La lirica, il silenzio, la nausea del verso. Conversazione con Stefano Dal Bianco

di Claudia Crocco

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Stefano Dal Bianco è nato a Padova nel 1961, dove  ha fondato e diretto la rivista di poesia “Scarto minimo” dal 1986 al 1989, insieme a Mario Benedetti e Fernando Marchiori. È stato redattore della rivista”Poesia” (Milano, Crocetti) dal 1992 al 1994.  Da alcuni anni è ricercatore presso il Dipartimento di Filologia e critica della letteratura dell’Università di Siena.
Come critico e studioso di poesia, ha pubblicato 
Tradire per amore. La metrica del primo Zanzotto (1938-1957), Lucca, Maria Pacini Fazzi, 1997; L’endecasillabo del Furioso, Pisa, Pacini, 2007.  Insieme a Gian Mario Villalta ha curato il volumeLe poesie e prose scelte (Milano, Mondadori, 1999) di Andrea Zanzotto, per la collana “I Meridiani”. Sempre di Zanzotto ha curato Tutte le poesie (Milano, Mondadori, 2011), pubblicato nella collana “Oscar”.
Il suo primo libro di poesie è stato
 La bella mano, Milano, Crocetti, 1991. Nello stesso anno è stato pubblicato Stanze del gusto cattivo, in Primo quaderno italiano, Milano, Guerini e associati, 1991. Sono seguiti Ritorno a Planaval, Milano, Mondadori, 2001;Prove di libertà, Milano, Mondadori, 2012.

Il tuo ultimo libro, Prove di libertà, è stato pubblicato pochi mesi fa, nell’autunno 2012. Questa raccolta di poesie è arrivata undici anni dopo Ritorno a Planaval. La prima domanda che vorrei farti riguarda i tempi. Quando è nato il libro? Sono venute prima le poesie e poi il progetto di una raccolta, o viceversa?

No, assolutamente. Io ho avuto una grossa crisi dopo il primo libro, La bella mano. È durata tre anni, se ricordo bene, in cui non ho scritto quasi niente. Qualcosa di simile è successo con questo. C’era già qualcosa, che non era entrato in Planaval nel 2001: sono alcune delle poesie per Arturo. Poi c’è stato un blocco di qualche anno, come per un parto: prima di partorire devi capire bene cosa nascerà. Diciamo che la struttura pressoché definitiva del libro è nata dopo il 2008. Molti testi c’erano già, ma erano stati scritti senza il conforto di una “direzione interiore”, e anche con molta fatica, che si vede e si sente. Ormai sono portato a vivere bene queste crisi; so che sono normali, dopo un libro.

Quali esperienze o situazioni hanno contato di più per il “parto” di questo libro?

Non parlerei di esperienze. Quello che ha contato di più all’inizio è stata una crisi di sfiducia nel fatto percettivo. Io parto sempre da un blocco: quando viene fuori qualcosa, viene fuori dall’impossibilità totale di andare in una certa direzione, che era stata la tua. La fatica e l’“antipatia” reale emanate da Prove di libertà derivano anche dall’impossibilità di avere e seguire una direzione; questa è arrivata, a un certo punto; ma molto tardi, direi negli ultimi tre anni.

Dunque, la rabbia è realmente uno degli stati d’animo dominanti in Prove di libertà, come qualcuno ha notato?

No, ecco: io la rabbia non la riconosco. C’è forse in una sola sezione: quella in cui si parla di rapporti di coppia, dove viene fuori qualcosa che non piace neanche a me. Ma, se c’è, è in tre o quattro poesie, e basta. Per il resto ci sono sarcasmo, ironia pesante – mai rabbia. C’è l’antifrasi: a più riprese, la sezione “Cinismi e cattiverie” è da leggersi in modo antifrastico, con affermazioni da rovesciare se si vuole capirne il senso vero. E anche questo è una sorta di risposta a Planaval e al buonismo di quel libro, se vuoi.

In che senso al buonismo?

Planaval è tutto un “vogliamoci bene”, con un fondo di sofferenza vissuta in un certo modo. Di fatto, si tendeva a risolvere tutto privilegiando l’aspetto positivo (anche stilisticamente). Qui è il contrario. Però, se uno dice “rabbia” si immagina che ci sia un destinatario; invece il sarcasmo, la sferzata, sono diretti verso se stessi. Ogni volta che si parla, sono quasi sempre dei monologhi interiori. Ci sono pezzi di soggettività, “parti di io” che dialogano fra loro. Da qui vengono i riferimenti frequenti al tema del “gemello”

Volevo chiederti di parlarmi proprio della figura ricorrente del gemello, e dello sdoppiamento del soggetto poetico di Prove di libertà.

