Letteratura e cittadinanza. Due esperienze tra Francia e Italia (09/10/11)

(trascrizione e traduzione di Eloisa Del Giudice)

Philippe Vannini: Buonasera e grazie di essere qui oggi per questo incontro che mette in parallelo due esperienze, una italiana e una francese, attraverso due movimenti artistici e letterari. Quello italiano, il movimento TQ, raggruppa un certo numero di scrittori, due dei quali sono presenti con noi questa sera: Giorgio Vasta, che ha pubblicato un primo romanzo molto apprezzato per Gallimard, e Andrea Inglese, poeta edito sia in Italia che in Francia. Sul versante francese, troviamo due tra gli animatori e i fondatori di una rivista che ha già un lungo percorso alle spalle, visto che siamo arrivati al numero 87. La rivista si chiama Cassandre-Horschamp e ce ne parleranno Nicolas Roméas e Laurent Grisel.

La questione che affronteremo oggi riguarda il rapporto tra letteratura, e più in generale arte, e cittadinanza, nel contesto sociale di questi due paesi, e la questione dei movimenti artistici e intellettuali in questo particolare momento storico, severamente criticato e severamente criticabile, in termini di politiche culturali.

Possiamo cominciare chiedendo a Giorgio Vasta cos’è il movimento TQ.

Giorgio Vasta: Questo movimento è nato attraverso un incontro che si è tenuto a Roma lo scorso 29 aprile, ospitato dalla sede romana della casa editrice Laterza, e ha raccolto in un pomeriggio che è andato avanti per quattro o cinque ore circa centocinquanta tra scrittori, critici, editori, docenti universitari, che come denominatore comune avevano quello dell’appartenenza generazionale – dei trenta, quarantenni – e quello di una formazione e di una professione in qualche modo legata al campo letterario. A questa giornata di discussione si è arrivati attraverso l’iniziativa di cinque persone che hanno semplicemente provato a rendersi conto di uno stato d’animo che si immaginava fosse condiviso da molti e hanno a quel punto proposto ad un centinaio di loro colleghi di incontrarsi. Lo stato d’animo in questione – che non so se abbia un suo perfetto corrispettivo in Francia, ma in Italia è qualcosa di particolarmente sentito – ha a che fare con un senso di disagio che nell’arco degli ultimi quindici, vent’anni è esistito nella maggior parte dei casi in forme parcellizzate, separate: ognuno ha patito individualmente la percezione che aveva dello spazio sociale e culturale in cui si muoveva. Il desiderio – fra l’altro non si tratta proprio di un’intuizione straordinaria ma dovrebbe essere un comportamento del tutto naturale – è stato quello di parlare con gli altri e di cercare di capire cosa altre persone in una situazione simile stavano facendo o pensavano di fare. Dal 29 aprile si è innescata una discussione condivisa dalle persone che erano presenti quel giorno e da parecchie altre che nel frattempo si sono aggiunte, prima tramite posta elettronica e adesso su un blog in rete. L’obiettivo è quello di strutturare nel modo più razionale possibile questo spazio di discussione interna, provando, man mano che le settimane e i mesi passano, a metterlo in contatto anche con quello che sta fuori.

Intanto, TQ non è un movimento letterario, precisazione che, pur essendo stata fatta tante volte sui giornali nei mesi scorsi, non riesce a penetrare, a persuadere sufficientemente. TQ è un movimento che ha una matrice soprattutto politica e che ha origine da un insieme di persone che hanno una formazione letteraria ma che non stanno costruendo un movimento letterario. Non vuol essere soltanto un luogo di ragionamento critico sull’esistente, ma vuole essere anche e soprattutto – ed è questo il meccanismo più difficile da affrontare – un luogo propositivo. Dico che è il meccanismo più difficile da affrontare perché l’effetto degli ultimi vent’anni in Italia è anche quello di aver prodotto una specie di analfabetismo rispetto alla capacità di capire che cosa si può fare all’interno dello spazio sociale: sappiamo esaminarlo, sappiamo descriverlo, sappiamo raccontarlo, ma intervenire per modificarlo è qualcosa che ci mette profondamente in crisi. Ed è il motivo per il quale abbiamo pensato che valesse la pena affrontare questa crisi, questo malessere.

Philippe Vannini: Presentiamo adesso la parte francese di questo dibattito: si tratta della rivista Cassandre, qui rappresentata da Nicolas Roméas e Laurent Grisel. Cassandre, che cos’è? Un movimento? Solo una rivista? Una rivista che si fa movimento? E in questo caso, chi è che Cassandre riunisce in termini d’intellettuali e di operatori del settore culturale? Ce ne parla Nicolas Roméas che ha fondato Cassandre nel 1995.

