Come ogni anno, ogni redattore di 404 ha preparato un breve elenco con il libro, il film o la serie tv, l’album e il post che vuole segnalare e suggerire fra quelli usciti nel 2015.

Buone letture, ascolti e visioni.

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Silvia Costantino

Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi

I primi giorni arrivava a lezione puntualissima e se ne andava con altrettanta precisione, per paura che un passo falso o un ritardo le costassero un ripensamento del fascistissimo. Invece la sua assenza da casa si fece subito naturale, come ai tempi della scuola, solo che ora c’era il modo per non perdersi dibattiti e assemblee, bastava barare un poco sull’orario delle lezioni. Anche il suo aspetto cambiò: non era più l’adolescente che si vestiva da fagotto o copiava le maglie strette e il trucco ostentato delle coetanee più disinibite. Comprò pantaloni di velluto a coste, maglioni a rombi, un paio di occhiali dalla montatura grande; lasciò i capelli morbidi e lunghi sulle spalle, niente trucco. Strinse le prime amicizie con una disinvoltura che sorprese lei per prima. Di uscire la sera non se ne parlava, ma tra gli impegni di studio e le ripetizioni, con le quali si era anche conquistata una discreta autonomia economica, il tempo fuori casa aumentò. Quando le assemblee andavano per le lunghe, la scusa era sempre la stessa: compagni, mi dispiace, domattina devo alzarmi presto per studiare. Così non doveva vergognarsi troppo di non avere la stessa libertà degli altri. Ancora una volta la sua credibilità passava attraverso il massimo dei voti, che le garantiva una zona franca in famiglia e rispetto in facoltà, dove tutti volevano stare nei suoi stessi gruppi di studio: agli esami collettivi il suo nome e la sua preparazione erano una garanzia di riuscita. Sui libri, Aurora scopriva un femminismo ferreo, orgoglioso. Poi rientrava in casa e non riusciva a parlare con la madre, che aveva fatto del distacco un’arte e della propria esistenza una depressione muta. La vita fuori e quella dentro l’università non si sovrapponevano ancora.

Asif Kapadia, Amy, Stati Uniti

Joanna Newsom, Divers, Drag City

Tarin Nurchis, Tutte le volte che non me ne sono andata, Abbiamo Le Prove 

Prima di finire il ciclo di studi una delle persone che hai conosciuto ha fatto razzia nella dispensa dei tuoi sentimenti e buoni propositi. Sulla carta, il momento è perfetto. C’è persino un po’ di tragedia. Uno scenario. Una storia da raccontare, volendo; simile a quelle che poi si sentono nelle canzoni (“you’re the reason why I’ll move to the city / you’re why I need to leave”). Ma in realtà no, non lo è. Non è perfetto; mai; niente. Tutto quello che ti senti di fare infatti é restare in sella e – di nuovo – tirare avanti (mestiere in cui peraltro sei diventata pressoché imbattibile). Cogli anche l’occasione per riordinare quella dispensa, per quanto possibile. E intanto segui la via maestra e prendi una laurea.

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Camilla Panichi

Mirko Volpi, Oceano padano, Laterza

Ma su tutti, nell’Oceano padano, nel principato della terra grassa e del duttile pragmatismo campagnolo che cava bellezza dal bisogno, regnano le vacche e i maiali: rispettivamente, le bestie e i nimai per eccellenza.
E sono bestie superiori, di superbo sfarzo estetico e gastronomico. Animali sacri, li onoriamo al meglio ammazzandoli e mangiandoli nei più sontuosi dei modi. Se le stagioni hanno qui ancora un senso, se il rispetto del dio Tempo è regola immutabile, è pur vero che sono loro, le vacche e i maiali a farsi metronomi, a scandire i segmenti dei giorni, e dei mesi. Il ciclo del latte e della carne culmina in loro e da loro riprende. Il ciclo della vita stessa di campagna si fonda sulle loro succulente zampe, sulla mansuetudine bovina, sull’intelligenza bistratta e pericolosa del suino.
La vista delle immense stalle che costellano la sterminata pianura mi riconcilia con l’eternità dei processi naturali, col divino che me ne ha fatto dono, e mi commuovo – avvertendone gli odori, ascoltando rapito e rassicurato gli echi di muggiti e grugniti che si perdono nell’indifferenza della consuetudine – come se mi trovassi davanti al più perfetto simbolo di questa nostra patria malmostosa e reticente.

