Puglia: forme e motivi di un ritorno alla Politica

di Marco Mongelli

“A furia di credere alle cosiddette strategie vincenti, e di considerare impolitica ogni forma di passione,  e ingenuo ogni sogno, la sinistra è nel guado più melmoso della sua storia.”*
 
“Ora è molto facile andare via,  chiamarsi fuori. Tenetela per voi la società che non si muove.”**

 

Quello che è accaduto in Puglia nelle ultime settimane ha destato l’attenzione di tutti i media nazionali: il governatore uscente Nichi Vendola ha vinto le primarie di coalizione del centrosinistra con una maggioranza schiacciante e dai più non pronosticata. Tra le varie riflessioni che questo clamoroso risultato ha suscitato ce n’è uno che merita di essere sviluppato in maniera più articolata, e cioè il ruolo che in questa vicenda politica ed elettorale hanno avuto i giovani, la generazione che va dai 20 ai 30-35 anni, vera latitante del mondo civico e pubblico della società italiana. Non si tratta qui di stabilire il loro peso in termini elettorali, né di proporre improbabile analisi sociologiche. Il discorso si riferisce a un’intera generazione di ragazzi italiani, mediamente colti e familiarmente di sinistra, per i quali quasi mai è stata in discussione la scelta di un voto ma che mai hanno intrapreso un percorso politico né in forma diretta (tesserandosi nelle varie sezioni giovanili di partito), né indiretta, con una forma di partecipazione attiva (manifestazioni, scioperi, proteste, mobilitazioni varie). Ragazzi, quindi, che mai hanno intersecato la propria parabola personale ed esistenziale con il caotico e contraddittorio mondo della politica, ma anzi se ne sono volutamente e, almeno all’inizio, provocatoriamente distanziati, segnando un distacco netto rispetto a qualche generazione precedente.


Essa, infatti, aveva fatto della lotta politica (sempre “a sinistra”) un’attività che trascendeva i confini di una contingenza momentanea per rappresentare un’esperienza totalizzante della propria vita. Queste persone, questi giovani, avevano da sempre relegato il mondo della politica a fatto privato, aderendo a un tipo di vita totalmente “disimpegnato”, coscientemente “a-politico”, anche nei campi di ricezione musicale, letteraria, artistica. Non sto parlando di un  atteggiamento superficiale, tipico di chi non ha introiettato nell’adolescenza un orientamento anche vago della scena politica, né di uno di tipo qualunquistico, frequente invece in parecchi comportamenti ribelli giovanili. Sto delineando un atteggiamento invece molto preciso: il ripiegamento convinto e ostentato in una forma di privato, che diventa pubblica solo nelle forme canonizzate della vita accademica o in quelle dello svago personale.

Tale paradigma sembra essersi rovesciato in maniera decisa durante l’esperienza del governo regionale pugliese prima, e durante il periodo pre-eletterale poi, quando, come di consueto, l’attenzione mediatica si è fatta più pressante. Ebbene, abbiamo assistito a una mobilitazione dalle proporzioni mai viste prima: i nuovi media, il web 2.0 e in generale tutti gli strumenti di comunicazione di massa sono stati invasi, presi d’assalto da singoli giovani, che, spontaneamente si sono rimessi in gioco, hanno rilanciato la propria quotidianità nel cerchio dell’agone politico, senza temere di sporcarsi, ma solo con passione ed entusiasmo. I professionisti della comunicazione politica e le strutture organizzate della propaganda hanno sfruttato questo fenomeno, cavalcandone l’onda, e hanno canalizzato gli sforzi dei singoli nei nuovi contenitori di aggregazione telematica: gruppi facebook, blog, siti specifici con sottoscrizioni, canali youtube etc. Il dato centrale è però che queste persone hanno deciso (molte per la prima volta) di far  entrare nel loro privato elementi espliciti della politica, facendo una scelta chiara di voto, dichiarandola in maniera netta, e accettando di compromettersi con una pratica scottante e molte volte impopolare: la militanza. Se il reflusso nel “privato” era stato forse il dato antropologico più rilevante degli anni ’80, almeno per quelle persone che avevano un determinato background familiare e socio-culturale, è altrettanto indubbio che ora la questione dell’impegno etico-civile è tornata d’attualità. D’altronde i riferimenti culturali e di identificazione possono far molto in questo senso, precorrendo o interpretando una sensibilità diffusa: così l’impegno di un gruppo come gli Afterhours per un paese migliore può sortire più influenze delle decine che ogni settimana provengono dai vari Fo, Paolini, Benigni, Celestini etc, che rimagono inevitalbimente troppo connotati in senso strettamente ed “anticamente” politico.

