“Hopenhagen”: verdi speranze, tante illusioni

di Viola Caon

La conferenza sul clima di Copenhagen si è conclusa con un nulla di fatto. L’accordo che ne è uscito, firmato soltanto da Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sudafrica, ha fissato termini piuttosto labili, che mantengono ampia la libertà di movimento degli stati ratificanti. Non è un caso, infatti, che  gli stati africani e quelli insulari, nocciolo del G77, la congregazione degli stati del sud del mondo, si siano limitati a prenderne atto senza ratificarlo ufficialmente.

Contenimento dell’aumento di temperatura del pianeta entro i 2°C annui; istituzione, da parte dei paesi industrializzati, di un fondo di cento miliardi di dollari l’anno da destinare ai Paesi in via di sviluppo per la riconversione energetica e l’implementazione di sistemi di controllo delle emissioni di CO2; ripartizione disuguale delle responsabilità del riscaldamento globale tra paesi di prima e seconda industrializzazione e paesi in via di sviluppo, secondo i principi del Protocollo di Kyoto; proposito di raggiungere un vero e proprio accordo sul clima entro la fine del 2010, in seguito alla conferenza che si terrà a Città del Messico il prossimo novembre. Questi i tratti essenziali dell’accordo firmato nella capitale danese alla fine del summit di dicembre.

Niente accordo post-Kyoto, dunque, e nessuna “Green Economy”, come era stato annunciato nei mesi precedenti alla conferenza. Soltanto un vago impegno da parte dei paesi a industrializzazione avanzata a dare un aiuto economico per l’avvio di politiche ambientali nei paesi in via di sviluppo. Da sottolineare, a tale proposito, che non è stato specificato come l’onere di questo aiuto (cento miliardi di dollari) debba essere distribuito tra le nazioni ratificanti. Soltanto l’Europa, che per tutta la durata della conferenza ha faticosamente tentato di svolgere un lavoro di mediatore etico e promotore di un sistema valoriale, ha ufficialmente preso l’impegno di stanziare 2,4 miliardi di dollari nel corso dei i prossimi 3 anni. Briciole rispetto a quanto promette l’accordo.  Di fatto, quindi, il grosso è stato rimandato all’appuntamento di fine anno a Città del Messico.

A ben guardare, d’altra parte, nessuna particolare sorpresa. L’ipotesi di un flop totale della conferenza di Copenhagen era nell’aria già da tempo. Da quando, cioè, Obama era tornato da Singapore con la coda fra le gambe, dopo il colloquio col premier cinese Hu-Jintao, il quale aveva apertamente dichiarato che nessun accordo vincolante per il proprio paese sarebbe uscito dal summit danese. Anders Fogh Rasmussen, il presidente danese, era stato convocato all’ultimo minuto per sentirsi dire che la festa di casa sua aveva buone probabilità di saltare. Ma si sa, quando il tendone è montato bisogna che il circo faccia il suo spettacolo. E così, al grido di “The show must go on”, la conferenza Cop15 – la conferenza numero 15 sul clima – non è stata annullata.

Bene organizzata e magnificamente presentata secondo una perfetta orchestrazione di efficienza e buon gusto, sintesi che i danesi sanno facilmente trovare, la conferenza sul clima sembrava essere, nei giorni dal 7 al 18 dicembre, davvero il centro focale dell’intera città. La piazza principale allestita a prototipo di città verde del futuro, denominata “Hopenhagen” secondo un semplice gioco di parole; cartelloni pubblicitari e pubblicità progresso che invitavano a uno stile di vita ecologicamente responsabile. Traffico e trasporti completamente orientati a favorire gli spostamenti tra i due principali poli conferenziali: il Bella Center, luogo decentrato del summit ufficiale, e il DGI-Byen, l’edificio accanto alla stazione centrale sede del Klimaforum, il summit alternativo organizzato da ONG e  società civile.

Riproduzione fisica di una bipolarità forse alla base, seppure in minima parte, della risoluzione poco soddisfacente dell’accordo, specie per i paesi del G77, principali promotori del Klimaforum, la netta separazione tra summit ufficiale, luogo delle decisioni “vere” e delle discussioni tra i “grandi della terra”, e summit della società civile, nato allo scopo sia di sottoporre la questione climatica all’attenzione generale sia di portare le soluzioni provenienti “dal basso” all’interno del summit ufficiale, offre lo spunto per una serie di riflessioni interessanti sullo svolgimento e sull’esito del vertice.

