare il nuovo spirito del fascismo, rispettando un’osmosi tra lingua e nazione, reliquia di forme di nazionalismo ottocentesco.

Ma non è finita qui: l’idioma nazionale, per essere parlato dai ‘nuovi italiani’, doveva anche essere purificato e difeso. In pratica: ridurre al minimo, e gradualmente eliminare, le parole straniere usate nel lessico quotidiano; italianizzare velocemente le parti del territorio in cui si parlavano altre varietà linguistiche, come l’Alto Adige, la Venezia Giulia, la Valle d’Aosta – il tutto in nome di una presunta autarchia linguistica da conquistare. Le conseguenze di questa politica, effettivamente realizzata attraverso varie leggi che non vi piacerebbe trovare elencate, ma che, volendo, sono in parte qui e qui,  furono molte, e alcune oggi fanno anche sorridere.

Si pretendeva, ad esempio, di eliminare l’inglese, il tedesco, il francese e qualsiasi altra lingua dalle insegne dei negozi, degli alberghi e di tutte le attività commerciali: è per questo che il povero Marcello doveva consultare non il menu ma la carta, e alla fine chiedere non un dessert ma un fin di pasto;  e, se avesse avuto tanti soldi da affidarsi ad una banca straniera, avrebbe potuto pagare con un assegno della sua Americana Espressa – ma , per fortuna, i professori nel 1943 non avevano tanti soldi da far ricorso a prestigiose banche americane, e raramente pagavano tramite assegni.  Un’altra nota di colore si legge nella storia dello spettacolo: a partire dagli anni Trenta, diventò vietato esibire la scritta cabaret , così come show, e alcuni artisti furono costretti ad italianizzare i propri nomi; ecco quindi Wanda Osiris trasformata in Vanda Osiri.

Il successo di questi e di altri provvedimenti legislativi non fu tanto forte quanto la propaganda del regime voleva far credere; tuttavia gli esiti sarebbero stati maggiori e potenzialmente disastrosi, se la storia d’Italia e d’Europa non fosse andata nel modo che sappiamo, e quindi se Mussolini non fosse stato spodestato e la guerra vinta dagli alleati. A conti fatti, è anche agli americani che dobbiamo il poter dire dessert e brandy, uovo alla coque, pop e rock.

Oggi. Autorità e uso della lingua.

È il 2010, Marcello è sempre un professore della capitale; solo che ora insegna nei licei, e la sua partner si chiama Sabrina. Vanno ancora insieme al ristorante, solo che i pranzi domenicali sono diventati cene di sabato o di venerdì sera, e i locali che scelgono sono più raffinati. Marcello può pagare con la sua American Express o Mastercard, e scegliere cosa mangiare dal menu. Mentre bevono un primo drink, lui le racconta che presto dovrà cercarsi un nuovo lavoro, o a limite prendere un’altra abilitazione, per insegnare un’altra materia. Il motivo è che la  sua scuola dovrà applicare la nuova legge che riduce così tanto lo studio della geografia nei licei: pensa che già ne facevamo solo due ore la settimana, non mi hanno voluto dire quante ne faranno ora – ché tanto l’unica cosa importante da dire era che non avevano più bisogno di me e che sarebbe bastato un solo professore per tutta la scuola – , ma secondo me la toglieranno del tutto, vedrai.  “Almeno faranno un po’ più di inglese, questo ammetterai che è positivo”, eccola Sabrina, che vuole sdrammatizzare.  “Sì, ma finiranno per non sapere più dov’è l’Inghilterra, di questo passo. Poi d’accordo, più inglese, ma l’italiano? Ho dovuto eliminare i compiti scritti, sai quelli con le domande a risposta multipla, perché facevano così tanti errori di ortografia che era una pena correggerli E poi di inglese ne parlano già così tanto, sempre attaccati a internet: su Facebook e in quei siti lì si parla solo inglese, che te lo dico a fare? Poi, però, non sanno più dove mettere le ‘h’, e il congiuntivo per loro proprio non esiste!”

La voce alta di Marcello si smorza alla vista del dessert in arrivo. Dopo aver gustato le due porzioni di cheesecake , ordina due shottini e poi dà a Sabrina il suo regalo di compleanno comprato su ebay, che è una compilation di musica folk.

Su questo blog si è già parlato della situazione di “decadenza” dell’italiano. Se settant’anni fa il problema era poter inserire liberamente nella conversazione parole di altre lingue, adesso la situazione si è ribaltata: i tanto combattuti “forestierismi” sono ormai d’uso più che comune, dominano il lessico in quasi ogni contesto e spingono alcuni linguisti a preoccuparsi del loro uso indiscriminato.