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“essere per qualche istante io, noi, solitudine”: un ricordo di Vittorio Sereni attraverso cinque poeti contemporanei

di Claudia Crocco

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Vittorio Sereni, foto di classe, primi anni Cinquanta

Non vorrai dirmi che tu
sei tu o che io sono io.
Siamo passati come passano gli anni.
Altro di noi non c’è qui che lo specimen
anzi l’imago perpetuantesi
a vuoto – 
e acque ci contemplano e vetrate,
ci pensano al futuro: capofitti nel poi, 
postille sempre più fioche,
multipli vaghi di noi quali saremo stati.
(V. Sereni, Altro posto di lavoro, in Stella variabile, in Poesie, edizione critica a cura di D. Isella, Milano, Mondadori, 1995)

Vittorio Sereni (1913-1983) moriva a Milano trent’anni fa. Alla fine di questa giornata dedicata alla sua opera poetica, si può ricordarlo ancora una volta attraverso alcuni versi. Sono qui riportate due poesie dedicate a Vittorio Sereni da poeti a lui anagraficamente vicini (il primo, Giacomo Noventa, appartiene alla generazione precedente: nato nel 1898 a Noventa di Piave, è morto a Milano nel 1960; il secondo, Bartolo Cattafi, più giovane di Sereni, era nato nel 1922 a Barcellona Pozzo di Gotto ed è morto a Milano nel 1979); e tre testi scritti tutti dopo la morte di Sereni, da poeti molto più giovani di lui, appartenenti alla generazione che ha esordito dopo la seconda metà degli anni Settanta (Stefano Dal Bianco, Franco Buffoni, Guido Mazzoni). Senza nessuna pretesa di tracciare i confini di famiglie o filoni, può essere un modo per ricordare il lascito della poesia di Vittorio Sereni in alcuni dei più importanti libri di poesia degli ultimi trent’anni.

Vittorio, Amigo mio,
Calma el to cuor.

No’ perderte
Par ’na dona che passa.
I so basi te resta.

E no’ perderte, Vittorio,
Par ’na dona che resta.
I so basi va via.

Lo so, lo so, che intanto el tempo vola
E ch’el ne lassa
Veci
Su la porta de casa!

Ma no’ importa, Vittorio,
No’ importa, proprio.
El tempo gira
In tondo.

El tornerà a trovarne:
E torneremo,
Zoveni,
A far el giro del mondo.

(G. Noventa, 30 marzo 1960, cit. in L. Lenzini, Commento a V. Sereni, Il grande amico. Poesie 1935-1981, introduzione di G. Lonardi, commento di L. Lenzini, Rizzoli, Milano, 1990, pp.30-31)[1]

A VittorioMio amico,                 oggi è il dieci settembremillenovecentosessantaduee fa ancora caldobenché siano le undici di sera.La città è Milanola stessa città dove tu vivi.Seduto a questo tavolo bruciatodalle cicche, senza più vernice,bollato dal fondo dei bicchieri,nella casa che conosci.Ti scrivo per dirtiche quanto prima me ne vado.Da uomo a uomo voglio dirti graziee chiederti scusa delle coseche fui costretto a dartiquello che fu possibile cavare,la farina la cruscauscite dal mio sacco,di cui ci sarà presto l’inventario.Vorrei che tu fermassi nella mentela mia vera sostanza soprattuttoche dalla tua ebbeluce, vento, profilo– ignoro che profitto seppe trarnela mia greve difficile sostanza.E rientri nei calcoli la solaverde foglia velenosa,forma di lanciarivolta di più verso il mio petto(conosci i modi offerti dalla vitadi saggiare la morte, tu, con le tue mani,di attrarla a te, puntartela sul pettoper insania, viltà verso la vita?).Tutto fu cotto ad un vero fuoco.Ed oratutto è in un fermo vetro trasparente.Questa amicizia fu per me qualcosache non può con l’altroconnettersi, eguagliarsinell’amalgama,bigia spuma, buon sasso,sabbia sfuggente,e tu fosti ineguagliabile qualcunoalta onda smagliante nel gran mare,cuore saldo e precisoillimitato cuore fantasioso.Questa immagine ho avuto,questa mi porto chiusa dentro il sacco.Dovrei dirti di come me la passo,l’ansia, l’affanno– buffi gesti del muscolo cardiaco –,l’aria che manca se di poco m’affaccioal luogo dove andrò.Comunque ti formulo la miasperanza-promessa:appena possoda una cella celeste o infernalefarti una buonatenace, terrestre compagnia.Ti dovevo tanto. Ti saluto.(B. Cattafi, L’osso, l’anima, Milano, Mondadori, 1964[2]) Varietà e problemi di pensieroall’angelo custodeNon si combina niente senza un pensiero intenzionaleperché se vince la meccanicasono i pensieri a governare noi,e poi si tratta di lavoro,di usare tutti i trucchiper rimanere svegli in modo chela dimensione e la durata di ciascunpensiero intenzionalmente si faccianoadulte, si prolunghino sempremantenendo il controllonon solo del pensato ma dell’esperitocon i normali cinque o sette sensi,così da contenere più realtàattraverso l’azzurro del suononella sua cavità di fiatomantenuto costante in una nota.Ogni pensiero intenzionale si fa azzurrocome quella precisa varietà di suonoche non è musica d’angelima la mia sola musica,e quella di mio padre.(S. Dal Bianco, Prove di libertà, Milano, Mondadori, 2012, p. 36) Continua a leggere →