La nuova militanza che ho cercato di descrivere è molto diversa nelle forme da quella classica di partito, non funziona sulla base di rigide relazioni gerarchiche, non prevede un verticismo né una distribuzione razionale di compiti. Si struttura semplicemente come rete di nodi che senza una legge precisa si intersecano e si diramano, vivendo l’uno dell’altro e agendo per “emulazione”. In questi casi è molto difficile stabilire chi idea e chi emula, ma alla fine il risultato è quello di una straordinaria partecipazione, in cui finalmente l’aspetto emozionale si è riscoperto non ingenuo, ma appassionato, lucido motore di una vivido slancio di militanza umana e politica verso le questioni della cosa pubblica. Se le forme di questa nuove e sghemba militanza sono quelle proprie del nostro tempo e quindi comuni a svariate generazioni di tutto il mondo, non lo stesso si può dire, ahinoi, delle ragioni profonde: perché è indubitabile che forme così massicce di partecipazione sarebbero per ora impensabili fuori dal contesto pugliese e senza la peculiare esperienza politica di Nichi Vendola. Molti nuovi “militanti” hanno pian piano fatto cadere il velo di scetticismo e relativismo estremo che caratterizzava il loro sguardo sociale, finendo per trovarsi disarmati di fronte a una politica finalmente sincera e scevra da opportunismi occasionali.  L’augurio è che la riscoperta del contatto fra il mondo giovanile e la politica non rimanga circoscritta a una regione e non viva di ondate e successive risacche, l’augurio è che si possa cominciare a guardare tutti questo complicato mondo con occhi più tenaci e meno rassegnati.


* Prof. Antonio Prete per Vendola, pubblicato sulla pagina facebook de “La Fabbrica di Nichi”

**Amor Fou – “Se un ragazzino appicca il fuoco”


6 Comments Add yours

  1. Alessandro ha detto:

    Mi sembra che tu abbia centrato uno dei punto dell’analisi: complessivamente l’Italia ha scoperto in questo passaggio due elementi; la politica del XXI secolo (fatta di web 2.0 e comunicatività nodale) e una pratica di buona politica e buon governo del territorio (mai vissuta forse finora, almeno in molte regioni).
    Lo dico forse con superficialità, ma siamo di fronte ad un passaggio storico dirimente, momento in cui per la prima volta il vento di Obama arriva anche in quest’Europa conservatrice specchio della propria rituale paura dinanzi alla crisi.
    Ed è particolare che questo vento abbia soffiato propria in Puglia, un angolo di quest’Italia così esposto, una terra che cinque anni fa era la patria della fuga dei “Terroni” di De Cataldo.
    Quella fuga era un altro elemento giovanile: commuove tornare a parlarne, con altri occhi, delle generazioni post-ideologiche di questo sud italia ancora vivo

  2. Francesco ha detto:

    il problema è che la nuova militanza non pu… Mostra tuttoò comparire ad ore..non può solo difendere, deve attaccare…le ragioni della mia militanza partitica risiedono lì: scavare gli angusti spazi della militanza tradizionale con la nuova militanza emozionale. Non si può essere superficiali nell’analizzare questo aspetto. Le grandi cose si costruiscono giorno per giorno. Certo non si può chiedere a tutti di perdere tempo e passare le notti insonni a cercare di darsi delle risposte, ma l’impegno della nostra generazione deve essere organico ed organizzato, con il cuore rivolto al passato e la testa al futuro.

  3. Marco Mongelli ha detto:

    Sono d’accordo Francesco. Non volevo creare gerarchie valoriali fra le diverse forme di militanza, ma mostrare come si sia aperto un varco nel quale bisogna inserirsi in maniera costruttiva e politica in senso stretto. Non dobbiamo essere superficiali ma nemmeno rinunciare a percorrere una strada che potrebbe essere decisiva nel futuro. In questo concordo con Alessandro nel credere che il momento che stiamo vivendo sia capitale per riuscire a mescolare pratiche nuove con un atteggiamento etico e politico consapevole.