Sanna Lenken, My skinny sister, Svezia-Germania

Sufjan Stevens, Carry & Lowell, Asthmatic Kitty

Chiara Abastanotti, Con gli occhi dei migranti, Graphic-news

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Valerio Valentini

Romolo Bugaro, Effetto domino, Einaudi

Franco Rampazzo sapeva che quegli uomini dagli sguardi duri avevano alle spalle una storia simile alla sua. Tutti e quattro provenivano da famiglie con pochi mezzi, contadini o negozianti o piccoli artigiani. Tutti e quattro avevano lavorato senza risparmio per mettere in piedi la loro impresa. A quindici anni scaricavano sacchi di calce in un piccolo magazzino in affitto. A venti vendevano villette con giardino a medici e commercialisti. A trenta correvano avanti e indietro fra il cantiere di Udine e quello di Brescia. Niente weekend, niente vacanze, niente viaggi. Adesso avevano mogli da capelli semibiondi che indossavano fuseaux comprati al Centro Tom di Santa Maria di Sala e che guidavano X3 o X5 color argento metallizzato. Avevano grandi case con allarmi perimetrali attivabili vi bluetooth e figli che frequentavano la scuola inglese vicino al Centro Papa Luciani, e dipendenti laureati in ingegneria o giurisprudenza pronti a scattare sull’attenti appena li vedevano lungo il corridoio.

Edoardo Falcone, Se dio vuole, Italia

Bob Dylan, Best of the cutting edge, Sony

Matteo Marchesini, Due ragioni per cui Eco, a 80 anni, è diventato un Bongiorno per dottorandi, Il Foglio

La verità è che sulle labbra di Eco l’indignazione suona fuori posto: basta guardare questo “illuminista bizantino” (così Enzo Golino) per capire che il suo pacioso ottimismo è a prova di bomba. Eco non è un monaco che accusa, ma un manager che gronda serotonina. In lui, come ha notato Alfonso Berardinelli, il bambino e il prof convivono con allegria: ciò che manca è l’uomo. Ma il ritratto più formidabile è di Piergiorgio Bellocchio. In Eco, dice Bellocchio, “tutto è déjà lu”. E citando i comici inviti al coraggio di “Sette anni di desiderio”, così conclude: “Ecco la frase: ‘Nervi saldi, staremo a vedere’. Mirabile sintesi del pensiero, dell’atteggiamento morale, insomma dello stile di Eco. Reggetevi forte, ragazzi: si va al cinema.