Per Vittorio Sereni

Vittorio Sereni moriva a Milano trent’anni fa, il 10 febbraio 1983. La settimana che 404 dedica al suo ricordo si concluderà a Siena, dove segnaliamo due eventi: sabato mattina (Biblioteca di Lettere e Filosofia, ore 11:00) sarà inaugurata “un filo di fedeltà”, esposizione di materiali sereniani dai fondi Fortini e Parronchi a cura del Centro Studi Franco Fortini e di Incontrotesto; sabato sera (Salone Storico della Biblioteca Comunale degli Intronati, ore 18.30) si terrà una lettura di poesie di Vittorio Sereni selezionate da Guido Mazzoni, con intermezzi musicali di Stefano Jacoviello.

Vi aspettiamo.

Locandina

«Se tu leggessi la “Gazzetta”». Appunti su poesia e sport in Vittorio Sereni

di Michel Cattaneo

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1. Non sorprenda, in un’amichevole corrispondenza tra poeti, Sereni e Alessandro Parronchi, sfogliando la quale davvero «non si ha mai l’impressione che si discuta di “letteratura” ma sempre e soltanto […] di questioni di cuore1», incontrare, affianco ai nomi, poniamo, di Eliot o Rilke, quelli di Giuseppe Meazza, attaccante prima ed allenatore poi della squadra tifata da Sereni, l’Internazionale di Milano, o dei rivali della bicicletta Gino Bartali e Fausto Coppi; sportivi le cui imprese certo agivano in qualche modo sul battito cardiaco di chi con «passione» – vocabolo che torna in una delle liriche qui considerate e in una prosa ad essa connessa – le seguiva. Accade inoltre, nelle lettere di Un tacito mistero, che (lo diciamo con il titolo fortemente voluto da Sereni per la rivista fondata e diretta insieme a Nicolò Gallo, Dante Isella e Geno Pampaloni nel 1962) il «Questo», cioé l’arte, e l’«altro», ovvero il reale quotidiano, in questo caso lo sport, finiscano per sovrapporsi, con esiti quantomeno stravaganti quando è Parronchi a scrivere. Nella missiva del 17 novembre 1947, ardisce, chiosando un risultato calcistico a suo parere condizionato dall’inadeguatezza del modulo inglese, il cosiddetto sistema, ad una formazione italiana: «Paragonerei in altre parole i giuocatori sistemisti ai pittori picassiani che tentano di sfruttare una grande formula con poca lena e scarsa attrezzatura2». E la raffinatezza del critico d’arte, prestata a commentare il pallone, ancora non sfiora il paradosso, ma già prelude al quasi assurdo equivoco in cui, con la mente al centounesimo verso del canto incipitario dell’Inferno, Parronchi, nell’avanzare un dubbio ciclistico, poco oltre cade: «ripensandoci non ho capito se quando a proposito di Coppi parlavate di “veltro” intendevate il Veltro dantesco…3». Ed ecco il forse divertito garbo della risposta di Sereni che, mostrando una competenza invece carente nell’amico poco ferrato sui pedali, lo soccorre prontamente con una delucidazione lessicale: «Quanto al veltro, non c’era alcuna allusione dantesca: se tu leggessi la “Gazzetta” da tempo immemorabile, come faccio io, sapresti che in gergo veltro è detto dei corridori forti nel passo e in volata4». Se lo scambio non testimonia nulla più di un coinvolgimento umano per gli eventi sportivi, maggiore in Sereni, che in Parronchi, dall’opposizione tra la pertinenza informata dalla «Gazzetta dello Sport» del primo e il colto spaesamento sul «veltro» del secondo, trarremmo almeno un’indicazione circa la peculiare – ma ovviamente non sua esclusiva – disposizione sereniana all’accoglienza, in una poesia selettivamente includente i dati della varia esperienza, del prosastico tema agonistico, sdegnato allora tanto dai versi rarefatti dell’ermetismo fiorentino, a campione medio del quale Parronchi sembra eligibile, quanto – per fermarsi in città, su un più decisivo referente poetico sereniano – da quelli delle Occasioni di Montale, che solo in Buffalo5 concede, e comunque nei suoi modi aristocratici, spazio ad una specialità di ciclismo da pista praticata nel velodromo parigino dell’intitolazione. Continua a leggere →

