Postislamismo e Democrazia

di Niccolò Serri


“La questione dell’islam come forza politica è una questione essenziale per la nostra epoca e per molti anni a venire. La prima condizione per affrontarla con un minimo di intelligenza è di non cominciare mettendoci dell’odio”

[Michel Foucault, Dits et Ecrits III]

Sul finire del 2009, le manifestazioni della “Twitter Generation” iraniana in risposta alle strette repressive del regime di Mahamud Ahmadinejad,  così come l’espansione Talibano-Salafita nel Pakistan di Asif Ali Zardari, hanno rilanciano la questione dell’islam nelle sue declinazioni politiche, con le sue contraddizioni e le sue prospettive. La necessità di un’analisi ponderata si presenta ancor più pressante dal momento che le zone dove il fenomeno sembra manifestarsi in maniera più massiccia, sono anche quelle al centro degli scenari geopolitici globali.

Il termine “Islamisme” è di origine francese, attestato per la prima volta in Voltaire, che nel suo cosmopolitismo illuminista, lo preferì al più sprezzante “Mahométisme”, per indicare la religione islamica . Esso assurge a dignità euristica nel corso dell’Ottocento, a partire dagli scritti di Alexis de Toqueville e Ernest Renan, ma è solo a partire dagli anni Settanta del XX secolo che si identifica in modo pregnante con un’ideologia più prettamente politica. Tale impalcatura totalizzante e unidimensionale individua nell’instaurazione di uno stato islamico fondato sulla Shari’ala legge coranica – una rivendicazione basilare.

Nel momento in cui vacilla la bipolarizzazione dicotomica con la grande narrazione novecentesca del comunismo e, rispetto allo sviluppo economico della golden age capitalistica, segna il passo una fase di perdurante recessione (apertasi con la crisi petrolifera del 1973), iniziano ad affermarsi  ontologie esclusiviste dell’essere sociale che individuano in ciò che si è, e non nella funzione svolta all’interno della comunità, la propria raison d’étre.

In questo contesto il movimento islamista viene elaborandosi sulle macerie del nazionalismo arabo, uscito sconfitto dalla lotta per l’egemonia regionale con lo stato israeliano. L’originalità e il fondamentale potere di appealnel mondo islamico del nuovo movimento politico, che si rifà alle speculazioni di personalità quali Sayyd Qutb e Ruhollah Khomeyni, sono dovute ad un’ambiguità politica di fondo che caratterizza la sua intera parabola storica e si concreta nella sua eccezionale capacità di mobilitare ceti sociali eterogenei – dalla gioventù povera di recente inurbata fino alla media borghesia religiosa dei bazar – intorno ad un programma dalle forti tinte utopiche e religiose.

La sua capacità di coagulare sotto la comune bandiera ideologica di una rifondazione dell’Umma – lo spazio islamico interstatuale – un insieme eteroclito di interessi di classe spesso contrastanti, rappresenta la cifra più significativa dell’esperienza storica islamista.

Al di là della sua specificità sciita è stata proprio la rivoluzione iraniana del 1979 a emblematizzare in maniera compiuta l’utopia islamista, proponendola come modello centrale di identità per i paesi musulmani e mettendone pienamente in luce l’afflato rivoluzionario. Nelle venature populistiche del discorso politico dell’Ayatollah Khomeyni potevano riconoscersi tanto la massa di diseredati quanto la Middle Class iraniana penalizzata dalla politica fiscale repressiva dello Scià Reza Pahlavi.

Nell’ultimo decennio la ripresa di posizioni come quella di Samuel Huntingdon, ha annebbiato un dibattito altrimenti trasparente e puntuale in Occidente. Queste tesi si sono concentrate sulla teorizzazione di un clash of civilization in atto a livello globale, in particolare con la componente arabo-musulmana. L’emergere del radicalismo terrorista a partire dagli anni Novanta del secolo passato, culminato nell’attacco dell’11 settembre 2001 al World Trade Center di New York, ha destabilizzato radicalmente i termini del problema, militarizzando l’informazione e imbalsamando il dibattito intellettuale in un clima di “Sacrée Union” caratterizzato da forti pregiudizi orientalisti.

Tutto ciò ha portato ad una sostanziale cecità nei confronti di una serie di soggetti sociali moderati riuniti nella coalizione islamista che hanno manifestato la chiara volontà di uscire dall’empasse politica determinatasi dopo la prima Guerra del Golfo. Di fronte al monismo autoritario di molte élites dirigenti si sono cominciate a smussare le asperità ideologiche della dottrina coranica e ad accettare le istituzioni democratiche come strumento della propria affermazione al potere e della ricerca di un nuovo patto sociale con i ceti medi laici, in precedenza demonizzati, incentrato sul rispetto dei diritti civili e sull’aspirazione ad una forma musulmana di democrazia. In Libano l’apertura di Hezbollah alla coalizione laica “14 marzo” guidata da Hariri dopo le elezioni dell’8 giugno 2009 sembra altamente rappresentativa di questa nuova fase evolutiva dell’islamismo.

