Rompere le frontiere. Prologo

traduzione e premessa di Luca Francesco San Mauro


L’idea è più o meno questa: prendere un tema, l’immigrazione, e sviscerarlo secondo tutte le prospettive che ci vengono in mente. La scelta non è casuale. In questo prologo ci preme far vedere che il tentativo di risolvere tutto con un grossolano colpo di forbici (qui ci stiamo noi, per gli altri è vietato l’ingresso) non è solo moralmente fragile, o incurante della stessa prospettiva etica, ma sostanzialmente incoerente con la visione del mondo di chi lo propone. Spieghiamoci: una delle contraddizioni più evidenti interne al dibattito è la singolare compresenza, nella stessa parte politica, di proposte di indebolimento dello Stato sul fronte interno e suoi irrigidimenti riguardo i meccanismi migratori.

A parole semplici, non puoi essere brunettiano in economia ed entusiasta leghista sulle frontiere. Ci sembra che questo saggio metta bene in luce questa contraddizione, smontando le forbici e gli inviti al silenzio.

Alieni e proprietà privata

(da Joseph H. Carens, Aliens and Citizens: the Case for Open Borders. The Review of Politics, Vol. 49, No. 2. Dell’originale, funzionalmente ai nostri interessi, ho tradotto solo la parte relativa a Nozick.)

Le frontiere hanno guardie e le guardie sono armate. Questo è un fatto assolutamente ovvio della vita politica, ma può facilmente essere nascosto alla vista – o almeno alla vista di quelli tra noi che sono cittadini di agiate democrazie occidentali. Per tutti i popoli del terzo mondo le frontiere, le guardie e le armi sono fin troppo evidenti. Cosa giustifica l’uso della forza nei confronti di queste persone? Forse le frontiere possono essere giustificate come un modo di tenere fuori criminali, sovversivi o invasori, ma nella maggior parte dei casi quelli che cercano di entrare non lo sono affatto: si tratta piuttosto di persone pacifiche e ordinarie, in cerca di un’opportunità per costruire vite sicure e decenti per se stessi e le loro famiglie. Su quali basi morali queste persone possono essere tenute fuori? Cosa garantisce a ognuno di noi il diritto di puntare le armi contro di loro?

Alla maggior parte delle persone la risposta a questa domanda sembrerà ovvia. Il potere di ammettere o escludere stranieri è inerente al principio di sovranità e essenziale per ogni comunità politica. Ogni Stato ha il diritto legale e morale di esercitare il potere in vista del proprio interesse nazionale, anche se questo dovesse significare negare l’ingresso a stranieri pacifici e bisognosi. Gli stati possono scegliere di essere generosi nel fare entrare gli immigrati, ma non sono sotto alcun obbligo di farlo.

Intendo sfidare questa prospettiva. Argomenterò che in generale le frontiere dovrebbero essere aperte e che le persone dovrebbero normalmente essere libere di lasciare il paese di origine e stabilirsi in uno nuovo, soggette unicamente a quel genere di limitazioni che vincolano i cittadini di questo nuovo paese.  L’argomento è più efficace, credo, quando è riferito alla migrazione di persone da nazioni del terzo mondo a quelle del primo. La cittadinanza nelle liberali democrazie occidentali è un equivalente moderno del privilegio feudale- uno status ereditato che accresce enormemente le opportunità di vita di ogni singolo. E come i privilegi del mondo feudale, la restrizione della cittadinanza è difficile da giustificare non appena si affrontano direttamente le basi sulle quali poggia.

Una posizione molto comune sull’immigrazione sostiene una cosa del genere: “Questa è la nostra nazione. Noi possiamo fare entrare o tenere fuori chiunque vogliamo.”  Una convinzione di questo tipo dipende dall’idea che il diritto di escludere degli stranieri sia basato su diritti proprietà, di natura collettiva o nazionale. Questo tipo di rivendicazione può essere supportata dalle teorie nelle quali i diritti di proprietà giocano un ruolo centrale? Penso di no, perché ad essere enfatizzati sono i diritti individuali di proprietà e il concetto di proprietà collettive o nazionali minerebbe proprio quei principi che le teorie intendono proteggere.

Consideriamo Robert Nozick come un autorevole rappresentante della tradizione dei diritti  di proprietà. In continuità con Locke, Nozick assume che gli individui nello “stato di natura” hanno alcuni diritti, incluso quello di acquisire e far uso della proprietà. Tutti gli individui hanno gli stessi diritti naturali sebbene l’esercizio di questi diritti porti a disuguaglianze materiali. I difetti dello “stato di natura” giustificano la creazione di uno Stato minimo il cui unico ruolo è quello di proteggere le persone in un determinato territorio dalle violazioni dei lori diritti.