Lettura di “Pantomima terrestre”

di Damiano Frasca 

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[Questa lettura di Pantomima terrestre è tratta da D. Frasca, Posture dell’io. Luzi, Sereni, Giudici, Caproni, Rosselli, in corso di stampa]

Nel 1963, dopo aver letto alcune delle poesie che sarebbero poi confluite in Nel magma, Sereni scrive a Luzi: «Pensa a come eravamo ‘diversi’, pur se affettivamente vicini, nel ’40, ancora dopo il ’45 e pensa ad ora. Se non addirittura sullo stesso terreno, siamo su terreni straordinariamente simili»[1]. Ed in effetti, i componimenti di Nel magma e degli Strumenti umani sanciscono l’incontro, in terreni simili, di due itinerari poetici rimasti a lungo distinti. Certo, soprattutto nella sua prima parte, Frontiera risente del clima letterario dominante in Italia negli anni Trenta; eppure è significativo il ricorso di alcuni noti critici a formule trasversali del tipo ornato aristocratico o lingua petrarchesca, frutto di una reticenza e insieme della difficoltà di definire ermetico lo stile di Sereni[2]. Spesso viene ricordato che la recensione sereniana del 1940 alle Occasioni ha, proprio per la lettura di Montale come autore antisimbolista, anche il valore di documento di poetica[3]. D’altronde basta considerare il peso riconosciuto alla vita empirica, concreta del poeta in Diario d’Algeria[4], per rendersi conto della distanza di questo libro rispetto ad un’opera coeva come Quaderno gotico.

Nei primi anni Sessanta, però, pur mantenendo una visibile autonomia, Luzi e Sereni instaurano un rapporto con il genere lirico per molti aspetti affine. Si ritrovano, cioè, ad agire insieme all’interno di quel filone della poesia contemporanea che possiamo indicare con la formula classicismo moderno[5]. Per i classicisti moderni reiterare un gesto tipico della lirica, come mettere al centro il proprio io, è ancora la chiave per fare una poesia che contenga verità che riguardano la vita di molti uomini. Negli anni Sessanta Luzi e Sereni «continuano a prendere sul serio la propria esperienza, a considerarla universalmente esemplare»[6]. Certo, da un poeta all’altro variano i fondamenti che garantiscono dignità e rappresentatività alle vicende personali, eppure le due parabole poetiche sembrano tradire, nonostante tutto, una comune continuità con l’Erlebnislyrik tradizionale e la lirica romantica.

Al di là di alcune oscillazioni nello statuto, l’io lirico che si incontra negli Strumenti umani è un personaggio ben individuato e autobiografico, che attribuisce ancora un forte valore a episodi e aneddoti personali. In queste pagine vorrei dedicarmi all’analisi di Pantomima terrestre, un testo tratto da Apparizioni o incontri, la sezione degli Strumenti umani in cui le tangenze con Nel magma passano non solo per la matrice lirica dei componimenti, ma anche per l’apertura a movenze narrative e per la presenza di personaggi distinti dall’io e con diritto di parola.

Intervista di Alessandro Fo a Vittorio Sereni (parte seconda)

a cura di Camilla Panichi

Sereni che scrive

[La prima parte dell’intervista si può leggere qui]

Come vede la sua esperienza poetica: può accennare brevemente alle sue direttive di poetica? Quale opera ritiene sia fra le sue la più significativa?

Anche qui, vede, lei in fondo mi chiede la mia idea della poesia. Bene: non ne ho. O meglio sono ricavabili probabilmente dalle poesie stesse o da certe cose che ho scritto occasionalmente, a proposito della poesia.

Come in Letture preliminari, ad esempio?

Ecco, nelle Letture preliminari, ma ancora di più negli Immediati dintorni, libro che tra l’altro dovrei ristampare, molto accresciuto rispetto a com’era; ho le bozze da tre anni e non mi decido a ristamparlo[1].

Come mai?