Nel pensiero di una serie di studiosi riuniti intorno all’Institut d’études politiques de Paris, come Gilles Kepel e Olivier Roy, la frammentazione del movimento islamista e l’apertura di una spirale di radicalizzazione terroristica e violenza, lungi dal rappresentare una manifestazione di solidità e diffusione dell’islamismo, attestano l’impotenza politica di un movimento che si chiude in un terrorismo sterile, mediatizzato, privo di un vero progetto politico e di una propria base sociale. La stessa prepotente affermazioni di strutture transnazionali come Al Qua’ida, pur con tutte le  gravi  conseguenze sul piano internazionale, rappresenta il colpo di coda di un movimento che ha perso la propria capacità di mobilitazione e che cerca nello scontro globale la proiezione verso l’esterno delle proprie irriducibili contraddizioni interne.

Il terremoto internazionale che ha segnato l’ultimo decennio e che ha imposto la centralità dell’arco di crisi che si estende dal golfo persico al quadrante afghano, inquadrato in questa prospettiva, rappresenta il frutto di un incontro di due logiche soggiacenti intese ad una trasformazione radicale del medio oriente, più che la manifestazione di un’intrinseca forza del movimento islamista. Il “Grande Racconto del Terrore”, tessuto abilmente dall’estabilishment neoconservatore americano, ha indicato nella lotta ai Rogue states l’obiettivo di un ritrovato manifest destiny americano e si è sovrapposto al tentativo dell’islamismo radicale di superare i propri fallimenti mediante un accentuazione del simbolo del martirio, la cui controproducente ripetizione è risultata funzionale, più che a un nuovo jihadismo capace di mobilitare le masse, a un refrain sanguinario estraneo al cuore stesso dell’islam.

Non esiste, a mio parere, esempio migliore di quello iraniano per manifestare la profonda trasformazione socioculturale cui l’elemento identitario musulmano sta andando incontro. A trent’anni dalla rivoluzione del 1979, in Iran si assiste ad un rifiuto dello sconvolgimento sociale che aveva portato al potere i ceti emarginati guidati dall’ayatollah. La lotta generazionale inaugurata in quella delicata fase di transizione è stata riproposta negli ultimi mesi da attori diversi. A una mafia militar affarista incarnata dal premier Mahmud Ahmadineiad e dai Pasdaran, i guardiani della rivoluzione, che utilizza i più vistosi simboli culturali dell’islam come paravento per strategie di controllo politico e economico, si è opposta una generazione giovane, il cui contatto con il mercato globalizzato e il web 2.0 si è tradotto nella decisa apertura verso le istituzioni democratiche. Anche se non in grado di prendere il potere, questa “ Twitter Generation” si è opposta ad un sistema della repressione e della paura mostrando come, mentre l’islamismo radical- esclusivista e jihadista ha esaurito il proprio ciclo storico, un’ideologia islamico moderata e libertaria possa avere un futuro rilevante all’interno delle società musulmane.

FONTI:

Gilles Kepel, Jihad. Ascesa e declino, Carocci, 2001

Gilles Kepel, Fitna. Guerra nel cuore dell’islam, Laterza, 2004

intervista di Luciano Battiston a Gilles Kepel


4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Franco Marzoli ha detto:

    Complimenti innanzitutto a Niccolò Serri per il suo dotto e articolato saggio.
    Anche le opinioni da lui espresse sono in gran parte condivisibili.
    Bisogna però tener presente che la rivoluzione komeinista degli anni ’70, che in qualche modo può essere considerata come un forte segnale del risveglio islamico, non è maturata nel segno di volontà democratiche (come erroneamente ipotizzato a suo tempo dalla sinistra) ma come risposta ai tentativi di occidentalizzazione dello Scià Reza Palavi.
    In sintesi si trattava di una istanza di tipo conservatrice.
    Il movimento rappresentato dalla generazione attuale sembra invece improntato a valori più vicini all’occidente e come tali distanti dall’islamismo oscurantista. Attenzione però a non confondere i mezzi con i fini. In altre parole penso che questa internet generation utilizzi la tecnologia informatica allo scopo di arrivare ad un cambiamento politico-culturale. A meno che non vi sia (per loro e per i loro coetanei occidentali) un’identificazione tra utilizzo internettiano e visione del mondo….il che potrebbe essere più problematico.
    In definitiva il problema che pongo è se internet possa essere considerato sinonimo esso stesso di democrazia o solo uno strumento?

