Sui fatti di Rosarno

di Federico Pacciani

Avere le idee chiare sui fatti di Rosarno non è facile. Ma, come accade spesso in situazioni complesse, sarebbe meglio evitare ricostruzioni semplicistiche e assolute, in altre parole populiste, come quella del Ministro Maroni. Sostenere che causa degli scontri  sia la “troppa tolleranza” è un modo sbagliato e dannoso di affrontare  la questione, così come archiviare il tutto in quanto problema di ordine pubblico. Ancora peggio è il rifiutarsi di commentare l’accaduto, come ha fatto il capo del Governo. Se i problemi sono troppo complicati e fuori moda, meglio ignorarli.

Preoccuparsi degli ultimi è molto fuori moda negli ultimi tempi e le guerre tra poveri non sono al centro dell’agenda politica, occupata dalla ricerca di riforme che ciascuno intende a modo suo. Il solo Presidente della Repubblica ha espresso una ferma condanna e un richiamo alla legalità, ma come sempre parla al vento. Bersani è stato a Rosarno ma nessuno se n’è accorto. È il governo che ha il dovere di agire e non solo di fare annunci e produrre slogan in gran quantità; ma se l’analisi si ferma alla superficie delle cose è ben difficile trovare soluzioni adeguate.

Proviamo a mettere insieme un po’ di fatti e di interpretazioni, esplorando le diverse sfaccettature della questione. Fatti: l’8 gennaio due immigrati africani sono stati colpiti da un fucile a pallettoni e il giorno dopo un centinaio di loro compagni di lavoro hanno manifestato il loro dissenso e la loro rabbia, da troppo tempo repressi. Una donna è stata aggredita e la sua auto bruciata. Successivamente alcuni cittadini italiani si sono organizzati in ronde e hanno sorvegliato le strade del paese. Rappresaglie tristemente conosciute come “caccia al negro” si sono svolte nei due giorni seguenti. Le forze dell’ordine si sono limitate a scongiurare la degenerazione degli scontri e a proteggere le persone dalla pelle scura, che alla fine sono stati portate via in massa. Poi è tornata la “normalità”. I pochi africani rimasti hanno ripreso a raccogliere gli agrumi, come ad esempio il ragazzo che ci ha mostrato “Annozero”, pagato 2 euro/l’ora e nutrito di sole arance. Gli abitanti per bene di Rosarno hanno manifestato contro il razzismo, e questo è un bene. Ma non contro la ‘ndrangheta, che come tutti sanno non esiste.

Purtroppo esiste, e comanda pure. Ignorare pure questo, sarebbe follia. Non ci è dato sapere il ruolo delle ‘ndrine dietro tutto ciò, ma pensare che non ne abbia avuto alcuno è ridicolo, in una città dove il Comune è stato sciolto per mafia e che si trova a pochi km da Gioia Tauro, il cui porto è l’arrivo naturale di gran parte della droga che circola in Europa, controllata appunto dalla ‘ndrangheta e che la rende tanto temibile, fino a Duisburg e oltre. Quindi, perché ha permesso, se non causato, questi avvenimenti? È da ritenersi per motivi economici. Solo che trovare manodopera a minor costo è impensabile. Alcuni commentatori hanno suggerito che ci siano accordi con altre minoranze che andrebbero a sostituire gli africani, che sono l’unica comunità capace di ribellarsi alle mafie, come a Castel Volturno. Altri, come il giornalista Gatti, ricordano che, grazie alla riforma dei contributi europei, dal 2007 si conteggiano gli ettari coltivati e non più l’effettiva produzione e questo porterebbe molti coltivatori a non raccogliere i frutti poiché non più conveniente, neppure a prezzi stracciati. Oppure, la ‘ndrangheta ha voluto dimostrare che può creare disordini dagli esiti imprevedibili e l’affaire Rosarno rientra nella strategia di lotta allo Stato così come la bomba alla Procura di Reggio Calabria pochi giorni prima.

O più semplicemente, e alle volte è così, la spiegazione è il razzismo, purtroppo. Le ‘ndrine si sono limitate a esaudire le richieste di una parte della popolazione, che non capisce le differenze e non le accetta, ha paura. La crisi economica può aver avuto un peso in questo; però la deriva del Paese è preoccupante. C’è un filo rosso che lega i respingimenti, il reato d’immigrazione, la morte di Abba a Milano, il pestaggio di Emmanuel da parte dei Vigili avvenuto a Parma, passando per i fischi a Balotelli fino a Rosarno. È ben difficile credere alla versione della Lega Nord, la cui linea ufficiale individua nell’errata applicazione della Bossi-Fini la causa principale dell’accaduto. È un fatto che le ASL avrebbero dovuto controllare e denunciare le pessime condizioni di vita degli immigrati, all’80% muniti di permesso di soggiorno ma ridotti a semi-schiavi e costretti ad abitare in tuguri, se non addirittura cisterne; ma colpevolizzare le istituzioni locali è come indicare la luna e osservare solo il dito. Anzi, è cercare di distrarre l’attenzione dai problemi profondi, diffusi in tutto il Meridione e non solo, e ben noti a tutti. Proprio questo è il problema nel ridurre il fenomeno dell’immigrazione a mero disturbo dell’ordine pubblico: cioè che non si prova a risolverlo in profondità o almeno ad affrontarlo nelle cause fondamentali. Così come per la lotta alle mafie.