Nicolas Roméas: Il nostro asse principale fin dalle origini è stato provare a riscoprire il senso stesso dell’atto artistico, partendo dai cosiddetti arts vivants, le “arti vive” - che è un modo strano di chiamarle, vorrebbe dire che ce ne sono altre che non sono vive, e non è nemmeno detto che quelle che noi chiamiamo vive siano quelle che lo sono di più -, quelle che gli anglosassoni chiamano performing arts, cioè là dove degli esseri viventi stanno di fronte ad altri esseri viventi. Il fatto è che qui in Francia abbiamo una tradizione, soprattutto di tipo teatrale, che ha prodotto molte riflessioni sul rapporto politico tra le pratiche artistiche e l’evoluzione della società. Questo è stato il nostro punto di partenza, e a poco a poco ci siamo chiesti cosa stesse succedendo ancora oggi che potesse avere a che fare con i grandi momenti di rifondazione artistica, e in particolar modo teatrale. Com’è possibile che al giorno d’oggi i critici, i giornalisti abbiano così tanta difficoltà a capire cosa accade nelle zone d’ombra, nei luoghi per definizione lontani dai riflettori? Noi siamo andati a cercare questi posti: spesso sono prigioni, ospedali psichiatrici, quartieri a rischio, e si capisce perché i nostri amici della critica non abbiano una voglia sfrenata di arrischiarsi in luoghi simili. Tuttavia, con il distacco della Storia, ci si accorge che è proprio in questi luoghi della difficoltà che le cose accadono. Per farla breve, a poco a poco la riflessione è stata capire perché era proprio lì che le cose accadevano, perché s’inventano linguaggi in luoghi che non sono fatti per questo. Come dice bene Dubuffet, “l’arte non si corica nei letti che sono stati preparati per lei”. Dubuffet è colui che ha proposto un punto di vista sul cosiddetto art brut, cioè quello che sfuggiva alle categorie professionali ed estetiche convenzionali dell’arte. La ragione per cui siano proprio questi luoghi marginali il fulcro degli avvenimenti è perché la pratica artistica consiste nell’invenzione di un linguaggio, e per inventare un linguaggio bisogna essere costretti a farlo, e per essere costretti a farlo bisogna che questo linguaggio manchi. Si capisce subito di cosa stiamo parlando se si pensa, ad esempio, ad alcune esperienze legate agli ospedali psichiatrici: nell’ultimo numero della rivista si parla dell’attività di resistenza dell’ospedale psichiatrico de La Borde, fondato una quarantina di anni fa da Jean Oury e Félix Guattari, dove l’arte ritrova un uso assolutamente necessario che consiste nell’inventare linguaggi laddove questi vengono a mancare. E’ ovvio che questa resistenza ha a che vedere con la resistenza all’ultraliberalismo: parliamo di linguaggio, e quindi di simbolico, concetti che sfuggono alla quantità, ai numeri e alla merce. Non è sorprendente che l’arte sia al tempo stesso uno dei bersagli principali e uno dei principali luoghi di resistenza di fronte al dominio globale dell’ultraliberalismo. Per concludere il discorso sulle nostre attività, io credo che sia profondamente necessario che ci si internazionalizzi: si incontrano persone con una storia diversa, con degli avversari in apparenza diversi ma a mio avviso profondamente simili, pagliacci sinistri, come Berlusconi e Sarkozy, che difendono esattamente la stessa cosa di fronte a una storia completamente diversa. La nostra storia qui in Francia è fortemente radicata, in particolar modo a partire dalla Liberazione, nel Consiglio Nazionale della Resistenza. Praticamente tutto ciò di cui parliamo e che ci permette di parlare in modo così aperto e così idealista è stato costruito durante la guerra dal programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, che è più o meno all’origine di quello che è diventato il Servizio Pubblico e questa realtà praticamente unica al mondo, che gli italiani ci invidiano da tempo, che è il Servizio Pubblico della Cultura, una struttura che a mio grande dispiacere noi francesi non siamo stati in grado di esportare negli altri paesi europei piuttosto che accettare le regole restrittive della libera concorrenza  che distruggono pian piano qualunque idea di solidarietà. Siamo qui adesso, in questo luogo, penso che ci sarà un punto al quale finiremo col convergere: ad ogni modo, qualunque cosa accada, indipendentemente da quanto possano essere diverse le nostre storie, noi difendiamo l’universo del simbolico, vale a dire quello che non potrà mai essere quantificato e ridotto a numero se non a rischio di perdersi. Questo è il mio punto di vista.

Philippe Vannini: Con un motto bellissimo, “Unire al pessimismo dell’intelligenza l’ottimismo della volontà” - una frase di Romain Roland ripresa da Gramsci, un motto che è già un ponte tra la Francia e l’Italia  - si apre la rivista Cassandre.

Laurent Grisel, lei è il responsabile di questo ponte tra Francia e Italia, tra Cassandre e Generazione TQ: cosa l’ha spinta a interessarsi all’esperienza italiana?

Laurent Grisel: Noi siamo molto curiosi di vedere quanto sta succedendo in Italia, poiché il punto di partenza vent’anni fa era già molto diverso ma oggi gli italiani hanno subito più di vent’anni di distruzione della cultura.