  2. Niccolò ha detto:

    Per prima cosa, Franco, ti ringrazio dei complimenti.
    sono assolutamente d’accordo con te sul fatto che la rivoluzione iraniana non sia stata nella sua essenza, o quantomeno nella sua concreta attuazione storica, improntata a istanze democratiche. L’iniziale appoggio delle sinistre non è tuttavia da marginalizzare . Non solo il Tudeh( il partito comunista iraniano) fu, credo l’unico, a rimanere legale nei primi temi del nuovo corso Khomeinista ma lo stesso messaggio dell’ayatollah si rifaceva largamente alle teorizzazioni dello sciismo socialista di Ali Shariati, che maturò a stretto contatto con il marxismo francese di fine anni cinquanta. le nuove istanze in seno alle istituzioni iraniane, rappresentate dal tentativo di “nuovo corso” da parte di Moussavi, si riconoscono secondo me ancora largamente nell’eredità rivoluzionaria, come testimonia il persistente timore reverenziale verso al figura di Khomeyni. Parzialmente diverso è chiaramente il discorso per la base elettorale dell’opposizione che ha mostrato un rifiuto forse più netto dei valori del 79′, ma anche la persistente coscienza della propria specificità storica nell’ambito mediorientale e la volontà di riattivare uno scontro generazionale in seno alla lotta politica. Come si inserisce internet in quanto contesto? rispondo alla tua domanda propendendo decisamente per la prima ipotesi. la nascita e diffusione di internet a partire dai primi anni novanta è un fenomeno che ha trasceso largamente il mondo della comunicazione massmediatica e ha interessato processi di trasformazione sociale e culturale ormai imprescindibili in società democratiche. La riattivazione di un tessuto sociale totalmente divincolato dal controllo statale grazie alla perfetta orizzontalità della comunicazione via internet non è un mero strumento ma si identifica in maniera essenziale con la moderna pratica democratica. La perdita del monopolio dell’informazione da parte dello stato, consentita dalla diffusione di notizie in tempo reale sulla rete, consente, e il mio pensiero corre ad Habermas, la rinascita di un opinione pubblica sana e capace di svolgere un serio controllo sul lavoro delle istituzioni, che trova inoltre nella stessa rete lo strumento della propria organizzazione e mobilitazione.

  3. Caro Nicco,
    anch’io ti devo dei complimenti; l’articolo, forse sarebbe meglio definirlo saggio nonostante la lunghezza per la completezza del discorso, per l’utilizzo dei testi.
    Individuo però un’analisi che tende a fare dell’islamismo un ritratto eccessivamente omogeneo, che ne schiaccia le differenze, secondo una prospettiva, direi, fotografica: credo che questo rappresenti un errore, pur compiuto nel giuto sforzo di individuare delle linee di fondo in un processo assai complesso.
    In particolare assumere la peculiare storia iraniana come paradigma politico della nuova politica di questo islamismo “omogeneo” mi pare una forzatura, come mi pare forzato il parallelo tra l’alquaedisimo e i soggetti politici extraistituzionali ormai legalizzati (Hezbollah, Hamas, ecc.) (rileggendo non so neanche se questi fossero i tuoi intenti, ma a una prima lettura traspariva questo giudizio).
    Mi piacerebbe anche porti delle domande in merito a fenomeni più recenti ed ugualmente interessanti, quali gli avvenimenti in Somalia.
    Infine, perdonatemi la pignoleria, rinvengo traccia di orientalismo nel commento di Franco, che oppone all’occidentalizzazione dello scià, la conservazione della rivoluzione iraniana (che non riscuote da parte mia alcuna simpatia, ma è un fenomeno di rottura radicale indubbiamente e non era necesseriamente conservatrice).
    ale

  4. Franco Marzoli ha detto:

    Visto che sono chiamato in causa da Alessandro replico almeno limitatamente alla parte che mi compete.
    E’ vero che la “rivoluzione” iraniana degli anni ’70 come tale non dovrebbe essere storicamente considerata come un fenomeno di tipo conservatore. Chè altrimenti che rivoluzione (= cambiamento radicale) sarebbe?
    Ricordo poi che all’epoca il corrispondente dell’Unità da Teheran (Siegmund Ginsberg) tendeva a vederne prevalentemente solo gli aspetti positivi….
    Il problema consiste in ciò che è accaduto (e forse non poteva che essere così) successivamente. Così come per la rivoluzione francese, per quella bolscevica, e per il ’68 ad un inizio di tipo libertario hanno corrisposto successivamente rispettivamente le fasi del terrore, dello stalinismo, e del terrorismo…così anche quella iraniana ha poi visto un’involuzione autoritaria e repressiva i cui effetti perdurano tutt’oggi.
    E sul come poter avviare cambiamenti epocali senza però i successivi deragliamenti autoritari mi sembrerebbe poi un bel temino di discussione….

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