Va ammesso, tuttavia, che la difficoltà ad affrontare temi complessi e delicati è molto alta ed è comune a entrambi gli schieramenti e ai governi che si susseguono, perlopiù impegnati a tirare a campare piuttosto che a creare soluzioni. Il meglio che è stato fatto è l’accordo con un regime antidemocratico come la Libia, “successo” bipartisan della politica italiana. L’integrazione degli stranieri è lasciata alla società civile, e chi s’è visto s’è visto. Certo, chi ha fatto della lotta agli stranieri la propria bandiera e ha cavalcato, se non fomentato, l’onda xenofoba che sta attraversando l’Italia, ha una bella faccia tosta a volerci convincere di non essere razzista. Questi sono i frutti della demagogia e chi ne paga le conseguenze sono sempre i più deboli.

Nel frattempo, qualche sera fa La7 ha trasmesso Mississipi burning. Una semplice coincidenza?

4 Comments Add yours

  1. Franco Marzoli ha detto:

    A mio parere i fatti di Rosarno, oltre che essere descriti e comentati come fa Federico, potrebbero prestarsi anche a considerazioni ulteriori.
    Provo brevemente a porne qualcuna.
    – Di natura politica: che risposte dare al tema immigrazione?
    – Di natura etico-economica: perchè l’illegalità ed il conseguente lavoro nero sono così diffuse nel nostro Paese (soprattutto al Sud)?
    – Di natura psicologica: siamo sicuri, al di là del facile politically correct, di non essere tutti potenzialmente un pò razzisti?
    Mi rendo conto che affrontare seriamente questi temi sarebbe come dar vita ad un trattato, ma sarei lieto di trovare su 404 un “file found” contenente qualche ulteriore saggio sugli argomenti segnalati.

  2. Arriverà, Franco, arriverà.
    Work in progress!

    V.

  3. Gianluca S ha detto:

    Deportati. Questo è il termine da usare per definire lo spostamento degli immigrati di Rosarno. Cosa accomuna un clandestino di colore e un ebreo portato via da un ghetto? Non si distacca molto la foto quadri-cromatica di oggi da una in bianco e nero del 1942. Non si nota la differenza tra i pullman quotidiani e treni a vapore di ieri. Non sono diversi i CPA di Crotone e Bari e i lagher nazisti in Polonia. L’analogia è forte, forse provocatoria che spinge noi stessi a cercare delle analogie seppur banali a questa realtà rozza e barbarica, che questi fatti ci dimostrano essere tutt’altro che superata.
    Il razzismo nel 2010 è incredibilmente attuale. Una buona parte della popolazione crede che questa “rivolta africana” sia il frutto di anni di sfruttamenti e ingiustizie, altri riescono a vedere soltanto il clandestino che crea disordini senza nessun motivo apparente, altri ancora vedono lo sporco negro.
    Questa rivolta è molto di più. E’ un grido di aiuto, un fumogeno nell’oceano di una nave che affonda, una mano tesa che chiede uno strattone per essere tirata in alto. E questo aiuto deve essere ascoltato e capito.
    I fatti calabresi di questi giorni ci dimostrano quanto l’Italia non sia ancora pronta ad una vera e propria unificazione di popoli, ad una globalizzazione.
    Proprio noi, i primi immigrati moderni che nei primi anni novanta siamo fuggiti per una terra migliore, piena zeppa di opportunità, ad inseguire L’american Dream (il sogno americano), non riusciamo a capire Loro, che sono il nostro riflesso, che vedono in noi quello che i nostri antenati immigrati vedevano negli americani, il loro sogno, l’Italian Dream.
    Migliaia di altri casi testimoniano la xenofobia italiana, partendo dai Romeni, passando tra i cinesi, arrivando ai “negri”. <>, quante volte è stata detta questa frase? Quante volte ancora dovrà essere ascoltata?
    Questa povera gente (circa ventimila anime) lavorava in quei posti da vent’anni, con turni stancanti di 12 ore. La mansione richiesta nella maggior parte dei casi era il raccoglimento di frutti nelle sterminate campagne calabresi coltivate e la busta paga giornaliera variava tra i 15 e i 25 euro. Lavoravano a nero senza una locuzione d’impiego fissa, venivano sballottati nelle diverse zone coltivate a seconda del padrone che la mattina li sceglieva tra molti altri.
    E’ noto che ci sono state molte richieste (inascoltate) di regolarizzazione verso i propri padroni, ma quanti di loro avevano il fegato di “sfidare il capo” chiedendo di essere iscritti in un libro matricola? Quanti lo hanno chiesto, magari per un ricongiungimento familiare con i loro cari? Quanti sono morti di stenti e malattia, logorati dal lavoro, senza rivedere i propri bambini? Può vivere così un uomo? Può un popolo colto, come quello italiano, non ascoltare quella richiesta di aiuto?
    Ora, queste persone, uomini, donne, vecchi e bambini verranno “accompagnati” in un centro di prima accoglienza nel quale dovranno essere catalogati, smistati e spediti nei vari paesi di origine. Paesi da cui sono scappati, senza guardarsi mai dietro, fuggiti con la costante paura di dover tornare, forse, un giorno, oggi.

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