Ogni centimetro a disposizione

di Luca Francesco San Mauro

Comincio con delle domande. Quanto sono cento persone, tanto o poco? E mille, un milione? E ancora prima di questo, come si contano cento (o mille, o un milione di) persone? In altre parole: come le si misura? Prima di tentare una qualsiasi risposta è bene osservare la natura di queste domande. Se prive di precisazioni, le prime quasi non hanno senso. Una grandezza non è univocamente grande o piccola, ma solo relativamente a un’interpretazione che le assegni un qualche ruolo- serve un contesto, altrimenti cento persone possono essere troppe come pochissime; cento persone per fare cosa? E qui si giunge al legame con la richiesta procedurale di una corretta misurazione: l’interpretazione fissa le coordinate valutative ma, se non si riescono a localizzare i punti, il contesto serve a poco. Per ora possiamo limitarci a una tesi banale: per parlare di numeri occorre conoscerli, o almeno stimarli.

La questione non è così noiosamente sterile come può sembrare. Si ripropone con insistenza in occasione di ogni manifestazione o grande evento popolare. Prendiamo i casi politici; se non i più significativi, gli ambiti nei quali il tema assume maggior rilievo. La via naturale per decretare la riuscita dell’evento, o il suo fallimento, consiste banalmente nello stimare quanti vi hanno preso parte. Insomma basterebbe contare. Banale, perché l’operazione – ogni testa un numero – appare elementare e chiaramente acquisita. A una prima osservazione però stupisce la sconcertante imprecisione del giorno dopo: il dato reale – se vogliamo, la risposta giusta alla domanda: ma quanti erano? – si trova nel larghissimo intervallo tra le stime al ribasso della questura (vale spesso il tipico detto: “io, di persona, ne ho contati di più”) e gli iperbolici rilanci degli organizzatori verso quote vertiginose e francamente improbabili. Per quanto vogliamo sottolineare lo sbilanciamento dovuto a interessi che tendono a ridurre o amplificare la manifestazione, rimane impressionante la sproporzione. Nei casi più recenti, il rapporto tra la cifra degli organizzatori e quella della questura era spesso maggiore di venti. Mettiamola così, se io ritengo di aver davanti Siena e tu vedi Barcellona non c’è comunicazione che tenga, viviamo letteralmente mondi diversi e sghembi tra loro. Quindi invece di rendere conto del significato di un numero – delle istanze e dei segnali che le persone intendevano mandare – la discussione politica rimane arenata sul numero stesso. Si procede secondo uno schema canonico: i fautori insistono appigliandosi al numero dei partecipanti (“eravamo tantissimi”), la parte avversa muta i tantissimi in pochi falciando il numero di diversi ordini di grandezza; dopo qualche scambio del genere, con sottili variazioni, il tema scompare dall’agenda. Per evitare questo esito, servirebbe uno strumento che offra una stima valida e riconosciuta. Non che questo cancelli il dibattito- i numeri sono portatori sani di interpretazioni: qualitativamente neutri (almeno loro) possono poi essere oggetto di qualsiasi uso o valutazione- al contrario: garantirebbe una solida base dalla quale muovere le argomentazioni contrapposte. Ovvero un punto di partenza.

Abbiamo cominciato con delle domande. Possiamo ora sostituirle con una ingannevolmente semplice: come si conta il numero delle persone delle grandi manifestazioni? Gli elementi da tenere sotto controllo sono diversi ma riconducibili a due tipi: i fattori preparativi, vale a dire l’insieme degli investimenti e le aspettative degli organizzatori; e tutto ciò che riguarda il conteggio delle persone durante l’effettivo svolgimento dell’evento, cioè le stime reali. Sono da aggiungere inoltre alcune variabili esterne come, per esempio, il meteo (il dio della pioggia notoriamente è il principale destinatario delle imprecazioni dei manifestanti). Nel conto delle presenze i fattori preparativi rivestono un ruolo piuttosto secondario e servono soprattutto ad agganciarlo ad altre stime precedenti: si paragonano il numero di treni, pullman e navi partiti, le coperture mediatiche ricevute, i percorsi dei cortei. Ovviamente, nel caso di una complessiva sovra-valutazione delle manifestazioni passate (come cercherò di illustrare nel seguito mi pare che l’ipotesi sia reale), l’eco amplificante finirebbe per invalidare, in eccesso, anche la manifestazione presente. Non stupisce quindi che il grosso del lavoro sia da fare con le stime reali.