  4. Cataldo ha detto:

    Caro Marco e caro Alessandro,
    sono d’accordo con voi, totalmente. Meno devo dire con Francesco. La vittoria di Vendola e la militanza-ombra partono secondo me dalla campagna elettorale di Obama quando tutti i ragazzi, e non, europei si sono schierati a suo favore lasciando messaggi su tutti i social network presenti sulla rete.
    Una campagna massiccia e condivisa. Condivisione appunto, parola chiave su cui si basano le regole di stare sulla rete.
    Anche in questo caso, in quello nostro, intimo e personale di Vendola, si è ricreato quel clima, dovuto probabilmente anche alle affinità che i due hanno. Vendola è stato visto come un idealista che corre da solo contro tutti, senza un appoggio partitico se non quello risicato del suo comitato elettorale che, schede alla mano, non risulta forte come la sua controparte, il PD.
    Il suo essere un outsider, relativamente giovane, e con una retorica a volte un po’ populista che però riesce a infiammare i cuori delle nostre generazioni, nonché l’ingerenza di una classe dirigente vecchia e stantia che non riesce a capire, proprio in nessun modo, come va il mondo (e sono intimamente convinto che si rifiuti di comprenderlo) e come esso cambia, che hanno portato, seppur nelle primarie, a un risultato così clamoroso.
    Non illudiamoci però, la militanza-ombra deve continuare, la lotta è ancora difficile e lontana dalla meta anche se possiamo guardare con più ottimismo verso il futuro.
    E, ultima cosa, secondo me, in questa fase dovrebbe intervenire la militanza classica tentando di fondersi e alimentare quella più nuova e fresca. Attenzione però, non saranno tollerate ingerenze e consigli forzati.

  5. Ezio ha detto:

    Da militante e attivista politico 1.0, penso che si debba fare uno sforzo estremo per rimanere coi piedi per terra in questa fase storica e sociale del nostro paese. Dobbiamo stare attenti a non scambiare segnali di modificazioni e aggiustamenti possibili con fenomeni antropologici più profondi. E’ vero queste primarie (ma sono “solo” primarie, occhio!) possono segnare uno spartiacque nelle pratiche politiche, nel ritorno all’impegno civile, nell’adesione a un’ipotesi di cambiamento sociale. Queste primarie, per come sono nate, per come si sono svolte e per l’esito clamoroso che hanno avuto mostrano, forse una volta per tutte (almeno per chi ha occhi per vedere), il tramonto della forma-partito tradizionale. La gerarchia di partito, l’ordine di scuderia impartito alla “base”, l’alleanza negoziata nelle segrete stanze sono stati spazzati via da una mobilitazione profondamente di sinistra, autenticamente popolare. Spero si possa ripartire di qui, dalla necessità di ripensare la forma/partito e – chiaramente – del partito, meglio, del soggetto politico di sinistra, della sinistra italiana. Un’organizzazione che o sarà concepita, realizzata e vissuta fin nelle sue implicazioni “militanti” come una rete oppure non sarà, non potrà essere, non potrà avere futuro. Non si tratta nè del partito liquido weltroniano, nè del partito di massa, dell’intellettuale organico di gramsciana memoria. Poichè il capitalismo, oggi, imprigiona le esistenze precarie dei soggetti individuali e collettivi, bisogna ripensare le coordinate spaziali e temporali della resistenza possibile. Darsi un’articolazione reticolare, pensarsi e organizzarsi come nodi di una rete è un passaggio ineludibile per la sinistra del terzo millenio, se vuole ritornare a essere protagonista, a incidere sui processi culturali, sulla formazione di quel senso comune oggi così pericolosamente contaminato dal pensiero di destra. Le elezioni primarie in Puglia possono essere l’inizio di questa autoriforma della sinistra solo se quella militanza “nuova”, che evoca Marco, saprà ottnere questo genere di trasformazione che rende permeabili le dinamiche politiche e politiciste alle idee “ribelli” delle giovani generazioni.

  6. Marco Mongelli ha detto:

    Ti ringrazio del commento Ezio. Il mio articolo, nella necessità della compattezza e della organicità, accenna soltanto ad alcune tematiche che meriterebbero di essere sviluppate. A me premeva sottolineare le istanze nuove e definite che le primarie hanno portato sulla scena. Senza sopravvalutare il fenomeno e circoscrivendolo storicamente e geograficamente, si può però, come tu fai, trarre delle conclusioni e accettare le sfide che la Sinistra tutta riceve ogni giorno dalle trasformazioni e dalle storture della società. In questo senso le riflessioni tue e di Cataldo sono sguardi che pur muovendo da occhi diversi, non rinunciano a bollare questa esperienza pugliese come “poco significativa”, ma si proiettano verso un futuro da costruire con strumenti nuovi e adeguati ai tempi.

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