Guardando al passato, alle politiche linguistiche autarchiche del fascismo e all’appoggio dato a queste dai linguisti stessi, che predicavano di volta in volta purismo e neopurismo, viene da pensare che forse è meglio così: un italiano impoverito ma aperto allo scambio con le altre varietà linguistiche è da preferire ad uno ossequioso della norma ma richiuso su se stesso.  No?

In fondo, poter vedere sempre i “da” e i “dà”, le “a” e le “ha” al posto giusto, i monosillabi  accentati solo quando è il caso e non arbitrariamente, i congiuntivi sempre giudiziosamente a seguire il “che” nelle ipotetiche, non dà lo stesso senso di libertà che dà il poter usare allegramente nella stessa frase un po’ di italiano regionale, un po’ di sano linguaggio televisivo, qualche anglismo e anche una punta di latinismo per fare gli intellettuali … No?

Domani. Utopia o distopia?

Roma, 2080. Marcello è un insegnante di italiano, materia facoltativa molto spesso scelta nelle scuole delle regioni meridionali dell’UE, dove la lingua ufficiale è l’inglese, che si insegna in tutte le scuole; in più, ovunque è obbligatoria un’altra lingua a scelta tra francese, tedesco, spagnolo. La sua donna si chiama Julienne, ha origini marocchine e non sa una parola di italiano, ma ormai nei ristoranti dove vanno a fare il brunch parlano tutti inglese, per cui non ci sono problemi. Lì lei può ordinare tranquillamente le sue carote nane vegane, o quello che le va; tanto di solito c’è una parte del menu apposita per vegani e vegetariani, quando non vanno in un ristorante specializzato. A fine cena ordinano entrambi dolci atomizzati, ultima moda nelle capitali europee: hanno la forma di tante pilloline, ma poi in bocca i sapori si mescolano, e c’è il tepore del choco-spagna unito alla morbidezza dello sweet-babà.. da restare deliziati! Fra le scritte sul menu, in cui c’è prima l’inglese, poi il tedesco e poi l’italiano, a Marcello cade l’occhio su una riga in cui, a proposito dell’aroma di un vino, è scritto che “” restare a bocca aperta.. e allora cerca di visualizzare le pagine del suo libro di grammatica italiana, quello che usa per i suoi studenti..Ma alla fine si scriveva “fa” o “fà”? Con o senza accento? Possibile che non riesca a ricordarlo? Poi guarda Julienne, che gli sta facendo un lungo discorso sulle prossime elezioni presidenziali dell’UE, and who cares about a stupid accent, that’t just old stuff, that’s not even alive any more…

Fra altri settanta anni l’italiano potrebbe essere molto cambiato – tutte le lingue probabilmente saranno cambiate, inglese in testa. Il punto è che tutte le lingue cambiano, sempre; anche in questo momento, mentre le stiamo usando. I mutamenti linguistici non sono mai arbitrari o casuali: nella maggior parte dei casi (e qui spero che nessun esperto di linguistica mi stia leggendo, perché sicuramente sarò imprecisa) rispecchiano situazioni e variazioni politiche, economiche, sociali. Non è certo un mistero che l’inglese oggi è tanto diffuso perché è la lingua parlata nel paese politicamente più influente negli ultimi cinquant’anni, ossia gli USA : è la lingua dell’impero, in un certo senso. Certo, ci sono molte altre variabili, e le ragioni della diffusione e delle supremazie di varietà linguistiche diverse sono più complesse. Ma qui non stiamo tentando una discussione analitica di sociolinguistica, non mi pare proprio il caso. Dunque, arriviamo al sodo.

Il punto è che il cambiamento linguistico non può essere arrestato dall’alto. Nel 1921, ad un Congresso Internazionale di linguistica tenutosi a Ginevra, il linguista danese Otto Jespersen invitava tutti i suoi colleghi a prendere parte più attiva nei meccanismi di trasformazione della lingua, e ad intervenire nella “direzione” dei mutamenti. La storia ha dimostrato l’inefficacia di questo tipo di tentativi: l’autarchia linguistica è impossibile tanto quanto la direzione artificiale ed “in vitro” del cambiamento linguistico. Le lingue cambiano, e si prestano termini fra loro, in base ai bisogni dei parlanti e a criteri di funzionalità. L’apertura alle parole straniere, nel lessico italiano come in quello di qualsiasi altra varietà, è stata vitale e fertile: se non avessimo accolto parole dall’arabo, oggi non chiameremmo così la melanzana; se non lo avessimo importato dal francese, non diremmo cavaliere e così via.. Lo scambio linguistico fa bene, insomma. E fin qui ci siamo.