Ho incontrato per la prima volta gli amici di Cassandre-Horschamp nel 2002. In quel periodo avevano organizzato un grande incontro a Montreuil nella Maison de l’Arbre, la casa di Armand Gatti e dei suoi amici, intitolato “Arte e Politica”. Tra gli invitati, oltre a persone provenienti da tutte le regioni di Francia, c’erano anche un regista teatrale scozzese, degli inglesi, e loro ci dicevano: “Abbiamo avuto una Thatcher di destra, ora abbiamo una Thatcher di sinistra, dopodiché avremo senz’altro una nuova Thatcher di destra: il loro scopo è quello di distruggere il servizio pubblico della cultura, anzi, di distruggere la cultura in quanto tale. Anche voi siete presi di mira e anche voi sarete distrutti”. Allora ascoltavamo le loro parole con un certo straniamento e ora ce ne ricordiamo con un senso di realtà. Ci si rende conto che sia la cultura che le materie umanistiche in genere sono prese di mira: basta vedere lo stato in cui viene insegnato il greco nelle scuole francesi. Abbiamo di fronte a noi delle persone che vogliono distruggere l’arte e la cultura, il cui unico interesse è capire come fare pubblicità sui morti, come portare nuovi clienti agli alberghi, al limite come ottenere prestigio. Gli artisti che preferiscono sono i più volgari e i più schifosamente ricchi, che parlano come loro, come Damien Hirst, per fare il nome di un artista britannico. C’è una battaglia in corso, non solo in Francia, in Gran Bretagna o in Italia, dobbiamo imparare da chi è più sfortunato di noi o magari è più ricco di noi, e dal canto mio spero che l’incontro di questa sera abbia un seguito. Abbiamo forse bisogno di teorie – può sempre tornare utile – ma abbiamo soprattutto bisogno di comprendere le pratiche. La rivista Cassandre è stata fondata da giornalisti, che amano il mestiere che fanno. E cosa fanno? Fanno delle inchieste. Per esempio, sull’ultimo numero di Cassandre-Horschamp si sono interessati a quanto succede alla clinica de La Borde, in Francia, ma anche al ruolo degli artisti nel Giappone post-Fukushima o all’esperienza quebecchese. Penso che se possiamo cambiare partendo da punti di partenza così diversi è grazie alla curiosità, a una serie di rifiuti che abbiamo in comune, il rifiuto della dittatura della merce, prima di tutto. Ma abbiamo anche alcune affermazioni in comune, la ricerca di umanità, la cooperazione, la fratellanza, la convivialità. Forse scopriremo di avere degli interessi in comune con alcuni vignaioli o orticoltori. Mi auguro che da oggi daremo inizio a qualcosa insieme: ci sono molte differenze, quindi ci sarà molto lavoro da fare.

Philippe Vannini: Tra le differenze, si può notare in TQ una specie di generazione spontanea: ci si ritrova di colpo in centocinquanta per creare forza e movimento. E’ una cosa che fa sognare: ho l’impressione che in Francia non ci arriveremo così presto. Faccio la domanda ad Andrea Inglese, un poeta italiano che vive a Parigi e pubblica per una piccola casa editrice molto bella, Le clou de le fer.

Andrea Inglese: A dire il vero, Giorgio mi diceva proprio oggi che siamo arrivati a quota duecentoquaranta adesioni. La domanda da porsi adesso è: cosa può cambiare, cosa può fare un movimento composto da persone che provengono dal mondo della letteratura, in primis scrittori, ma anche lavoratori dell’editoria (redattori, traduttori…), professori universitari, precari dell’istruzione universitaria e delle scuole superiori? C’è una certa eterogeneità, che sfata però questa l’idea della corporazione. I TQ non sono scrittori che fanno un sindacato degli scrittori, la faccenda è molto più complicata e pone evidentemente molti più problemi. Rispetto al confronto di oggi con Cassandre, trovo che ci sia un aspetto molto interessante che questa rivista sottolinea sempre: il rapporto fondamentale tra una certa attività artistica e una situazione sociale molto specifica. In genere questo tipo di rapporto si spezza più si va verso un concetto di arte come merce, semplicemente perché si è nell’astrazione, nel prodotto. Abbiamo spezzato tutti i legami vivi con un contesto, un quadro storico. Ora, il problema che Generazione TQ si pone è questo: cosa possiamo fare noi partendo da un luogo estremamente fragile in Italia, quello dello spazio culturale, uno spazio letteralmente bombardato per quasi vent’anni? Ormai siamo qua, cosa possiamo fare all’interno di una situazione che ritengo essere globale e che tutti, uno dopo l’altro, stanno riconoscendo in Europa? Stiamo cominciando a mettere insieme i vari frammenti. Noi abbiamo cominciato sulla scia dell’antiberlusconismo che già esisteva da una decina d’anni, e oggi ci rendiamo conto di essere molto al di là di questo: c’è movimento in Grecia, c’è movimento in Spagna, con un ritardo assoluto c’è stato movimento anche a New York, imprevedibilmente sono successe molte cose fondamentali in Maghreb e stanno succedendo in Medio Oriente, in Israele, in Cile, ecc. Arrivati a un certo punto la questione diventa semplicissima: bisognava superare una specie di militantismo della testimonianza, che anche gli scrittori hanno fatto, soprattutto in Italia, dove in un contesto culturale molto fragile non si è riconosciuti, dove non c’è circolazione di denaro, dove non c’è uno Stato a sostenere, dove la situazione è molto peggiore rispetto alla Francia. Per esempio, se sono invitato a parlare di poesia o di letteratura da qualche parte in Italia, è difficilissimo che io riesca anche solo a farmi rimborsare le spese del viaggio; le piccole case editrici non ricevono aiuti dallo Stato per le pubblicazioni, ecc. Bisogna tener conto di tutto questo: eravamo in una specie di retorica della resistenza, i poeti ancor più che i romanzieri, e ora bisogna passare a qualcos’altro. Per passare a qualcos’altro bisogna prima di tutto coalizzarsi, ed è qui che la questione diventa realmente politica e per noi, per la nostra generazione, è una questione che va ripresa dal principio: cosa può voler dire fare politica per qualcuno che viene da questo tipo di esperienza artistico-letteraria?

Philippe Vannini: Nicolas Roméas, riconosce dei punti in comune con quanto ha appena descritto Andrea Inglese?