#Strega2015 | Elena Ferrante, Storia della bambina perduta

ferrante

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Camilla Panichi

Se volete fare qualcosa di buono, fuitevenne ‘a Napule

“Fuggite da Napoli”. È il consiglio che, in un momento di insofferenza verso la propria città e le istituzioni che lo ostacolavano nella realizzazione di un teatro stabile, Eduardo De Filippo dette a un gruppo di teatranti. La frase si è impressa nella memoria collettiva comportando al drammaturgo un certo risentimento da parte del pubblico e dei conterranei. Eppure, in queste aspre e fulminee parole, si concentra tutta la contraddizione di chi, in una città, ci è nato e cresciuto, se ne è nutrito e le ha dato voce attraverso le proprie opere. Niente di più evidente che un sentimento di ambiguità, di oscillazione tra repulsione e attrazione, delusione e amore incondizionato. La geografia di una città come Napoli, con i suoi snodi emotivi, le sue falle sociali, i suoi lacerti di mala vita e compromessi, i suoi equilibri precari tra lecito e illecito, tra corruzione e legalità, tra mondo chiuso del rione e mondo aperto, si sedimentano nella vita di ognuno, sprigionando due sentimenti complementari: un attaccamento smisurato alla città o un rifiuto tormentato.
È quello che accade a Elena Greco, detta Lenuccia o Lenù, protagonista e narratrice della tetralogia L’amica geniale in cui la città di Napoli svolge un ruolo determinante nella vicenda, condizionandone lo sviluppo e gli esiti, al pari di qualsiasi altro personaggio. Continua a leggere →

La notte degli Oscar 2015, secondo noi

Stanotte si assegnano gli Oscar. Questa è la lista degli otto candidati  nella categoria “Miglior film”:

  • American Sniper, di Clint Eastwood
  • Birdman, di Alejandro González Iñárritu
  • Boyhood, di Richard Linklater
  • Selma, di Ava DuVernay
  • The Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson
  • The Imitation Game, di Morten Tyldum
  • The Theory of Everything, di James Marsh
  • Whiplash, di Damien Chazelle

Come l’anno scorso, abbiamo deciso di preparare un pezzo collettivo (meglio: polifonico) molto molto lungo. L’unica regola era quella di specificare il film per cui tifavamo, e poi finire a parlare di quello o degli altri.
Buona lettura!

Marco Mongelli
Il 2014 è stato un anno cinematograficamente eccellente, ancor più del 2013. Ciononostante il livello medio dei film nominati per l’oscar principale non è neanche minimamente paragonabile a quello dello scorso anno. Degli otto film quest’anno in concorso uno mi è parso di una categoria superiore a tutti gli altri: sto parlando, ovviamente, di Boyhood. Se dopo quasi tre ore di visione di questa storia ordinaria raccontata in modo straordinario non vi si è smosso niente dentro, allora non credo ci siano parole per sopperire all’immediatezza dello sconvolgimento emotivo. Linklater e Hawke dànno vita a un esperimento sulla gestione del tempo che è insieme semplicissimo e radicale, e che è a ben pensarci il naturale coronamento di una poetica filmica ventennale. Con un realismo che fino a ieri si potevano permettere solo i romanzi, Boyhood ci dice che se non riusciamo a capire in che modo momenti come il diploma o il matrimonio siano tappe della nostra vita, allora “maybe life is the moments in between those big moments”.

Gli altri, poi.

The Imitation Game è un onesto polpettone che sarebbe stato accettabile se avesse raccontato una storia inventata e non quella, decisiva e altrove ben documentata, di Alan Turing.

Grand Budapest Hotel è un film gradevole e ben fatto, ma mi pare l’esaurimento di una poetica, narrativa e visiva, ormai davvero portata allo stremo.

In Whiplash, invece, c’è qualcosa di profondamente sbagliato. In primis l’idea che il gesto musicale sia solo agonismo, memoria meccanica, prova muscolare: in altre parole, sport. Poi soprattutto l’idea che il talento eccezionale, il genio, sbocci solo dopo umiliazioni e solo dopo un sacrificio totale, perlopiù privo di amore verso la musica. C’è, in definitiva, un’idea raccapricciante di educazione e formazione.

Birdman è un film che dice cose vecchie (tutta la questione social media-realtà è di una banalità imbarazzante) in modo iper-accelerato. La narrazione non si ferma (quasi) mai, eppure alla fine di questa corsa frenetica ne sappiamo meno che all’inizio. Tutto il disturbato rapporto del protagonista con il proprio glorioso passato e le sue velleità presenti è già definito dopo poche scene: il resto serve solo a trascinarci verso un finale prevedibile e didascalico. In generale credo sia un film pretestuoso e pasticciato, che ha poche idee e per giunta confuse. Non si capisce cosa dovremmo cercare in questa cavalcata incessante di piani sequenza ed emozioni estroflesse. Mi pare in definitiva un film innocuo e dimenticabile, che è l’ultima cosa che mi sarei aspettato da Iñárritu.