Questo Stato minimo sarebbe giustificato a una dura restrizione dell’immigrazione? Nozick non affronta mai direttamente questa domanda, ma numerosi punti della sua riflessione suggeriscono una risposta negativa. Secondo Nozick, lo Stato non ha alcuna legittimità di azione se non quella di far rispettare i medesimi diritti di cui individui godevano già in un contesto naturale. La cittadinanza non dà adito ad alcuna richiesta peculiare.  Lo Stato è obbligato a proteggere i diritti dei cittadini e dei non-cittadini allo stesso modo perché gode di un effettivo monopolio sul rispetto dei diritti all’interno di un territorio.  Gli individui hanno il diritto di intraprendere scambi volontari con altri individui e possiedono questo diritto come individui, non come cittadini. Lo Stato non può interferire con questi scambi fintanto che non vengano violati i diritti di qualcun altro.

Notiamo cosa questo implichi per l’immigrazione. Supponiamo che un agricoltore americano voglia assumere lavoratori messicani. Il governo non avrebbe alcun diritto di proibirlo. Impedire l’arrivo dei messicani violerebbe il diritto di entrambi, agricoltore e lavoratori, di intrattenere transazioni volontarie. Ovviamente, i lavoratori americani potrebbero essere svantaggiati dalla competizione con lavoratori stranieri, ma Nozick nega esplicitamente che qualcuno possa avere il diritto a non subire svantaggi competitivi. (Considerare questo genere di cose come un male danneggerebbe le fondamenta dei diritti individuali di proprietà.) Anche se i messicani non avessero un lavoro offerto da un americano, un governo nozickiano non avrebbe basi per negare loro l’ingresso nel paese. Fintanto che sono pacifici e non oltrepassano la proprietà o altri diritti individuali, del loro ingresso e delle loro azioni lo Stato non dovrebbe occuparsi.

Questo significa che la teoria di Nozick non offre basi per l’esclusione di stranieri? Non esattamente. Significa piuttosto che non offre basi allo Stato per escludere gli stranieri e agli individui per agire su di loro con principi che potrebbe essere rivolti allo stesso modo verso i cittadini. Se poveri, gli stranieri potrebbero non permettersi di vivere in quartieri ricchi, ma questo dovrebbe essere vero anche nel caso di cittadini ugualmente poveri. Singoli individui, possessori di proprietà, possono rifiutarsi di assumere stranieri, affittargli case, vendergli cibo, ma in un mondo nozickiano possono fare altrettanto con i loro concittadini. In altre parole, gli individui possono fare ciò che preferiscono con la loro proprietà e possono normalmente escludere chi vogliono da una terra che possiedono. Ma hanno questo diritto in quanto individui, non in quanto membri della collettività. Non possono impedire ad altri individui di agire diversamente (assumendo stranieri, affittando case, ecc…)

Tutto questo mostra perché la rivendicazione: “E’ la nostra nazione. Possiamo ammettere o escludere chiunque vogliamo.” è sostanzialmente incompatibile con una teoria dei diritti di proprietà del genere proposto da Nozick. Se la proprietà è intesa in senso collettivo non può essere usata come forma di protezione degli interessi individuali. Inoltre impiegare la nozione di appartenenza collettiva per legittimare la chiusura delle frontiere apre la possibilità di usare lo stesso criterio per giustificare la ridistribuzione dei guadagni individuali o qualsiasi altra proposta della maggioranza. Nozick afferma esplicitamente che il territorio di una nazione non è proprietà dei suoi cittadini, segue che il controllo che un governo può lecitamente esercitare su di un’area è limitato a garantire i diritti individuali. Proibire a persone di entrare nel territorio unicamente perché non è capitato loro di nascere lì  (o di aver guadagnato in altro modo la cittadinanza) non fa parte del legittimo mandato di uno Stato.

In conclusione, lo Stato non ha il diritto di respingere l’immigrazione.

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Arianna Patrignani ha detto:

    L’argomentazione è senz’altro valida e l’analisi di questa contraddizione interna è molto interessante (oltre alla fantastica traduzione!). Il problema a mio avviso è che neanche i brunettiani oggi sono per lo stato minimo; al contrario la politica italiana di destra è fortemente interventista, specialmente dal punto di vista economico. Il tentativo di dimostrare l’ncoerenza di chi propone il controllo dell’immigrazione è suggestivo, ma non si adatta ad un atteggiamento xenofobo basato su paure collettive che di logico non hanno nulla…non vogliamo gli immigrati perchè rubano, stuprano, puzzano, ci tolgono il lavoro e chissenefrega se lo Stato è minimo solo quando ci pare a noi…la Bossi-Fini ha questa mentalità come guida, e questa mentalità non si scalfisce con una prova di incoerenza, ahimè.

  2. franco marzoli ha detto:

    Mentre condivido la scelta del tema: l’immigrazione, dissento invece sia sulla scelta del testo tradotto sia sulla tesi delle note introduttive. Parto da queste ultime. Luca sostiene che vi sia una contraddizione della attuale amministrazione italiana tra scelta di stato leggero ed irrigidimento in tema di immigrazione. Come se ci fosse uno Stato liberale ma chiuso verso l’esterno. Il fatto è che, a mio parere, sarebbe meglio definire il governo attuale non come propugnatore di uno Stato leggero, bensì tendenzialmente populista e centralizzante.
    E per un governo populista ben si possono coniugare provvedimenti di tipo nazional-demagogico all’interno e chiusure verso l’esterno.

