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Insieme SI vince – 7 motivi per cui sostenere Siena Capitale Europea della Cultura

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Siena, insieme ad altre cinque città italiane (Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna), è candidata a Capitale Europea della Cultura per il 2019. L’8 settembre è stato presentato il dossier definitivo per la candidatura; il 18 ottobre verrà scelta la città vincitrice. Il programma comprende 12 progetti a loro volta suddivisi in sotto-progetti chiamati ‘azioni’: ParaSite, Cultural Emergency Room, CopyWrong, che fanno riferimento a tre temi centrali per la candidatura:

Cultura, salute e felicità

Cultura e (in)giustizia sociale

Cultura e turismo intelligente

Come collettivo “404: file not found”, e come ex studenti dell’università di Siena, abbiamo presentato un nostro progetto: Common Critical Writing (CCW), che si inserisce nell’azione CopyWrong. CCW si propone come un laboratorio di scrittura critica collettiva nelle scuole del territorio. Il soggetto è la letteratura contemporanea italiana ed europea, cui vorremmo approcciarci non in quanto semplice disciplina di studio, ma come un insieme di pratiche e di valori comuni all’uomo e al cittadino, che possono essere trasmesse e vissute come patrimonio di tutti.
A partire dal nome, il nostro blog ha voluto rappresentare un luogo di innovazione e di apertura verso pratiche di scrittura critica e di approfondimento culturale che sapessero coniugare le competenze acquisite all’interno dell’accademia con quanto di meglio potessero offrire le nuove piattaforme di discussione online che sono nate negli ultimi quindici anni. Il desiderio di mettere in comune competenze altamente specializzate, di spendersi per una maggiore diffusione del dibattito critico intorno alla letteratura (come al cinema, all’arte, alla riflessione politica) ci ha spinto sin dall’inizio a riflettere sulle nuove pratiche di scrittura e di collaborazione intellettuale. Per questi motivi abbiamo organizzato i seminari che hanno portato alla pubblicazione dell’ebook collettivo #Costruirestorie. Nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione e alla scrittura di recensioni ed interventi collettivi intorno alle opere più significative della letteratura degli ultimi anni.

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“Più per meno, meno”. Elementare, Ministro!

di Tito Russo

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[Questo articolo è precedentemente apparso su Il Corsaro]

Maria Montessori riteneva che le aule dovessero essere ampie e luminose. “L’allievo deve essere lasciato libero di esplorare il suo mondo” diceva alle colleghe in preda al disappunto, troppo avvezze alle metodologie del Maestro Perboni, il cui “Cuore” era declinato paternalisticamente verso gli alunni “figliuoli”. La certezza che vi fosse un impulso imperscrutabile in grado di spingere verso l’apprendimento e la curiosità era per Montessori il vero motore della conoscenza che, se lasciata “girare” senza interferenze, portava a sviluppare al massimo tutto lo spettro delle capacità e dell’intelligenza. Il ruolo e la funzione dell’educatore dunque era tutt’altro che marginale, anzi: era garanzia della fruibilità libera del mondo e delle conoscenze insite in esso, innesco della volontà nell’imparare ad imparare, a prescindere dalle attitudini caratteriali e ambientali dell’allievo.
“Astariti non è bravo, Astariti è un primo della classe!” – così urlava il professor Silvo Orlando contro i colleghi alfieri della media aritmetica nella valutazione pre-berligueriana dei primi ’90, accompagnato anche lui da una missione di lungo respiro, nell’affermazione dell’equilibrio tra insegnamento e fruizione dei saperi di base. Nell’andare oltre ad un voto dopo 20 minuti di interrogazione, nella comprensione dell’allievo e le sue abilità nel comprendere e fare proprio il mondo, appunto.

Quanto tempo è passato da queste angolature della storia nella scuola pubblica italiana e ci si sente tutti un po’ più malinconici sotto il regime della riduzione coatta di strumenti e risorse.
È da quel drammatico pomeriggio del 30 ottobre 2008 che va avanti questa triste storia, anzi si potrebbe meglio enunciare “anti-storia” e non perché la scuola pre-autonomia fosse in toto da salvare, ma perché del domani un po’ di certezza vi era. Innanzitutto dell’occupabilità e del reclutamento: laurea, corso di abilitazione, due o tre anni di insegnamento annuale, assunzione. Dall’accesso alla fruizione del servizio scolastico per studenti e famiglie per quanto concerne le integrazioni al reddito spendibile per libri e accessori da parte dei comuni, le ristampe quasi inesistenti per cui, di figlio in figlio, la catena di passaggio dei testi era cosa assai frequente. L’Amaldi era sempiterno e al massimo Paravia contestualizzava Abbagnano. L’orario si faceva a inizio anno e rimaneva quello. Lo “spezzone” era solo il periodo che intercorreva tra un trimestre e l’altro per recuperare scompensi didattici verso la pagella e non segnava una porzione di ore cedute all’ultima catena di una graduatoria infinita. C’era carta gialla, tanta carta gialla, e fiumi di inchiostro che esponevano un quadro completo del discente, ore e ore di discussione sull’opportunità o meno del rimando a settembre.
Settembre andiamo, è tempo di recuperare.

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#incontridautunno 2: Filippo Bologna e Vanni Santoni

Domenica 18 novembre saremo a Poggibonsi (Siena), in occasione del festival “Le parole, i giorni“. Presenteremo i “bestiari contemporanei” insieme all’Associazione (traparentesi): I pappagalli  di Filippo Bologna (Fandango, 2012) e Tutti i ragni di Vanni Santoni (:duepunti, 2012).

Vi aspettiamo presso la libreria di Via Trento, a Poggibonsi, dalle ore 17,30!

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Cultura come bene comune

404 oggi sarà qui.

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Stanare gli sceneggiatori

di Marco Meneghelli

Finiamola con i giri di parole e con le false parresie. Il mio articolo sarà intenzionalmente polemico. Ho formazione semiotica. Mi sono formato sui testi dei grandi semiotici da Peirce a Eco. Questa formazione mi ha portato a una convinzione abbastanza definitiva. La semiotica deve essere una critica delle narrazioni dominanti. L’unico senso vero che può avere oggi la semiotica, almeno a livello di critica della cultura, molto più forte di quello barthesiano di critica dell’ideologia, è la serrata analisi critica delle narrazioni dominanti, delle storie che quotidiamente ci raccontano.  In Italia tale vera critica ha lo scopo principale di stanare gli sceneggiatori. Di smascherare, come già faceva Nietzsche, la narrazione del potere (e del contropotere).

Oggi in Italia la narrazione del potere e del contropotere sono ahimé quasi un’unica narrazione. Per quanto facciano discorsi diversissimi e in buona misura antitetici, per fare un esempio abbastanza paradigmatico, i discorsi di Signorini e di Saviano, parlo per paradossi, appartengono ad un’unica narrazione. Saviano dice cose diversissime da Signorini e si assume responsabilità e rischi affatto diversi, ma è pur sempre, almeno ad oggi, autore che narra in prima persona storie di contropotere lavorando per il potere. Tutti gli autori Mondadori più o meno sono presi in questa unica narrazione. Per non parlare di Endemol. La metafora di tutto ciò è Matrix o, meglio ancora, la Piovra. Di cui non si vuole o non si può tagliare i tentacoli.

Siamo tutti presi in questa immensa narrazione, che ci piaccia o no, e gli sceneggiatori, come nel romanzo orwelliano, a scrivere la storia presente, a scrivere il presente. Magari qualche sceneggiatore è anche pubblicamente uno scrittore, magari affermato.  A narrare storie non c’è nulla di male, neanche per mantenere il potere.

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