Perché ci sono cose che io avrei voglia in un certo senso di documentare, di testimoniare, che riguardano questi anni. È come se ci fossero dei vuoti da riempire, e non mi piace che rimangano questi vuoti, questi anni che in fondo sono stati drammatici, tra il ’68 e il ’75, dove sono successe molte cose, dove l’esistenza si potrebbe dire che ha preso una svolta, e ha avuto delle accelerazioni fulminee. E mi dispiace che questo libro che è stato definito «un diario intermittente», un diario involontario, non ne porti la traccia. Ora, io sto cercando di riempire questi vuoti, ma non ci siamo ancora e non si tratta di insoddisfazione strettamente estetica, si tratta di altro, si tratta anche di una necessità di capire più a fondo certe cose che mi sono successe, e certe cose che sono successe intorno a me. Forse non ho ancora trovato l’angolo giusto per poterle anche semplicemente testimoniare.

Io posso dirle come agisco, come mi succede di scrivere una determinata cosa. E questa non è un’idea della poesia; questa è una descrizione del fenomeno per la parte che mi riguarda, semplicemente. In generale, per me conta ‒ come dicevo prima ‒ l’esperienza individuale, conta la reattività individuale, contano le emozioni individuali, le quali, a un certo momento, danno o non danno frutto. Quello che si scrive, per me, è il risultato di una trasposizione di questi dati dell’emotività, della reattività, dell’esperienza, su un piano diverso rispetto a quello sul quale si sono verificati. Ecco, io in genere non so dire altro quando mi viene posta una domanda di questo tipo. Ritengo che ogni poesia sia un fatto a sé stante. Continua a leggere →

Intervista di Alessandro Fo a Vittorio Sereni (parte prima)

a cura di Camilla Panichi

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[L’intervista è stata pubblicata nella miscellanea Studi per Riccardo Ribuoli. Scrittidi filologia, musicologia, storia, a cura di Franco Piperno, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1986, pp. 55-75. Ringraziamo Alessandro Fo e la casa editrice Storia e Letteratura per aver reso possibile la pubblicazione integrale del testo e la sua nuova circolazione in rete. A questo proposito, rispetto all’edizione originaria, sono stati qui operati, in accordo con il curatore dell’intervista, alcuni ritocchi minimi e spostamenti, funzionali alla nuova pubblicazione].

Durante l’anno accademico 1974/75 il professor Mario Costanzo, docente di Storia della critica letteraria presso la Facoltà di Lettere dell’università di Roma, organizzò, sotto la direzione del suo collaboratore Piero Nepi, un seminario su Vittorio Sereni. Nel corso di esso ciascuno degli studenti avrebbe dovuto presentare una ‘tesina’ riguardante lo scrittore, e, per assolvere questo compito, pensai che sarebbe stato interessante riuscire ad ottenere da Sereni stesso un’intervista. Gli scrissi in proposito presso la sede milanese della casa editrice Mondadori, presso la quale egli allora lavorava. Sereni accettò con una lettera del 18 febbraio del 1975[1], ed ottenni così l’incontro che avvenne il successivo 11 marzo presso gli uffici romani della Mondadori. Presto feci una trascrizione del nastro, nella quale quanto era stato detto veniva riorganizzato tramite ritocchi e adattamenti in un dialogo spedito e lineare. La inviai quindi a Sereni perché ne approvasse il testo, ed egli lo approvò. In seguito presentai la mia intervista-tesina al seminario, e scrissi ancora a Sereni, mettendolo al corrente della positiva accoglienza che essa vi aveva incontrato. Conservo la sua risposta del 14 aprile, con cui ringrazia per le informazioni. Nel colloquio Sereni si intrattiene piuttosto diffusamente su vari punti importanti della sua storia e attività di uomo e di letterato: le sue idee-non idee sulla poesia in generale; il modo con cui concretamente componeva e la sua concezione di ispirazione; la sua posizione nei confronti della letteratura ‘impegnata’ e di movimenti come l’ermetismo ed il neorealismo, in considerazione anche delle ‘conseguenze’ letterarie del suo essere lombardo; i maestri prediletti; l’esperienza della guerra, con la frustrazione della forzata esclusione dalla storia provocata dalla prigionia, e il suo riflesso letterario nell’esperienza di traduttore di Char; i problemi legati alla «stortura» di dovere egli, scrittore, lavorare nell’industria; i suoi orientamenti in materia di critica letteraria ed alcune sue opinioni circa gli studiosi che di lui si erano fino a quel momento occupati. Argomenti su molti dei quali certamente non solo in questa occasione egli ha lasciato una testimonianza, e che però sono qui illustrati con chiarezza, e non senza che ne vengano illuminati nuovi aspetti.