P.S. Non si capisce perché non sia candidato nella sezione straniera ma Mommy è l’altro film, insieme a Boyhood, per il quale si può spendere la parola “capolavoro” e che per questo resterà a lungo.


Camilla Panichi

La classificazione delle annate dei vini si misura spesso su una scala di valori che va da “deludente” a “storico” passando per “mediocre”, “buono”, “eccezionale”. Se dovessi usare gli stessi parametri per definire i film candidati Oscar, direi che il 2014 è stata un’annata medio-deludente, fatta eccezione per due film.
Degli otto film candidati, quattro sono biografici: American Sniper, The Imitation Game, The Theory of Everything, Selma (su quest’ultimo non mi pronuncio perché non ho avuto modo di vederlo). Ora, senza nulla togliere al genere – comunque a mio avviso di difficile resa ed efficacia sul grande schermo – i primi tre film elencati sono un sostanziale fallimento, benché per motivi diversi.

L’uomo è un animale selvaggio. Su Relatos salvajes di Damián Szifron

di Marta Jiménez Serrano

traduzione dallo spagnolo di Marta Jiménez Serrano e Camilla Panichi

relatos

Il tuo peggior nemico. L’amico che si è fatto la tua ragazza. La ragazza che ora è la tua ex ragazza che si è fatta il tuo migliore amico. Il tuo capo. Il capo che non è mai stato il tuo capo perché non ti ha mai assunto dopo quel colloquio, e che ti criticò per il taglio dei capelli. Tua zia che ogni volta ti chiede se ancora non hai la ragazza. Il professore delle medie che ti riprendeva sempre davanti ai tutti i tuoi compagni e soprattutto davanti a tutte le tue compagne. La suocera. Quella che hai avuto e quella che non hai mai avuto (la suocera dà sempre fastidio o per eccesso o per difetto). Il tizio dietro lo sportello che ti diceva che, per risolvere i tuoi problemi, aveva bisogno di ancora più documenti, e che dovevi andare a un altro sportello dove l’uomo che avrebbe risolto i tuoi problemi, nell’ora esatta in cui saresti arrivato lì, stava giusto facendo colazione. Persone odiose.

Chi, almeno una volta nella vita, non ha immaginato, un po’ per astio un po’ per scherzo, di mettere tutte queste persone odiose sopra un aereo e, con la consapevolezza della premeditazione e una risata malefica di fondo, farle schiantare a terra senza alcuna compassione? Chi? Ammettilo: lo hai pensato anche tu, proprio tu che sei una bravissima persona. Tutti abbiamo pensato di fare fuori una ex, un professore, un capo, anche solo per un micro secondo. Ed è questo che fa, con sarcasmo, umorismo e un cast straordinario Relatos salvajes (Storie pazzesche), l’ultimo lavoro di Damián Szifron. Continua a leggere →

Cose viste, lette e sentite nel 2014 (parte 1)

Come ogni anno, ogni redattore di 404 ha preparato un breve elenco con il libro, il film o la serie tv, l’album e il post che vuole segnalare e suggerire fra quelli usciti nel 2014.

Buone letture, ascolti e visioni.