Nicolas Roméas: Sì. Con Laurent eravamo membri attivi di un gruppo che avevamo creato otto anni fa e che è andato avanti per due o tre anni: l’obiettivo di questo gruppo era quello di superare i corporativismi, i narcisismi legati alle attività di ognuno, gli interessi e le influenze individuali, per cercare quello che ci accomunasse e andasse difeso insieme nell’ambito di ciò che chiamiamo generalmente l’arte e la cultura. In francese è praticamente impossibile impiegare questi due termini, si aprono infiniti dibattiti sul senso che bisogna dar loro, perciò io li userò così, superficialmente. Di questo gruppo facevano parte architetti, coreografi, pittori, gestori di spazi e organizzatori di festival, scrittori, gente di teatro: questo ci obbligava a uscire da un gergo riferibile a un unico ambiente, a tradurre ogni volta la nostra parola in una lingua che fosse comprensibile all’altro. Quest’esperienza ci ha permesso di dare inizio a un lavoro di creazione di un linguaggio che parlasse davvero di quelle che oso a malapena chiamare l’arte e la cultura, ma che preferirei chiamare l’universo del simbolico, in modo tale da riguardare tutti noi, che pure partivamo da pratiche diverse. D’altronde, viviamo in un periodo in cui queste pratiche si trasformano e le frontiere tra di esse vengono abbattute, in cui le frontiere in generale vengono abbattute. All’epoca in Francia avevamo scansato il fascismo per un pelo, e questo ci ha spinti ad avvicinarci gli uni agli altri. Io credo molto nell’utilità delle catastrofi se non le si lascia arrivare fino in fondo. Penso che le catastrofi ci siano profondamente necessarie perché segnano un momento nel quale non si può fare altro che avvicinarci gli uni agli altri: i pudori che si hanno in genere, quest’impossibilità che abbiamo di comunicare gli uni con gli altri spariscono bruscamente e siamo obbligati a inventarci qualcosa. E’ esattamente la stessa ciò che penso dell’arte, quando questa è in difficoltà: siamo obbligati ad avvicinarci gli uni agli altri. Quindi abbiamo formato questo gruppo, abbiamo prodotto dei testi, abbiamo organizzato dei grandi dibattiti con altre organizzazioni: tutto ciò era tanto più importante quanto più raggiungeva il politico. Poi, tre anni fa, abbiamo incontrato “L’appel des appels”; non so se i nostri amici italiani hanno avuto eco di questo movimento francese o se ci siano degli equivalenti nel vostro paese. L’incontro con i membri de “L’appel des appels” è stato fondamentale per noi: prima di tutto è stata una conferma che avevamo avuto ragione a cercare di superare le nostre divergenze e di trovare un linguaggio e un denominatore comune a delle professioni che talvolta fanno fatica a comunicare tra di loro e a comunicare con una sola voce verso l’esterno. E poi loro facevano tutto questo su più larga scala: “L’appel des appels” comprende persone del campo giudiziario, psicanalitico, psichiatrico, persone legate al mondo dell’informazione, dell’educazione, e quello che noi cerchiamo di fare al loro interno è far sentire una voce sull’arte e la cultura. Da quando li abbiamo incontrati, ne siamo diventati membri attivi. Le strade sono due: o si hanno la capacità di creare il miglior gruppo possibile o ci si unisce al miglior gruppo possibile preesistente. In questo caso era importante che noi fossimo collegati a loro poiché, di fronte all’avversario mondiale di cui abbiamo parlato prima, quest’ultraliberalismo che sta devastando il pianeta, non c’era più tempo per essere schizzinosi, c’è una distanza da superare. E vedere persone come Roland Gori, Barbara Cassin, come i fondatori de “L’appel des appels”, persone con una capacità di riflessione altissima, ci ha dato molto coraggio e ha valorizzato questa pratica che consiste nel riunire delle professioni che di solito non riescono a comunicare tra loro. Quest’operazione ci porta a capire – e qui entra in gioco l’importanza delle catastrofi – quello che prima non capivamo: noi difendiamo qualcosa di importante al di là delle nostre rispettive corporazioni contro un avversario che vuole distruggerla. Ma per sapere che la vuole distruggere, dobbiamo prima di tutto capire cosa sia questa cosa: è su questo che stiamo lavorando e penso che potremmo farlo anche superando le frontiere nazionali.

Philippe Vannini: Ad ascoltarvi, che si parli di Cassandre o del movimento TQ, si capisce che c’è la necessità di combattere una battaglia contro degli stati che in questo momento maltrattano profondamente la cultura. Ma è possibile andare oltre? Cioè, potrà secondo voi la forza propositiva non limitarsi all’operazione di resistenza attuale ma avere anche un’incidenza sulla creazione, sullo sviluppo della creazione collettiva e sull’interazione con altri gruppi internazionali intorno a questa questione?