Ma come la mettiamo, allora, (e poi chiudo, prometto) con la perdita lessicale che sembra derivarne? E l’italiano oggi? Non era “in decadenza”? Non si era detto “basta anglismi, che fanno male alla ‘lingua del sì’, la impoveriscono e poi la gente non la sa più usare?

Non è così semplice.

Non è da escludere che fra alcuni secoli l’italiano scompaia dal novero delle lingue parlate. Sembra abbastanza futuristica e poco probabile come ipotesi, in realtà; anche perché la tradizione letteraria nella nostra lingua sembra voler essere prolifica ancora per molto tempo, ad esempio; ma non si può escludere del tutto che accada. E allora? Come la vedremmo? Saremmo scontenti o sconvolti, nei panni di Marcello? Le lingue muoiono … beh, non proprio di continuo: ci mettono un po’, sì. Ma succede, e se ne creano nuove. In fondo, se il latino non fosse “morto”, non avremmo avuto l’italiano, lo spagnolo, il francese, il rumeno … Eppure la nascita delle lingue romanze non ci sembra una perdita.

Quel che è da temere seriamente è la perdita della ricchezza comunicativa della lingua, di dire e riconoscere le sfumature. L’incapacità degli studenti di mettere al posto giusto l’accento su “dà” , che distingue la terza persona singolare del presente indicativo del verbo ‘dare’ dalla preposizione semplice del moto da luogo e del complemento di agente non è deplorevole per l’infrazione della norma in sé. La norma non è altro che una convenzione; tuttavia è necessaria, per far andare avanti la comunicazione e per far sì che ognuno non sia solo un’isola linguistica, con il proprio idioletto e le proprie regole grammaticali. Creiamo norme perché ne abbiamo bisogno per capirci tra noi; quando una di queste è infranta sistematicamente e quasi universalmente, vuol dire semplicemente che la lingua sta cambiando o è cambiata, perché i parlanti non percepiscono più quell’errore come tale – quella comunicazione ora è espressa in un altro modo. Non bisogna aver paura del cambiamento linguistico, che spesso parte proprio dagli “errori”. Quel che spaventa, però, è la tendenza innegabile, soprattutto nel lessico giovanile e in quello internettiano, ad una semplificazione appiattente della lingua: perché questa, sì, è una perdita.

Arricchire il proprio vocabolario con termini stranieri vivifica la lingua e fa da ‘fertilizzante’, quindi è positivo. Usare un lessico sempre più omologato e banale (proprio nel senso di “ripetitivo, non nuovo e non stimolante), scarno e sgrammaticato, arricchito soltanto da adozioni passive di anglismi – spesso, a loro volta, sgrammaticati e stanchi- non lo è.

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. Lorenzo Mecozzi ha detto:

    Sono d’accordo con te: il punto focale del discorso sulla lingua, in questo momento storico e nell’attuale situazione italiana (provincia dell’impero), è il dovere di mantenere viva una dialettica capace di inglobare il cambiamento. In Italia è sempre prevalsa, su quella descrittiva, la grammatica normativa, soprattutto nelle scuole, e questo spesso ha impedito di cogliere l’importanza del cambiamento, generando d’altro canto una folta letteratura di opposizione. Ma comprendere il cambiamento, e in certi casi accettarlo, non significa far scivolare in secondo piano il valore intrinseco di una corretta conoscenza della propria lingua.

  2. Sì, sono d’accordo. L’italiano è una lingua debole, nel contesto europeo.. ma secondo me avrebbe – ed ha – ancora tante potenzialità espressive e comunicative. Per cui, ricollegandomi al tuo articolo, viva la differenziazione del lessico e dei registri, viva il piacere di usare la lingua per significare quante più cose possibile!

    :)

    (che serietà!!)

    Claudia

  3. Franco Marzoli ha detto:

    Segnalo, sullo stesso argomento, l’articolo comparso oggi (lunedi 15/2) a pag 29 del Corsera a firma Cesare Segre e contenente riferimenti a Arrigo Castellani…

  4. Oh, ho letto ora la tua segnalazione qui e su fb,. per cui non ho fatto in tempo a procurarmi una copia del corriere, dubito che me lo vendano a quest’ora. La tesi principale lì qual è?

