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“Noi siamo piccoli, ma cresceremo”. Quattrocentoquattro aderisce al manifesto TQ

“Diffidate di chi ha più di trent’anni”
(slogan sessantottino)

Il 29 aprile 2011 un gruppo cospicuo di scrittori, critici, editori, operatori culturali, freelance e giornalisti si è riunito nella sede di Laterza a Roma per discutere alcune questioni fondamentali e urgenti. Da questo incontro è nato un gruppo, che ha preso il nome di TQ: la sigla sta per  ‘Trenta-Quaranta’, ovvero la fascia generazionale di appartenenza di tali protagonisti. L’incontro ha generato molte polemiche e un ampio dibattito su blog, giornali, riviste. Noi ne abbiamo parlato quasi subito qui.
A distanza di tre mesi, il 27 luglio, le idee discusse sono state raccolte e pubblicate nei tre Manifesti TQ , raccolti sul blog Generazione TQ.

  1. Manifesto TQ/1
  2. Manifesto TQ/2 Editoria
  3. Manifesto TQ/3 Spazi pubblici

L’intento di TQ è quello di riflettere sul paese in cui viviamo – in modo costruttivo e non ‘piangendosi addosso’ -, sull’attuale situazione politica e culturale, sull’emarginazione sociale in tutte le sue sfumature: dai diritti all’esclusione dal mondo del lavoro con la conseguente emergenza del precariato. Un’attenzione particolare è dedicata all’editoria: a questo proposito TQ riflette ad esempio sul concetto di qualità dell’opera, opponendosi al principio del libro come merce e a una produzione culturale legata alla mera quantità. L’altro fondamentale campo di interesse riguarda gli spazi pubblici e il tentativo di riappropriarsene attraverso interventi diretti (in qualsiasi luogo dove il dialogo possa avvenire “in modo orizzontale”, si legge nel Manifesto TQ/3: “la definizione è ampia: può includere una piazza, una scuola, un centro sociale occupato o un festival letterario”). Inoltre TQ è attento anche alla creazione di una nuova comunità di lettori, all’educazione di un nuovo pubblico; ma soprattutto intende dare vita a un diverso modo di sentire rispetto a quello presente, un diverso modo di guardare al futuro e alla realtà in generale.

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Federico Moccia: the sickening bones

di Silvia Costantino

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Quando è stato ritrovato il corpo di Yara Gambirasio, a Brembate di sopra, le polemiche intorno allo svolgersi delle ricerche e le varie analisi crimino-psico-plasticologiche hanno quasi del tutto oscurato un articolo molto importante nel mondo della cultura italiana, articolo che è passato quasi del tutto inosservato: si tratta del pezzo scritto da Federico Moccia per Libero.

Ci sarebbe moltissimo di cui parlare, al riguardo: ci sarebbe da domandarsi il motivo per cui, tra i tanti scrittori attivi in Italia, si sia scelto proprio Federico Moccia; ci sarebbe da domandarsi se non sia il caso di rivalutare la funzione sociale di questo genere di scrittori, la cui portata probabilmente è, per quanto evidente, comunque sottovalutata; ci sarebbe da chiedersi per quale motivo certi fatti attirino tanto. Per questioni di spazio e acidità di stomaco, però, è opportuno fermarsi in superficie.

Analizziamo dunque il testo di Moccia, “La bimba che non volerà tre metri sopra il cielo”.

Mi è stata fatta una telefonata nel pomeriggio. «È stato trovato il cadavere di Yara Gambirasio. Potresti scrivere un pezzo? »

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