La cosa funziona combinando un gran numero di foto aeree con una visione d’insieme della piazza finale che accoglie tutto il corteo (eventualmente, comprendendo anche le vie adiacenti). Sapendo le misure della piazza, è infatti sufficiente scegliere un realistico indice di densità per ottenere un’ipotetica capacità massima alla piazza stessa: oltre quel numero, semplicemente non ci si entra. Segue che qualsiasi annuncio sopra quel valore è da considerarsi inattendibile, per non dire impossibile. Il metodo è approssimativo, va detto, ma dovrebbe garantire una verifica dei numeri dichiarati dagli organizzatori: non tutto il problema, ma una sua parte significativa. Si tratta allora di capire quante persone possono stare in un metro quadrato, ovviamente quando si ha che a fare con grandi folle. La risposta ordinaria oscilla intorno a 3,5. Vediamo di giustificarla. Con un po’ di distacco, gli esseri umani possono essere visti come solidi complessi immergibili in cilindri con una base di 50 centimetri di diametro. Limiti di altezza non ce sono e allora è lecito ragionare in due dimensioni riducendo tutto a circonferenze, e proprio quattro (sempre di questo diametro) ne entrano in un quadrato con un metro di lato. Occorre un piccolo appunto: io sono povero di spalle e in quel mezzo metro ci starei largo, ma poiché la media è sfortunatamente più prestante serve una correzione di mira; esattamente quanto basta per arrivare al 3,5 di cui sopra. Alla luce di questi conti, le piazze vengono incredibilmente ridotte rispetto ai titoli a cui siamo abituati. Per fare un esempio: Piazza San Giovanni a Roma, meta conclusiva di molte delle manifestazioni degli ultimi anni, potrebbe contenere appena duecentomila persone e difficilmente si vede come si potrebbe riempire dei due milioni che Berlusconi dichiarava nel 2006 (o simmetricamente del milione del No B-Day di qualche mese fa).

Dalla matematica, elementare certo, la riflessione di necessità si sposta alla politica. L’epocale milione dei funerali di Berlinguer divenne, nel giro di quindici anni, una surreale condizione minima- al punto che il dispositivo che assegna una riuscita (e quindi un senso) a una manifestazione sembra essersi rotto proprio sulla quella quota: rimanere sotto la soglia segna il fallimento delle proposte manifestate; varcarla le legittima. Un’indagine rigorosa di quali cause abbiano condotto a questi rilanci di asta -in violazione, più o meno palese, del principio di impenetrabilità dei corpi- non può trovare spazio qui. Si può solo dire che la meccanica ha avuto un effetto autoalimentante: raggiunta una cifra, risultava indecente tornare un gradino più in basso (in metafora: dopo torte ipercaloriche, non conta quanto gonfiate, non si torna facilmente alle gallette). La conseguenza di questo fenomeno è che ormai l’analisi di una manifestazione è regolarmente preparata a monte del suo reale svolgimento: comunque vada si delegittima il numero, consapevoli dell’eccesso. In fondo, così, non si fa che legare l’efficacia di una manifestazione a quelle dinamiche di peso (elettorale o mediatico) all’interno delle quali si tentava un’introduzione.

Ps: lo spunto e del materiale per questo articolo l’ho trovato qui. Qui invece, si  trovano alcune delle cose più interessanti sui modelli di “crowd counting”. Per ovvie ragioni di tempo e spazio ne ho fatto poco uso, sarà eventualmente per un’altra volta. Ma non la prossima, la prossima scrivo di Paperoli (meglio va).

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. gianluca ha detto:

    vero vero tutto vero, pensa che bernardino da siena si vantava di avere gremito piazza del campo con ‘più di mille persone’ ai suoi predicozzi!
    (però, levacci, un errore di grammatica fra la seconda e la terza riga non me lo dovevi fare)

  2. e tutti penseranno a quello (però anche l’orecchio vuole la sua parte vecchio mio!)… beh basta scuse, vado a correggere

  3. Max ha detto:

    Questo articolo mi riporta agli anni del liceo quando il mitico professore di storia e filosofia ogni volta dopo una manifestazione chiedeva ironicamente se avessimo raggiunto il milione e poi iniziava a ragionare proprio come hai scritto tu sulle dimensioni geometriche dei diversi posti.

  4. Franco Marzoli ha detto:

    Prima di tutto devo dire che apprezzo l’articolo per la sua originalità.
    Entrando nel merito trovo interesante il metodo quantitativo proposto. In caso di corteo se ne potrebbe segnalare un altro: il numero di persone per fila moltiplicato per il numero di file, oppure indicativamente il numero di persone che transitano in un minuto moltiplicato per la durata del passaggio.
    Cmq, stando alla mia esperienza, tendo a pensare che i numeri riduttivi fornite in genere dalle questure siano più vicini alla realtà di queli enfatici forniti dagli organizzatori.

    Un’ultima considerazione provocatoria. Premesso che le manifestazioni pubbliche possono servire a creare un clima di coesione e di solidarietà tra i domostranti, siamo sicuri che, nel contempo, si rivelino utili nei confonti delle reazioni della cosidetta opinione pubblica?

  5. Franco, questa è tutta un’altra storia, e ben altro dibattito… lungo e indigesto. Intanto godiamoci il senso di coesione: 3,5 persone per metro quadro non è male, per una piacevole sensazione di appiccicaticcio!

    Sil

  6. Marco Mongelli ha detto:

    http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=27422

    hanno letto quest’articolo, semplificandolo :p

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