Giorgio Vasta: Provo ad aggiungere qualcosa a quanto è stato detto fin qui riguardo a un’altra esperienza che è quasi coetanea rispetto a TQ, la precede di poco, ovvero l’occupazione la scorsa primavera a Roma del Teatro Valle. C’è chi – mi auguro a ragione – ha voluto vedere nella vicinanza tra l’inizio di questi due fenomeni un segnale in qualche modo positivo: si è utilizzata proprio la categoria della “primavera italiana”. I lavoratori dello spettacolo del Teatro Valle nel momento in cui si sono resi conto, come conseguenza a cascata di una serie di tagli economici, che il loro posto di lavoro e la possibilità di proporre cultura all’interno di quel teatro erano, non eventualmente ma concretamente, messi in pericolo, hanno deciso di occupare quel teatro e quell’occupazione va avanti dalla scorsa primavera. Il Teatro Valle, rispetto a un’iniziativa come TQ, in prima battuta ha senz’altro un vantaggio: si tratta di uno spazio fisico, quindi di un territorio, che viene minacciato e che quindi ci si mobilita per difendere. La coincidenza di TV (Teatro Valle) con uno spazio fisico è molto significativa e riconoscibile, non ci sono state polemiche nei confronti dei lavoratori dello spettacolo che occupavano il Teatro Valle paragonabili a quelle che invece hanno riguardato TQ. Questo perché l’iniziativa TQ non coincide con uno spazio fisico ma, come dicevamo prima, coincide con una dimensione temporale, un’appartenenza generazionale. Allora le obiezioni che sono state mosse sono state del tipo: “Ma per quale motivo, a partire da quale orgoglio, da quale presunzione, ritenete che la vostra generazione abbia delle istanze da rivendicare più significative rispetto a chi ha vent’anni o rispetto a chi ne ha sessanta?”. La discussione che è seguita può essere riassunta in questi termini: da un lato qualcuno che rimprovera a questo movimento di fondarsi su dei presupposti fittizi, sostanzialmente di non possedere un territorio riconoscibile, condivisibile, che davvero si possa percepire come a rischio; e un tentativo dialettico da parte di chi fa parte di questo movimento di rispondere dicendo: “Guardate che anche il tempo, e specialmente questo, corrisponde a un territorio”. Questo territorio, questo spazio attraverso il quale ci stiamo muovendo e a partire dal quale nasce TQ è come se fosse davvero in questo momento uno spazio di macerie che non vogliamo rassegnarci a considerare definitivamente macerie. E’ interessante come nella maggior parte dei casi, perlomeno in Italia, in questo momento i fenomeni in atto si possano riassumere in questi termini: da un lato, depoliticizzazione delle esperienze, fare in modo sostanzialmente da dimostrare che non c’è territorio, e dall’altro tentativo invece di politicizzare e chiarire che si appartiene a un territorio. Con questo, l’idea non è che quanto preme a chi fa parte di questo movimento riguardi soltanto i trentenni e i quarantenni, ma la sensazione è che, per una questione anagrafica, per il modo in cui la nostra generazione è entrata a un certo punto in contatto, o meglio in conflitto, con la storia, tante delle cose che ci toccano a pelle nell’arco di questi ultimi quindici anni possono essere condivise anche da chi in questo momento ha sessanta o settant’anni, ma non possono essere percepite direttamente. In Italia c’è stata una politica previdenziale durante gli anni Ottanta che oggi salvaguarda chi oggi ha sessanta, settant’anni, il che conduce chi ha sessanta, settant’anni a essere idealmente in accordo con noi ma non sperimenta nel quotidiano lo stesso tipo di condizioni e di rischi che sperimenta chi ha trenta e quarant’anni.

Philippe Vannini: Prima Nicolas Roméas faceva riferimento alla strutturazione della vita culturale francese sulla base del Consiglio Nazionale della Resistenza. Quando sento parlare di occupazione dei teatri mi viene in mente un’altra strutturazione, quella delle lotte degli anni Settanta in Italia, quando Dario Fo occupava la Palazzina Liberty e quando gli spazi culturali erano assediati quasi militarmente dai gruppi politici per appropriarsi degli spazi collettivi con lo scopo di sviluppare un’azione culturale.