    La mia critica alla scelta del brano tradotto riguarda innanzitutto il fatto che il pensiero di Nozick è visto attraverso uno scritto di Carens. Non sarebbe stato meglio in questo caso far riferimento diretto agli scritti di Nozick?
    La sua visione in effetti, stando a questo articolo non mi sembra chiara e per quello che ne ho capito nemmeno condivisibile.
    Sintettizzando come una visione anaco-liberale (e liberista) quella di Nozick apparirebbe si qui un elemento di forte contraddizione e per di più politicamenmte inaccettabile.
    La sacralità della proprietà e del libero scambio esteso al mercato del lavoro comporterebbero un forte afflusso di mano d’opera straniera che avrebbe a sua volta come conseguenze un aumento di offerta di lavoro, un aumento della disoccupazione, la riduzione dei salari, la crescita di fenomeni a carattere sciovinista o razzista. In altre parole si verrebbe a formalizzare la tesi di Marx dello “Esercito industriale di riserva”…
    No. Una ricetta basata su: Liberismo +apertura delle frontiere mi sembra pessima.
    Ricordo che Norberto Bobbio , riferendosi proprio a Nozick, e ponendosi il problema della tipologia di “contratto sociale” sostiene (*):
    ” Un contratto sociale attraverso cui gli individui contraenti chiedono alla società politica e quindi al governo che ne è il naturale prodotto soltanto protezione (vedi Nozick) oppure un nuovo contratto sociale in cui diventa oggetto di contrattazione anche un qualche principio di giustizia distributiva?… Detto in breve, si tratta di vedere se, partendo dalla stessa concezione individualistica della società, che è irrinunciabile, e adoperando gli stessi strumenti, siamo in grado di contrapporre al neo-contrattualismo dei liberali, un progetto di contratto sociale diverso, che includa nelle sue categorie un principio di giustizia distributiva…”
    Forse uno Stato che riesca ad applicare questo principio e nel contempo a varare una politica di reale integrazione di un numero compatibile di lavoratori stranieri potrebbe meglio rispondere
    alle esigenze poste dalla globalizzazione.

    (*) Norberto Bobbio: “Liberalismo vecchio e nuovo”
    MondOperaio, a XXXIV, n.11, novembre 1981, pp.86-94

  3. levacci ha detto:

    Per ragioni d’ordine ho spostato il commento di Franco, semplicemente perché si riferisce a quanto premesso e tradotto sopra. Con un po’ di tempo, nel pomeriggio, vedo di rispondere alle perplessità.
    Intanto grazie a tutte e due (Arianna è l’altra, ovviamente) per l’interesse.

  4. E allora.
    L’articolo di Carens vuole mostrare che l’anteposizione dei rapporti economici al sistema normativo fa a pugni con le pretese del principio di sovranità. Credo che la tesi sia convincente, ma è essenzialmente un risultato filosofico; se ci sono applicazioni politiche sono poche e abbastanza forzate. Ugualmente tirato per i capelli è il riferimento alla situazione italiana e non lo intendevo diversamente. “A parole semplici” era come dire “a parole scherzose” o qualcosa di simile.
    Posso metterla in un modo più chiaro. Credo esista un’interessante frizione concettuale tra due modi di concepire il ruolo e le funzioni dello Stato: obeso e intraprendente oppure smilzo e rinunciatario. Che entrambi questi approcci – chiaramente antitetici – siano presenti nella destra italiana è un fatto che trovo degno di nota (due ministri di questo governo sono autori recenti di libri che esprimono la massima polarità possibile: “la paura e la speranza” si richiama alla tradizione antiprogressista europea, tutto va a rotoli e non resta che confidare in un uomini forti con vecchi valori; “rivoluzione in corso”, con molta meno filosofia, predica una ricetta liberista di impronta e formazione molto più americana che continentale). Obietterete – l’avete giustamente fatto – che messo da parte l’assetto teorico, nella prassi le cose vanno in modo diverso. Ed è vero: l’azione politica muove da dinamiche psicologiche e sirene populiste. Ma il mio aggancio con il mondo italiano va letto metaforico, non argomentativo. Trattandosi di un prologo mi sembrava utile evidenziare un rilievo particolare sull’immigrazione e non scontato; ma prologo rimane appunto e la sua funzione potrebbe essere soprattutto fotografare la spinosità dell’argomento – questi commenti e questa risposta, lo confermano.
    Un ultimo punto. Franco, al di là dei dubbi, interpreta correttamente la posizione di Nozick per poi imputarmela. Però nelle note e nel saggio ci si limita a mostrare che una certa somma “liberismo nozickiano+frontiere chiuse” è incoerente. Condivido in pieno le perplessità del modello dei property rights e così fa Carens, nel saggio veste quei panni per vedere a quali esiti conducano e non per sostenerli.
    L’ho fatta lunga, mi dispiace. E credo di aver risposto solo parzialmente, ma la parte restante – i fatti concreti, “la politica, bellezza!”- costituiranno il midollo delle prossime puntate. Buona lettura, ancora grazie e viva la neve.

  5. levacci ha detto:

    dimenticavo la firma, ma tanto la sapete: levacci (quello senza barba)

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