  5. Franco Marzoli ha detto:

    Sintetizzo i temi dell’articolo citato di Cesare Segre.

    La lingua è vista come segno di appartenenza, ma non bisogna farne un vangelo. Essa infatti è destinata a cambiare.
    Il purismo d’inizio ‘800 non servì a nulla, così pure il neopurismo degli anni ’30 del ‘900.
    L’ultimo neopurista (Arrigo Castellani) si è occupato degli anglicismi tentando una loro italianizzazione, schierandosi con il fiorentino trecentesco e con il Manzoni…
    Se i giovani ricercatori indiani e cinesi hanno potuto confrontarsi con la cultura occidentale è grazie all’uso dell’inglese…Quindi “molto più gravi…..sono, per la lingua, i neologismi strampalati, l’impoverirsi della sintassi, lo scarso controllo sulla struttura del discorso”

  6. sandra colamedici ha detto:

    E sì, argomento proprio interessante, se ne parlava giusto ieri a scuola d’inglese. Mi affascina, as usual, la contaminazione, in ogni campo. Risento nelle orecchie la mia amica Matilda, libanese e figlia di emigranti italiani, che rivolgendosi al marito compone una frase frammista di inglese, arabo, francese e italiano!!! Un melting-pot senza precedenti! Ma spesso rabbrividisco ascoltando i racconti di ragazzi che scrivono e spesso parlano solo in lingua ‘facebook’ o msn. Come al solito la misura sarà nel mezzo, sta a noi trovarla!Però -non so se è pertinente- mi fa pensare molto il risultato di una inchiesta che riporta oggi ‘Repubblica’ sull’apertura dei ragazzi verso gli stranieri: il 45% chiuso agli stranieri e xenofobo, solo il 40% sono aperti agli altri. Che dire…x me è scandaloso, così giovani e così chiusi. Ma forse la chiusura è, come sempre, solo verso i poveri. Gli immigrati sono poveri e ci rubano il lavoro, nelle case e violentano le nostre mogli. Salvo poi leggere che è tutta un’altra storia… Brava Claudia

  7. claudia ha detto:

    Grazie Sandra!
    Non sapevo nulla dell’inchiesta su Repubblica, è molto interessante e pertinente. Il melting pot linguistico è affascinante; il monolinguismo appiattito di facebook è un impoverimento… Che si fa?

    Per Franco: grazie della sintesi dell’articolo di Segre, anche quello molto interessante (forse dovrei leggerlo per intero). Anche quella del neopurismo è una questione spinosa, perchè si lega a teorie sul cambiamento linguistico , sul se sia spontaneo e non controllabile “dall’alto” o meno, sul se esistano forme innate del linguaggio, in tutte le lingue, o meno… Alla fine pensiamo tutti che il neopurismo di età fascista, quello più recente in Italia, non abbia prodotto risultati: e invece alcune “creazioni” e italianizzazioni hanno attecchito, ed è per questo che oggi diciamo ‘autista’ e non ‘chauffeur’; ‘assegno’ e non ‘cheque’ e viceversa..
    in conclusione: argomento difficile e senza verità, io stessa non ho un’opinione definitiva al riguardo.
    Spero di non essere stata troppo contorta.

  8. Franco Marzoli ha detto:

    Anche se si esce un pò dal tema propriamente linguistico mi ricollego al tema sollevato da Sandra Colamedici della presenza di razzismo tra i giovani italiani.
    A mio parere forme di tipo razzista sono ben più presenti di quanto si possa immaginare.
    Chiaro che molti di fronte alla domanda “sei razzista?” rispondono negativamente salvo poi rivelare un senso di fastidio e/o di superiorità nei confronti dei “diversi” in svariarte circostanze.
    A mio modo di vedere razzisti non si nasce, ma si diventa.
    Ho un giovane parente, originariamente politically correct, che da un pò di tempo ha preso casa nella milanese Via Padova.
    Ha sostituito la sua originaria tolleranza con considerazioni di tutt’altro tenore…..

    Perchè non indagare sulle forme di intolleranza così diffuse a tutti i livelli?
    Possono apparire, ad esempio, “diversi” anche gli anziani, gli altoatesini, i frequentatori dei centri commerciali o delle palestre ecc….
    Il tutto per un senso di superiorità che si può nutrire nei loro confronti.
    Attenzione quindi al fatto di non sentirsi necessariamente come degli “eletti.”

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