Laurent Grisel: Mano a mano che parliamo si comincia a vedere tutta una serie di punti che abbiamo in comune. Mi sembra che ci sia da entrambi i lati delle Alpi e in molti altri luoghi la necessità di intraprendere delle battaglie di tipo corporativo per mantenere o ricreare delle semplici condizioni di lavoro, delle semplici condizioni materiali di esistenza: non nutriamo alcun disprezzo nei confronti di tutto ciò e sappiamo che queste battaglie vanno portate avanti. Ci rendiamo anche conto che quello che viene attaccato è qualcosa di così vicino all’umano da farci avvicinare a persone provenienti da altre corporazioni. Lo si vede bene in questo movimento così numeroso dei TQ dove ci sono professioni di ogni tipo, o nel fatto che in alcuni esperienze che abbiamo portato avanti qui in Francia abbiamo fatto molta attenzione a combinare diverse corporazioni, come nel gruppo Reflex. Questo gruppo aveva lo scopo di riflettere e di agire e le riunioni non cominciavano se non c’erano persone provenienti da corporazioni diverse: era una regola, dovevano esserci persone legate al teatro, alla filosofia, alla sociologia, alla scrittura, etc. In modo più ampio, c’è un lavoro comune con “L’appel des appels” che mostra anche qui la volontà di uscire dalle corporazioni. “L’appel des appels” è venuto fuori agli inizi del regno di Sarkozy quando ci fu una quantità altissima di appelli, di petizioni: l’appello dei medici, l’appello dei pediatri, l’appello degli psichiatri, ecc. A un certo punto, qualcuno ha detto: “E’ assurdo! Mica possiamo continuare a fare degli appelli separati, faremo l’appello degli appelli!”. Gli attacchi che subiamo sono così fondamentali che pongono come condizione d’esistenza il fatto non di spezzare le corporazioni, ma di combinarle, di farle lavorare insieme. In sostanza, c’è un primo aspetto che è di tipo corporativo, e un altro aspetto che consiste nel combinare le corporazioni. Ma c’è anche qualcosa di particolare in quello che stiamo vivendo gli uni e gli altri, e qui io parlo in quanto scrittore di poesie: quello che io e Andrea condividiamo è il fatto di battersi per la semplice possibilità di scrivere. Cioè, si vede bene cos’è permesso o cosa invece è vietato. Voi ci spiegate che in tutta questa storia di generazioni avevate sopra di voi tutta una casta, uno strato, un coperchio di geronti, e avevate semplicemente bisogno di respirare. Dal canto mio, pur essendo più vecchio, quando ho cominciato a immaginare cosa fosse scrivere, negli anni Settanta, c’erano strati e coperchi di ogni tipo, la fine del surrealismo, il telquelisme trionfante, questo e quest’altro: tutte sciocchezze. Tutte cose che stavano a significare: “E’ qui che si deve fare pipì”. E io detesto fare pipì là dove mi dicono che va fatta. L’obiettivo per me e per altre persone della mia generazione era semplicemente ricreare la possibilità di scrivere poesia. Per fare un esempio semplicissimo, i problemi di creazione sono anche problemi di natura molto tecnica: in Francia, per quanto riguarda la poesia, abbiamo un problema con il pronome personale alla prima persona singolare, “io”. Bisogna che chi scrive poesie parli di se stesso, di “io”, e se rifiuti questo imperativo perché sai che ci sono altre possibilità di linguaggio e di esistenza, ti chiederai come vivere con la prima persona plurale, col “noi”. Nell’ambiente culturale, nel contesto di articoli di Télérama o del Figaro, nell’oceano di coscienze pulite nel quale viviamo, il “noi” viene denigrato: “noi” è il collettivo, il sindacale, la politica… il gulag, insomma. E’ un problema, questo, non solo di creazione ma di spazi di creazione, e nella poesia che scrivo, o in quella di Andrea, c’è il tentativo di fare sentire molteplici voci in una poesia, e fare in modo che il suo soggetto, il suo motore, quella cosa per cui una poesia continua a creare cose nuove anche molto tempo dopo essere stata scritta, non sia un essere convenzionale.  Io, per esempio, ho prodotto un ciclo di poesie che si chiama PP (polipropilene), il cui eroe è il polipropilene e che Andrea ha tradotto. Perciò, se vogliamo far esistere altri esseri, altri simboli, ampliare il campo del possibile, allargare la libertà di creazione, bisogna fare i conti con delle condizioni di creazione, delle condizioni poetiche: ci rende il lavoro più semplice frequentare luoghi non poetici, allo stesso modo per cui lavorando con gente di Cassandre, ho incontrato persone per cui è fondamentale fare fotografie, fare danza o teatro in luoghi dove non si fanno foto e dove non si danza. La nostra sensazione rispetto a quello che è in gioco non è solo prendere delle posizioni politiche e eventualmente di votare male (dato che il buon intelligente non esiste); quello che ci interessa non sono solo le condizioni della creazione, ma è la creazione stessa e tutto quello che facciamo ne risulta modificato, non solo sulle tematiche, ma sui modi di pubblicazione. In Francia, per esempio, si è molto sviluppata la pratica della lettura a voce alta, gli incontri, i seminari di scrittura creativa. In Francia c’è un odio istituzionale nei confronti dei corsi di scrittura, poiché poeti si nasce e chiunque non sia di discendenza divina è un pezzente; perciò bisogna battersi perché ci siano dei corsi di scrittura creativa degni di questo nome, dei corsi nei quali, appunto, si crea. Qualunque sia il nostro settore, la posta in gioco è sempre politica, sociale: dappertutto troviamo dei nemici – ma noi amiamo i nostri nemici, cosa saremmo senza di loro? Dappertutto troviamo però anche degli amici. In questi movimenti bisognerà spingere le nostre ricerche un po’ più in là: avremo fretta di trovare le analogie e troveremo senz’altro anche le differenze. Penso che ci siano delle ricerche da fare riguardo a quanto sta accadendo, non solo in un movimento di rivendicazione o di affermazione, ma anche nelle produzioni stesse.

Philippe Vannini: Possiamo vedere che in Italia e in Francia la situazione può essere simile nella necessità di intraprendere una lotta politica sul fronte della creazione, ma le strutture sono completamente diverse nella misura in cui in Italia c’è un ministero dei Beni Culturali che serve in primo luogo a proteggere musei e rovine, e non c’è un vero e proprio Ministero della Cultura. E’ senz’altro per questa ragione che i due assi principali del manifesto di TQ sono l’editoria e gli spazi pubblici.