Altrettanto interessante mi è sembrata l’immagine che di Sereni si ricava ascoltando il modo con cui affronta questi problemi. Infatti qui, con tutte quelle sue caratteristiche espressive ricorrenti che ne rievocano un ritratto fedele e vivo, egli parla in un modo schietto, estraneo ad ogni vezzo intellettualistico, sincero e diretto. E con il progredire del discorso possiamo riconoscere nel migliore dei modi quella «concretezza» cui tanto Sereni teneva, e la sua consueta inclinazione a guardare alle cose dello spirito senza filtri arbitrari o sovrastrutture, a cercare di coglierle direttamente là dove scaturiscono, con una modestia ed una semplicità divenute metodo fondamentale per ogni ricerca spirituale, sia essa espressione poetica, valutazione critica, o semplicemente, più in generale, comprensione degli altri. In questa conversazione si riesce a cogliere bene, a mio giudizio, il centro del suo mondo artistico, e della sua umanità. Ed è per tutto ciò, e per quanto di universalmente valido l’umanità di Sereni mi sembra proporre, che proprio per questo incontro ho desiderato riservare a questa raccolta di studi in ricordo di un amico scomparso e dei valori che in lui riconoscevamo.

Qual è la sua opinione di fronte al problema di una letteratura impegnata, e quindi del ruolo che artista ed opera d’arte ‒ restringendoci al caso, appunto, della letteratura ‒ hanno nella società?

Si tratta di un problema enorme. Intanto, io premetto questo: non ho molta familiarità con le idee generali. Per «familiarità con le idee generali» intendo, come dire, un’attitudine a porsi i problemi in materia appunto di idee generali. Normalmente mi succede di affidarmi di più all’esperienza diretta che non alla riflessione, magari alla riflessione a priori, sui fatti dell’esistenza, sui fenomeni che riguardano la società, eccetera. A prima vista si potrebbe dire persino che non saprei come esprimermi, che non ho idee. È il modo per dire che non ho idee precostituite. Continua a leggere →

“Gli strumenti umani” di Vittorio Sereni. Percezione e ‘poesia degli oggetti’

di Maria Borio

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Ennio Morlotti, “Adda”, 1956

Una prima e diversa versione di questo saggio è stata pubblicata su «Atelier», giugno 2009

1. In un commento alla pittura di Morlotti, Sereni fa alcune riflessioni che possono essere lette come una chiave interpretativa del rapporto tra l’io e l’oggetto nella sua poesia. Anche Anceschi, commentando un intervento critico di Sereni su Seferis, riconosceva che «un lettore appena addestrato non saprà bene se Sereni parli» dell’autore che sta commentando o «di se stesso»[1]. Nel commento a Morlotti l’autoreferenzialità è notevole:

Crediamo di prestare alla cosa i nostri sensi, sussulti, pensieri, di investirla col nostro sguardo, mentre è lei, la cosa, a determinarlo, a imporci la sua presenza a prima vista insondabile e via via più chiara, fino a un ribaltamento dell’effusione romantica. Alle estreme conseguenze di quell’oblio di sé c’è la tensione della domanda dalla cosa a noi: lo sguardo scambievole che alla fine ne risulta ha il senso di un’ipotesi in via di attuarsi, di un’essenza nascosta che si manifesta assumendo una forma visibile. Tutto ciò, credo, riguarda molto da vicino l’arte di Morlotti.[2]

Pensiamo ora ai paesaggi del pittore lombardo. Le pennellate contengono sensazioni percettive e compongono immagini che, nonostante un’apparenza impressionistica e astraente, portano in sé lo scheletro di un oggetto reale, risultato di uno «sguardo scambievole» fra l’io e l’oggetto. Le osservazioni su Morlotti possono essere usate anche per descrivere la poesia L’equivoco degli Strumenti umani, che si sviluppa attorno al motivo dello «sguardo di rimando» come «ipotesi» di una relazione dialettica tra l’io e le cose:

Di là da un garrulo schermo di bambini
pareva a un tempo piangere e sorridermi.
Ma che mai voleva col suo sguardo
la bionda e luttuosa passeggera?
C’era tra noi il mio sguardo di rimando
e, appena sensibile, una voce:
amore – cantava – e risorta bellezza
Così, divagando, la voce asseriva
e si smarriva su quelle
amare e dolci allèe di primavera.
Fu lento il barlume che a volte
vedemmo lambire il confine dei visi
e, nato appena, in povertà sfiorire. Continua a leggere →