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Silvia Costantino

Davide Orecchio, Stati di Grazia, il Saggiatore

Balustra apre il termos del mate, riempie tre bricchi, ne porge due, ne tiene uno e i tre bevono («… e tra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi»). Poi riprendono. Punchetto torna alla sedia, Martelli volteggia, Balustra armeggia coi cavi nel mio desiderare l’ambulatorio, la luce del giorno, reclute con la febbre, slogature, mal di pancia, ma l’india s’agita, ferita da fare spavento, sulle gambe e intorno al pube ha croste che sembrano lebbra, sulla coscia s’allunga una seppia di cancrena già secca, il tessuto nero e rigido, sulle natiche non più pelle ma tessitura rosso acceso, verde, blu, screziata da colline di gas, necrosi che brilla come bronzo. Ovvio che si lamenti. Chi non si lamenterebbe? Anch’io mi lamenterei. Martelli si volta e gli chiede: «Te la scoperesti?». Risponde: «Mica tanto» (adesso esagera. Queste battute potrebbe evitarle) e Balustra infila il cucchiaino nella vagina e lei prova a ribellarsi ma il tenente la blocca mentre Balustra accende la picana e la donna riconosce il ronzio e mugola, il dolore l’ha invasa tutta, dal sedere ustionato le sale un incendio, in bocca ha un sapore diverso, come se succhiasse se stessa (immagino).
[…]
“Questa stoffa appartiene a Ximena Sanchis, residente a Hölderlin in provincia di San Salvador de Jujuy. Se c’è un corpo nella camicia anche quello appartiene a Ximena, una donna di circa quarant’anni. I suoi capelli sono neri e lunghi, sciolti sulle spalle oppure raccolti. La bocca è piccola. Il naso è grosso. Sul sopracciglio destro c’è una cicatrice. Un’altra cicatrice si trova sul braccio sinistro poco sotto l’ascella. Chiunque trovi la stoffa la consegni a Paride Sanchis, Hölderlin, Quilmes 18.”

Richard Linklater, Boyhood, Stati Uniti

L’epopea borghese travestita da noir. Su La ferocia di Nicola Lagioia

di Silvia Costantino, Chiara Impellizzeri, Marco Mongelli, Camilla Panichi

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[Il 7 dicembre alle ore 18,00, Nicola Lagioia sarà a Siena alla Libreria Einaudi per presentare insieme a noi il suo ultimo romanzo. Questa è la nostra recensione a La ferocia.]

«Se un vecchio oltraggio di portata quasi cosmica è un buon motore per la letteratura di ogni latitudine, per il racconto del Sud rischia di essere un destino».

Nicola Lagioia su Letterattitudine

Anche in La Ferocia (Einaudi 2014), ultimo romanzo dello scrittore barese, l’oltraggio e il sud sono componenti fondamentali per la costruzione del discorso narrativo: oltraggiata è la terra come i sentimenti dei figli rifiutati, delle mogli tradite e degli amanti abbandonati. Sullo sfondo una città, Bari, dove la vicenda si svolge aprendosi allo spettro del Gargano sventrato dalla ferocia imprenditoriale ed elevato a emblema e croce di una condizione del meridione d’Italia. Tuttavia, la narrazione non ambisce a farsi carico dei mali del sud né tantomeno a denunciarli. Il meridione è sì una presenza costante, ma non solo in forma allegorizzata; è piuttosto la superficie piana sulla quale si innesta la storia di una famiglia, dalla sua ascesa economica e sociale fino alla caduta. La parabola tracciata dal romanzo non è dunque quella del destino comune delle vite al sud, ma di una famiglia, i Salvemini, arricchitasi con la speculazione edilizia e ripetutamente scossa da drammi privati che minacciano l’impero materiale costruito negli anni. Continua a leggere →

Bonsai #38 – Fernando Franco, La herida

di Camilla Panichi

La Herida

Ana ha ventotto anni, lavora come autista di ambulanze, fa uso giornaliero di cocaina e vive con la madre divorziata, con la quale condivide soltanto il compimento di funzioni e bisogni primari come il cibo. Per il resto, agli occhi di Ana, è una madre assente, che non vuole vedere e infatti non vede e quando vede finge di non aver visto. Ana aveva un fidanzato, Alex, di cui conosciamo solo gli effetti che l’abbandono le ha causato: un atteggiamento ossessivo-compulsivo che la porta ad avere lunghi monologhi con la messaggeria telefonica di lui, le cui frasi variano dal «perdóname, te quiero» al «tu es un cabrón». Ana è irritabile e aggressiva, ha sfoghi di rabbia ingiustificati, è ossessionata dall’opinione che gli altri hanno di lei, è vittima del suo stesso sabotaggio e della scarsa fiducia nei propri mezzi.