Andrea Inglese: In realtà, al momento TQ si presenta come una sorta di laboratorio collettivo, e come ogni laboratorio collettivo a volte circolano moltissime energie, a volte meno. Ma ci sono diverse tematiche messe all’ordine del giorno e alcune di esse non sono evidentemente proprie al gruppo, che di fatto è nato nell’ambito specifico per quanto eterogeneo della corporazione degli scrittori. Per fare un esempio concreto, una parte di TQ vicina al mondo dell’università o che lavora in università, ha redatto un manifesto in un certo senso politico sull’università: in questo momento c’è una riforma del governo Berlusconi estremamente grave basata sui tagli al budget ma che viene presentata con la maschera di una riforma contro le gerarchie, contro il nepotismo, tutti i grandi vizi dell’università italiana (che tra l’altro esistono davvero). Se vi parlo del manifesto di TQ è perché ci sono altri soggetti che si sono espressi sulla questione, come ad esempio il Coordinamento Precari dell’Università. Il Coordinamento Precari, però, è stato molto timido nel denunciare non il governo e la riforma (la loro denuncia è molto forte), ma le responsabilità all’interno dell’università, cosa che per esempio non ha fatto il movimento TQ. TQ non è ovviamente una voce più rappresentativa rispetto a quella dei precari, ma l’esempio serve a mostrarvi le dinamiche che si possono instaurare, che al limite sono dinamiche di moltiplicazione, di ampliamento del punto di vista critico. Abbiamo parlato della questione degli spazi pubblici, di quella dell’editoria, importantissima anche – come diceva Laurent Grisel – a partire da una rivendicazione quasi sindacale, ma soprattutto per aprire nuove prospettive. Per esempio quello che a me e ad altri membri interessa all’interno di TQ è la questione della critica dei saperi e non dei saperi in quanto tali. Si potrebbe dire infatti: “In Italia c’è una dittatura dell’ignoranza, questa dittatura dell’ignoranza è rappresentata da Berlusconi: dopo Berlusconi, alè!, ci sarà cultura e ci saranno saperi!”. Tutto questo non basta. Dire che si vogliono saperi, che si vuole cultura invece dei programmi tv di Berlusconi non è sufficiente, bisogna puntare un po’ più in alto e parlare di critica dei saperi. Come organizzare una critica dei saperi? E prima di tutto, a chi serve? Serve al cittadino, quindi bisogna pensare a dei seminari pubblici (che stiamo progettando), non dei seminari universitari o dei seminari a pagamento. Qual è il principio di una critica dei saperi? Come dicevano Laurent e Nicolas rispetto all’esperienza di Cassandre, mettere insieme prospettive diverse e saperi diversi, chiamarli a esprimersi su un unico argomento a partire da esperienze e punti di vista diversi: in questo modo, per forza di cose, c’è già una critica dei saperi. Si spezza la sfera per così dire perfetta di un sapere disciplinare e si instaura il dubbio. C’è un’azione alla quale TQ partecipa l’11 ottobre in una biblioteca romana con i bibliotecari di questa stessa biblioteca che, come altre istituzioni legate alla cultura, sono particolarmente presi di mira in questo momento in Italia. La biblioteca diventa simbolo della cultura come bene comune. Tutto questo per dire che le tracce, i progetti, le ipotesi di intervento sono molteplici e la differenza oggi è che non ci sono solo i bibliotecari, ci sono anche i TQ, ci sarà probabilmente il Teatro Valle: questa è la logica che sta cominciando a instaurarsi.

Philippe Vannini: Ma mi sorge una domanda: in cosa consisterà esattamente questo movimento con le biblioteche?

Andrea Inglese: Innanzitutto, dare la parola ai bibliotecari. C’è un discorso politico estremamente generico riguardo alla cultura (bisogna tagliare questo e quello), c’è una volgarizzazione sempre in ambito politico riguardo a ciò che dovrebbe essere una biblioteca e poi c’è la voce dei bibliotecari, che non va intesa come la voce di qualcuno che difende i suoi diritti specifici, come la voce della corporazione, ma come la voce competente, quella che prima fra tutte può parlare dei problemi specifici che riguardano le biblioteche. Questi problemi possono riguardare gli orari d’apertura, il personale, il budget… Se i bibliotecari parlano solo fra di loro, a livello di sindacato, non si va da nessuna parte, ma dal momento in cui insieme ai bibliotecari ci sono a sostenerli altri soggetti che non sono legati alle biblioteche, le cose cambiano. Si crea immediatamente una cassa di risonanza e il problema dei bibliotecari diventa il problema dei cittadini di Roma, o degli scrittori, e quindi delle piccole case editrici, ecc.

Philippe Vannini: La critica dei saperi, che è uno degli obiettivi di TQ, è anche uno dei poli d’attrazione della rivista Cassandre?