Per Vittorio Sereni, 1913-2013

Vittorio Sereni, nato a Luino nel 1913 e morto a Milano nel 1983, è stato uno dei maggiori lirici italiani del Novecento. Le sue raccolte poetiche principali sono: Frontiera (Milano, Corrente, 1941); Diario d’Algeria (Firenze, Vallecchi, 1947); Gli strumenti umani (Torino, Einaudi, 1965); Stella variabile (Milano, Garzanti, 1981). Le sue prose, fra le quali si ricordano soprattutto Gli immediati dintorni (Milano, Il Saggiatore, 1962) e L’opzione (Milano, Scheiwiller, 1964), sono tutte raccolte in La tentazione della prosa (a cura di Giulia Raboni, con introduzione di Giovanni Raboni, Milano, Mondadori, 1998).

L’esperienza della prigionia, prima in Algeria e poi in Marocco, dal ’43 al ’45, ha lasciato una traccia profonda in tutta la sua produzione poetica successiva, in cui tornano con cadenza quasi ossessiva alcuni temi: dal tramonto della giovinezza al rapporto tra i vivi e i morti; dall’assenza alla fedeltà agli oggetti e ai luoghi della vita; dal solido nulla alla ripetizione dell’esistere.

Il 2013 è un anno di ricorrenze: «anni come cifre tranviarie / o solo indizio ammiccante della radice perduta / una sera di nebbia agli incroci di ogni possibile sera». Durante questa settimana, 404: file not found vuole ricordare uno dei poeti più importanti e necessari del nostro secolo attraverso approfondimenti e percorsi critici,  interviste, e poesie di altri autori, perché «Con non altri che te / è il colloquio». 

(a cura di Claudia Crocco e Camilla Panichi)

Franco Fortini, Vittorio Sereni: una conversazione “tra fiume e mare”

di Claudia Crocco

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Veduta di Bocca di Magra

[…] una giornata di euforia è caduta in un lungo periodo di scoraggiamento e di quasi definitiva rinunzia (non è il primo e non sarà l’ultimo). Questa volta la situazione era più grave del solito perché rasentava la convinzione. Lasciamo stare le ragioni più fisiologiche e meno accettabili. Parliamo invece del crescente sospetto circa la capacità della poesia di comunicare e di interessare. Supponiamo che sia anche questo un sospetto puramente fisiologico e persino balordo. Resta quell’altro: che uno sforzo come il mio rimanga sterile, privo di vera forza comunicativa, schiacciato com’è tra una poesia di argomenti e una poesia nata dal paradosso dell’informale come unica forma possibile. Bisogna disporre, per farla, di un vigore che, non dico annulli, ma in qualche modo assimili e trasformi, comprendendole e vivendole a fondo, l’una e l’altra istanza. La questione così posta è astratta e io non me la sono posta nel mio “lavoro”. Se la pongo ora è per tentare di definire la sfiducia –e l’incredulità di fronte alle tue parole […] – con cui ieri quasi mi difendevo da te. Volevo dire che perché sa davvero come dicevi tu bisognerebbe essere almeno alla pari con entrambi gli “avversari” (lo dico in senso sportivo), saperli fronteggiare simultaneamente sul loro terreno […] ti ho sempre invidiato la tenacia intellettuale, la reale passione che ti spinge alla totalità o piuttosto all’organicità di quello che studi, progetti e fai. Tu non fallirai mai nell’insieme di te stesso, anche se non dovessi più scrivere un verso. Io sono attaccato a questa sola possibilità di esprimermi scrivendo i propri versi che scrivo. Quello che io posso dare agli altri – salvo che a questo e a quello sul piano strettamente umano,  confidenziale e privato – è tutto qui, è appeso a questa possibilità. E a volte sembra cosa infinitamente piccola e improbabile. Ieri tu mi hai fatto credere per un momento che è invece qualcosa che ha un significato, una possibilità di resistere.

(da una lettera di Vittorio Sereni a Franco Fortini del 25 ottobre 1962, in V. Sereni, Poesie, edizione critica a cura di D. Isella, Milano, Mondadori, edizioni “I Meridiani”, p. 594)