Autore di sei cortometraggi, il regista spagnolo Fernando Franco esordisce nel 2013 con il lungometraggio La herida, (La ferita), storia della vita di Ana (straordinariamente interpretata da Marian Álvarez) affetta da disturbo limite della personalità di cui è parzialmente consapevole («adesso riesco a controllarmi meglio» scrive all’uomo sconosciuto della chat). La trama è ridotta al minimo e non ha né un inizio né una fine: il film procede episodicamente, per micro o macro crisi, oscillando tra le polarità opposte a cui Ana è soggetta. Si apre con un attacco di panico della protagonista e si conclude con uno sfogo di pianto. Durante questi passaggi, i meccanismi primitivi di difesa sono del tutto annullati così come i rapporti interpersonali: ogni tentativo di contatto (con un ragazzo conosciuto in discoteca) o ricongiungimento (col padre, durante le seconde nozze) fallisce. Il personaggio di Ana ci viene presentato come pura superficie, completamente esposta all’alternanza di episodi di disforia, euforia, ansia e irritabilità. Tutto è a fior di pelle, così come le ferite che costantemente si procura con lamette e mozziconi di sigarette, per punirsi.

Ma i tagli e le bruciature che incidono e scavano il corpo di Ana non sono che la superficie di una ferita più profonda: la malattia che erode dall’interno chi ne è affetto, e che costringe Ana a una continua separazione cognitiva ed emotiva dalla realtà. L’intento di Franco è infatti quello di proporre un viaggio dentro una malattia complessa e spesso difficilmente identificabile, di esplorarne le estremità dall’interno, attraverso il personaggio che ci è ‘sbattuto in faccia’ e che siamo costretti a seguire con la stessa irruenza borderline che la caratterizza, con ossessività e compulsione, facendo continuamente esperienza del limite grazie alla scelta del regista di non abbandonare il volto dell’attrice neanche per un secondo. Rare sono le scene in cui la camera si stacca dal volto e dal corpo di Ana per argomentare l’ambiente. Quando questo accade, siamo immediatamente e senza respiro precipitati su di lei. La massima distanza di ripresa oscilla tra i cinquanta centimetri e il metro. Più la prossemica si riduce e più aumenta lo sguardo clinico su Ana. La profondità prospettica è completamente schiacciata dal primo piano, facendo piombare lo spettatore nell’universo emotivo della protagonista. Una scelta registica coraggiosa, portata avanti con costanza per novantacinque minuti di film, che non stanca e segna positivamente l’esordio di Franco.

[Il film, uscito nel 2013, ha avuto diversi riconoscimenti: Concha de Oro a la Mejor Actriz (Marian Álvarez) Festival Internacional de Cine de San Sebastián; Premio Especial del Jurado Festival Internacional de Cine de San Sebastián; e Violeta de Oro a la Mejor Actriz Festival du Cine Spagnol de Toulouse. È stato proiettato all’interno della tredicesima edizione del Festival del cinema spagnolo CineHorizontes che coinvolge alcune città della regione PACA: Aix-en-Provence, Aubagne, Avignon, Briançon, Château-Arnoux-Saint-Auban, Forcalquier, Grasse, La Ciotat, Vitrolles]

Jennifer Egan, Scatola nera. Una recensione in 140 caratteri

di Chiara Impellizzeri e Camilla Panichi

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Appunti per Scatola nera

Nel 2012 il premio Pulitzer Jennifer Egan, autrice di Il tempo è un bastardo e Guardami, ha pubblicato a puntate sull’account twitter del New Yorker un racconto, Scatola nera, costituito da una successione di status brevi. Più di duecento messaggi, ciascuno dei quali non supera i 140 caratteri, compongono questa fresca e originale spy-story fantascientifica ambientata nel mediterraneo. Da pochi mesi minimum fax ha pubblicato la traduzione italiana a cura di Matteo Colombo.
Abbiamo deciso di recensire
Scatola nera, in quello che ci è sembrato l’unico modo possibile: uno scambio di tweet tra due utenti.