Il Klimaforum, messo in piedi dalle principali ONG mondiali, si accollava di fatto il difficile compito di affiancare il summit ufficiale e di costituirne il contraltare che facesse da diffusore delle tematiche affrontate tra la popolazione civile, danese e internazionale, accorsa numerosa a Copenhagen per partecipare al dibattito sul cambiamento climatico. Con più di 10 conferenze al giorno, incontri e dibattiti di sensibilizzazione, spazi comuni e laboratori aperti in cui sperimentare e presentare direttamente le soluzioni ecologicamente corrette adottate da molti per libera iniziativa, il Klimaforum ha in effetti portato avanti una serie di discussioni parallele ai dibattiti del Bella Center, sede che si è di fatto mantenuta avulsa rispetto alla città.

Chiamando a parlare, fra gli altri, anche figure autorevoli come presidenti di ONG nei paesi di seconda industrializzazione, ricercatori di università nepalesi e indiani dediti alle ricerche per l’implementazione di tecnologie per lo sfruttamento di energie rinnovabili e la riconversione energetica nei paesi in via di sviluppo, il Klimaforum ha inoltre offerto un ampio spettro di argomenti e tentato di suscitare dibattiti approfonditi e stimolanti sull’emergenza climatica. Soprattutto, vale la pena sottolineare il valore di un lavoro encomiabile svolto dal summit alternativo, non sempre rintracciabile nell’operato dei leader mondiali: quello, cioè, di fare da forza aggregante per la costituzione di una comunità ispirata a valori alternativi rispetto a quella attuale, ritenuta responsabile di aver prodotto le disastrose condizioni climatiche con cui ci si trova oggi a fare i conti. Un merito non da poco, certamente favorito dalla politica di gestione del Klimaforum, secondo la quale a tutti era permesso partecipare alle conferenze e sostare nell’androne del DGI-Byen, trasformatosi, per le due settimane della conferenza, in un crocevia multietnico dove esperienze, spesso molto lontane l’una dall’altra, hanno avuto modo di confrontarsi.

Una serie di errori strutturali ha però depotenziato non poco l’efficacia del contributo che il Klimaforum avrebbe potuto portare all’interno del dibattito ufficiale sul cambiamento climatico. Innanzitutto, si avvertiva la mancanza di una connessione a filo diretto con il summit ufficiale. A parte la navetta che faceva instancabilmente da spola tra il DGI-Byen e il Bella Center, infatti, le notizie delle discussioni del summit ufficiale arrivavano scarse e disordinate alle orecchie degli attivisti presenti al Klimaforum che, in teoria, erano arrivati a Copenhagen proprio per contrastare o, quantomeno, per correggere il tiro di quelle discussioni. In poche parole, un summit che nasce con l’intenzione di portare la voce dei comuni cittadini all’attenzione dei grandi della terra dovrebbe fare in modo che il lavoro svolto al proprio intero sia quotidianamente tarato su quello della propria controparte. È mancata, ad esempio, una diretta dal Bella Center che avrebbe avuto il merito di informare i partecipanti e allo stesso tempo avrebbe portato alla produzione di documenti di concreta risposta alle decisioni ufficiali.

C’è certamente da aggiungere, d’altra parte, che il compito di mediazione di cui il Klimaforum si era fatto carico non era affatto un compito facile. Non è stato certo un caso che il summit ufficiale sia stato collocato dall’altro capo della città, lontano dal centro in una zona isolata. Non è un probabilmente un caso neanche il fatto che le notizie dal Bella Center oltrepassassero raramente le vetrate dell’edificio, vista che l’alta probabilità di un fallimento del vertice era nota da tempo all’opinione pubblica.

Guardando i cartelloni appesi nel DGI-Byen, camminando attraverso le mostre fotografiche dei paesi a maggior rischio di disastro climatico- vedi Tuvalu e il suo presidente in lacrime- e ascoltando le conferenze appassionate di attivisti e delegati ONG si aveva la sensazione di qualcosa di molto bello ma tristemente fine a se stesso. Di chi sia la responsabilità diretta di questa impressione è difficile dirlo. Quel che è certo è che dai giorni di Copenhagen è uscita confermata l’esistenza di due piani d’azione separati e difficilmente conciliabili: da un lato la società civile, le ONG  e i paesi del sud del mondo, dall’altra i leader dei paesi industrializzati che, di fatto, hanno avuto campo libero al momento delle decisioni finali della conferenza. Gli scarni e deludenti punti dell’accordo portano, forse, anche i segni di questa scissione.

Foto ©Viola Caon 

3 Comments Add yours

  1. Lucia Manili ha detto:

    Congratulazioni sia per il progetto di informare sia per l’articolo. Un abbraccio.

  2. Grazie!
    Mi raccomando, continua a leggerci e a commentare!

    A presto,
    V.

  3. sandra colamedici ha detto:

    Bravi, evviva la stampa, e le teste, indipendenti

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