Il dialogo tra Franco Fortini (1917-1994) e Vittorio Sereni è iniziato negli anni Trenta, ed è andato avanti per diversi decenni. I ‘luoghi’  di questo colloquio sono stati più d’uno: una fitta corrispondenza epistolare, i commenti di Fortini alle poesie di Sereni [1], le conversazioni e le discussioni avute nei periodi trascorsi “tra fiume e mare“, ossia a Bocca di Magra, il piccolo centro ligure dove entrambi avevano una casa di vacanze[2]Sereni ha ambientato in quel luogo Un posto di vacanza, poesia in sette parti pubblicata per la prima volta nel 1972; in una sua lettera a Fortini del 4 marzo 1966, a questo proposito, si legge: “Vorrei dirti che leggendo questa tua cosa sono stato come restituito a un certo me stesso che da mesi dormiva e a un ordine che mi sembrava ormai insulto. […] È soprattutto un vero e proprio modo di collaborazione, non solo un aiuto giunto di fuori le mura. Mi stimola a riprendere il disegno di Un posto di vacanza […]. Per questo un Posto di vacanza ti è sin da ora dedicato.” Continua a leggere →

La libertà dopo Planaval: una lettura di “Prove di Libertà” di Stefano Dal Bianco

di Simone Burratti

Allora, vorrei che ci si concentrasse su quei sassi. Non perché siano importanti di per sé, e non perché siano un simbolo di qualcosa, ma proprio perché sono una cosa come un’altra: sassi.

Hanno però delle qualità: sono visibili e toccabili, sono tanti e sono separati.
Noi dobbiamo stare con i sassi.
Sono una cosa del mondo.
E dobbiamo cercare di capirli.
È per questo che ho scritto una poesia che ha bisogno di un gesto e di un pensiero.

Adesso io starei qualche secondo in silenzio, pensando ai sassi.

(da Poesia che ha bisogno di un gesto)

Così si concludeva, nell’esordiente 2001, il Ritorno a Planaval (Milano, Mondadori, collana Lo Specchio, 2001) di Stefano Dal Bianco, uno dei più importanti libri di poesia del decennio scorso. Dopo undici anni di attese, questo Prove di libertà (Milano, Mondadori, collana Lo Specchio, settembre 2012), pur mantenendo una certa continuità nei confronti del libro precedente, continuità che conferma una precisa impostazione formale e metodologica, segna per diversi aspetti un punto di svolta, un parziale cambio di rotta che è soprattutto nel movimento del pensiero. Infatti, se Planaval era percorso, diario di viaggio, Prove di libertà è discesa, scandagliamento; se Planaval era un libro “orizzontale”, Prove di libertà è in tutto per tutto un libro “verticale”, tridimensionale, che non si muove più lungo la linea del tempo e dell’esperienza ma sceglie la profondità della concentrazione, attraverso un’ottica tutta introspettiva.

Sembrerebbe quindi confermata l’analisi di Andrea Cortellessa, che vedeva, oltre l’impostazione diaristico-narrativa di Planaval, una tendenza prettamente analitica, basata sull’osservazione e sull’astrazione, sviluppata sugli esempi di autori soprattutto stranieri come Stevens, Char e Ponge; eppure, Prove di Libertà non è un libro di osservazione. Superate le prime due sezioni (ancora molto vicine, anche cronologicamente, allo spirito di Planaval) ci troviamo di fronte a una volontà poetante estremamente “attiva”, a un vero e proprio compendio di “prove di libertà”, tentativi di evadere dalla “gabbia” e dal “dolore / di anime costrette” della poesia d’apertura:  tutta la raccolta può essere riassunta in questo sforzo, in questo costante lavoro su se stessi che si contrappone, con metodo, ai continui snodi palinodici di un io frammentato e meccanico.

E proprio quello del “lavoro” è, insieme alla “libertà” del titolo, uno dei temi fondamentali attorno al quale ruotano tutta la filosofia e le funzioni interne del libro; “lavoro” inteso come termine tecnico, importato direttamente dal pensiero e dalla scuola di Georges Ivanovic Gurdjieff. L’influenza del filosofo e mistico armeno, esplicitata in epigrafe a una delle più belle sezioni del libro, “Aforismi di lavoro”, è evidente fin dall’organizzazione generale della raccolta: nove le sezioni, sette che seguono le note della scala musicale più due “intervalli”, come nella “legge del sette”; tre o nove le poesie per sezione, escludendo il testo esplicitario. Alla misurata architettura interna si aggiungono numerose attestazioni terminologiche (il “pensiero intenzionale”, il “lavoro da fare”, la “macchina”, solo per citarne alcune), ma soprattutto le ricorrenze tematiche, da quelle già accennate della gabbia e del lavoro su di sé fino alla teoria dei centri e al ricordarsi di se stessi (“Varietà e problemi di pensiero”) e alla reincarnazione (“Restano pochissime cose”), passando per “le morti degli anziani” che diventano “cibo per la luna” (“Età della vita”); tutte gurdjieffiane pure “La digestione” e “Autolavaggio”. Continua a leggere →