La recensione va letta dal basso verso l’alto, seguendo l’ordine cronologico di una pagina Twitter. Continua a leggere →

Dieci dicembre

di Chiara Impellizzeri e Camilla Panichi

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In una intervista del 1996, alla domanda quali autori a lui contemporanei lo avessero maggiormente influenzato David Foster Wallace rispose: «C’è tutto il gruppo dei ‘grossi maschi bianchi’. Mi pare che siamo in cinque o sei sotto la quarantina, bianchi, alti un metro e ottanta o più e con gli occhiali», ma «lo scrittore con cui sono più fissato al momento è George Saunders». Nel 1996 era da poco uscita la prima raccolta di racconti CivilWarLand in Bad Decline. A distanza di quasi venti anni, la lettura dell’ultimo libro di Saunders ha prodotto lo stesso effetto di ‘fissazione’, quasi un esercizio di ipnosi.

Dieci dicembre (trad. Cristina Mennella, minimum fax 2013) comprende dieci racconti eterogenei per struttura e stile, in cui si alternano diverse voci narranti, talvolta nella stessa pagina, con il risultato di una esplosione di punti vista: dal malato terminale che tenta il suicidio, al ragazzino che assiste al quasi stupro dell’amica d’infanzia e attende a intervenire; dal ritorno in Patria di un militare con evidenti squilibri post-traumatici, ai medici di un laboratorio con cavie umane che cercano una cura per regolare gli eccessi dei sentimenti. Saunders riesce a dare atto di questo prospettivismo attraverso una scrittura fortemente dialogica e plurilinguistica, lasciando che la contraddizione si scateni dall’incontro e dalla sovrapposizione di voci diverse. Anche i racconti che prevedono una sola voce monologante mettono in scena un io scisso, che dialoga con molteplici sé e proiezioni dell’altro. Questo dialogismo è realizzato anche ponendo in contrasto storia narrata e stile, come nei racconti Le ragazze Semplica o Esortazione, nei quali un contenuto emotivo problematico è costretto in un linguaggio algido e burocratico, con un effetto comico straniante, ma anche commovente ogni qual volta l’elemento umano eccede la barriera linguistica creata:

Nota per generazioni future: a volte, nostri tempi, famiglie entrano periodo buio. Famiglia crede: siamo sfigati, sbagliamo sempre tutto. Genitori litigano tutto volume, si incolpano a vicenda situazione disastrosa. Papà tira calcio parete, buca parete accanto frigorifero, famiglia salta pranzo. Tensione troppo alta per sedere tutti a stessa tavola. Così insopportabile. Così uno (padre) dubita valore intera impresa, cioè, così padre (me) si chiede se esseri umani non vivrebbero meglio da soli, per conto loro, nei boschi, ognuno per cavoli suoi, senza volere bene nessuno. (p. 140)

Dinnanzi a queste realtà plurime in cui l’esperienza umana viene declinata a strappi, in situazioni spesso assurde, grottesche o futuristiche, seppur con una narrazione tendenzialmente realistica e mimetica, su cosa si fissa la nostra attenzione? Continua a leggere →

«La guerra provò a ucciderci in primavera» – Un’intervista a Kevin Powers

di  Antonio Coiro e Camilla Panichi 

Boston 2009, nel cimitero di   una piccola chiesa. Foto di Camilla Panichi

Boston 2009, nel cimitero di una piccola chiesa. Foto di Camilla Panichi

Qualche mese fa, in occasione del Premio Von Rezzori, abbiamo incontrato Kevin Powers, autore del romanzo Yellow Birds (trad. Matteo Colombo, Einaudi, 2013). Gli ospiti di quel giorno erano due tra i migliori scrittori americani del nostro tempo: Michael Cunningham e Jennifer Egan. Pochi, tra i presenti, avevano riconosciuto Powers, mimetizzato nel pubblico, o forse pochi sapevano chi fosse. Yellow Birds era stato tradotto solo qualche mese prima. Lui stesso è rimasto sorpreso quando lo abbiamo avvicinato. Eppure il suo Yellow Birds è uno dei migliori romanzi di guerra degli ultimi anni e Powers uno dei migliori autori della sua generazione.
Dalla nostra conversazione è nata l’idea di questa intervista che cerca di indagare la natura della guerra sia attraverso le parole dell’ex–soldato Kevin Powers, mitragliere in Iraq tra il 2004 e il 2005, sia attraverso la restituzione narrativa degli eventi.
Yellow Birds narra un’esperienza di guerra che, sedimentata nel soggetto, tenta di essere rielaborata nel momento stesso in cui il protagonista e narratore fa ritorno a casa. L’esercizio della memoria richiede una convivenza con il dolore e con il rimorso che solo la scrittura sembra stemperare. Una scrittura fluida, riflessiva, a tratti lirica in cui si riconosce un’abitudine alla poesia (come dirà più avanti Powers) nel ritmo delle frasi e nella potenza delle immagini evocate.

Una delle domande tipiche che vengono fatte a un soldato che torna dal fronte è: com’era laggiù? Raramente gli viene chiesto quali fossero le sue aspettative prima della partenza. In Yellow birds, a un certo punto, il narratore descrive il periodo di attesa che precede la partenza per l’Iraq con una metafora molto efficace: «Eravamo sposi alla vigilia del matrimonio».
Il giovane Kevin Powers, arruolatosi a 17 anni, mitragliere in Iraq per due anni, in che modo immaginava la guerra prima di partire? Cosa ti aspettavi di trovare laggiù?

Non avevo idea di cosa aspettarmi. Nella mia percezione della guerra, prevaleva l’ingenuità. Ho immaginato, senza pensarci davvero, che sarei stato bene e che dovevo solo preoccuparmi di cosa sarebbe successo agli altri. Questo è quasi un modo inconscio di affrontare la situazione, e l’unico veramente possibile per uno molto giovane. Certo, vi è anche un’indistinta, soggiacente inquietudine, che è un modo per affrontare l’ignoto, pur dovendo ammettere che questo ti cambierà significativamente e in modo permanente.

Il protagonista, John Bartle, quando torna in patria sembra soffrire dei sintomi tipici del PTSD: senso di colpa del sopravvissuto, depressione, accenni di alcolismo, astenia, continui flashback. Il suo più grande dolore è causato dall’impossibilità di dare la forma di ricordo a quello che ha vissuto in Iraq, perché come si dice a un certo punto «Ricordare significa attribuire un significato».
Tu che hai vissuto in prima persona un’esperienza di guerra, sei riuscito ad «attribuire un significato» a quello che è successo? Sia sul piano personale che su quello politico, in che modo vedi oggi la guerra in Iraq?

Decidere cosa mettere a fuoco nella propria vita è una rivendicazione di autonomia. Se si può effettivamente controllare questa messa a fuoco è un’altra questione. Ma credo che sforzarsi di direzionare la propria vita interiore sia un esercizio prezioso. I temi del libero arbitrio e del destino mi interessano. Mi sono ritrovato a pensare che anche se il libero arbitrio è un’illusione, questa illusione può produrre degli effetti reali nella vita di una persona. Continua a leggere →