Nicolas Roméas: Certamente. Ma quello che ci interessa prima di tutto è la critica dei gerghi, di coloro che nel loro modo di costruire e comunicare un sapere rinchiudono questo sapere in una cerchia di specialisti. Il fatto che ci sia un vocabolario specifico in un ambito specifico è perfettamente comprensibile, ma scatta un momento in cui questo fenomeno si perverte e diventa una chiusura, un divieto d’accesso. Abbiamo spesso a che fare con questo fenomeno in ambiti diversi: per esempio, tutti hanno avuto a che fare col gergo giuridico, o col lessico filosofico. Ognuno di questi universi, di queste corporazioni per farla breve, ha creato degli strumenti semantici che sono, da un lato, positivamente, degli strumenti per costruire uno sguardo sul mondo, e dall’altro, negativamente, delle barriere per impedire che altri vi penetrino e per resistere all’interdisciplinarietà. Noi non siamo dei teorici ma delle persone che si fondano profondamente sull’azione, sul gesto artistico, vale a dire su qualcosa che ci emozioni: perché le cose funzionino ci vuole emozione e non sono convintissimo che se ne capiscano appieno le implicazioni. Per esempio, quando si è critici d’arte o di un qualunque ambito culturale, non sono convinto che si sia capaci di prendere in considerazione tutta la dimensione, tutta la potenza emotiva dell’arte. Mi riferisco in particolare a quelle pratiche artistiche nelle quali degli esseri viventi stanno di fronte ad altri esseri viventi, ma siccome secondo me le altre forme artistiche non sono altro che tracce di questo confronto tra essere vivente e essere vivente, penso che questo discorso valga per qualunque tipo di pratica artistica. Non vedo cos’altro possa esserci, a parte il vivente che si rivolge al vivente attraverso il simbolo, quando si parla di arte. Quello che voglio dire è che c’è qualcosa di cui facciamo un’immensa fatica a rendere conto e che si chiama emozione e che è il motore stesso della pratica artistica. Quando si considera la faccenda da un punto di vista freddamente filosofico, si fanno teorie che non fanno una piega, che nessuno capisce (credo che lo si faccia apposta) ma che impressionano tutti. In Francia c’è un movimento – non so se esista lo stesso in Italia – che parla di art “intimidant”, l’arte che costruisce barriere d’intimidazione nei confronti del pubblico per preservare la propria potenza, la propria superiorità, ecc. Al giorno d’oggi i dibattiti sull’arte contemporanea coinvolgono pochissima gente, perché innanzitutto bisogna osare parlarne, poi bisogna avere il vocabolario, i riferimenti, ecc. Di esperti c’è sempre bisogno – non tutti conoscono la storia dell’arte, non tutti possono fare tutti i confronti necessari tra i vari movimenti artistici perché non li conoscono – ma l’esperto dev’essere al servizio degli altri, non deve semplicemente proteggere la propria professione. Quelli che io chiamo esperti possono essere universitari, giornalisti, critici in questo o quell’altro medium, in ogni caso si tratta di persone autorizzate a parlare di arte, e finiscono col formare un ambiente chiuso su se stesso insieme a un certo numero di artisti, nel quale non si può entrare e sul quale non si possono esprimere opinioni senza correre il rischio di essere ridicoli e fuori posto. L’esperto non è al servizio di una circolazione delle idee e crea dei referenti che non sono solo dei referenti utili ma anche dei referenti divisori. Questo atteggiamento contribuisce allo sviluppo di una certa forma d’arte e alcuni artisti si fondano su questi esperti per continuare a produrre un’arte che finisce col non essere più connessa con l’evoluzione della società. Quindi, quando facciamo il lavoro che facciamo, questo lavoro umile (umile nel senso pretenzioso del termine) che consiste nell’entrare dentro le cose che accadono e provare a renderne conto facendosi attraversare fisicamente, emotivamente in prima persona da esse (sennò non si tratterebbe di arte), e poi rispondere all’arte, e magari non essere d’accordo, non essere d’accordo con le proprie sensazioni, e quindi non solo essere in una situazione di consumo, di contemplazione o di glossa sull’arte, bensì vivere in dialogo con essa, quando facciamo tutto questo, dicevo, non rientriamo in nessuna delle categorie che abbiamo a nostra disposizione al giorno d’oggi né nelle università né nel giornalismo, né nella maggior parte degli scambi che abbiamo al bar gli uni con gli altri. Questo perché questa cosa è al contempo troppo semplice e troppo sottile perché possa davvero funzionare, quindi quando ci si sforza di fare un lavoro di questo tipo si finisce per forza in una specie di non-luogo, di luogo che non esiste, e siamo obbligati ogni volta a trasgredire, a superare le frontiere, o facendo la parte delle persone semplici (ed è vero che lo siamo) o traducendo tutto in un linguaggio estremamente complesso perché venga ascoltato. In ogni caso non siamo né nel linguaggio filosofico, né nel linguaggio dello specialista barricato nella sua specializzazione, né nel linguaggio stupido e populista di colui che si limita al “mi piace” o “non mi piace”, senza essere nel dubbio e senza interrogazioni. E’ un lavoro complesso, e se è un lavoro complesso è perché questa società non è più in sintonia con l’arte, perché noi tutti non siamo più in sintonia con l’evoluzione dell’arte. C’è una frattura assolutamente grossolana tra un’arte di consumo, per la quale non si prova nulla, e un’arte straordinariamente complessa davanti alla quale possiamo solo inginocchiarci e ammirarla senza essere in un vero rapporto con lei. Tutto questo fa sì che non siamo più in grado di esprimere lo spazio intermedio estremamente sfumato che è la vera relazione con l’arte (come invece accade nelle società cosiddette primitive, ma non mi voglio dilungare), questa familiarità con il sacro che abbiamo perduto.

Philippe Vannini: Per concludere, il movimento TQ è un movimento artistico che pubblica un manifesto che entra nel territorio del teorico e della critica: come si può conciliare questo aspetto con quella che Nicolas Roméas ha appena definito la “potenza emotiva dell’arte”?

Giorgio Vasta: Non credo si tratti di trovare un modo per conciliare quelli che sono due orientamenti, due comportamenti che possono far parte di un essere umano senza che si debba decidere l’esclusiva per l’uno o per l’altro. Un’altra tra le obiezioni che a un certo punto è stata posta è: gli scrittori, quello che hanno da dire, lo devono dire attraverso i romanzi che scrivono, considerazione che sembra sempre molto intelligente a chi la propone e che si è molto consumata nel corso del tempo. Altri hanno rivendicato l’importanza del distacco: chi scrive sta per conto proprio e si preoccupa della propria scrittura e del proprio romanzo. Ognuno di noi continuerà a scrivere e quindi a preoccuparsi della dimensione politica a partire dalle categorie estetiche e cercherà di scrivere il miglior libro possibile, continuerà a praticare in concreto il distacco andandosene via e guadagnandosi delle tane per avere più tempo possibile e scrivere il suo libro. Questo non esclude che ci sia un’altra parte all’interno di ognuno di noi  che ha direttamente a che fare con la cittadinanza e che, per potersi esprimere al meglio, ha bisogno di ridimensionare molto la retorica del distacco, fare valere come presupposto l’eterogeneità, cioè incontrarsi tra persone che hanno punti di vista differenti e cercare di fare in modo che l’eterogeneità non continui ad essere, come in Italia sembra inevitabile, la precondizione per autodistruggersi, ma che possa in qualche modo diventare uno strumento utile a qualcosa. Quindi non si tratta di inventarsi un compromesso tra due azioni inconciliabili, ma semplicemente di sapere che c’è un momento nel quale scrivi il tuo libro e poi ci sono tantissimi altri momenti nei quali ti occupi della tua idea di mondo e cerchi di agire su quella. Per chiarire come l’insieme di discussioni critiche che avvengono perlopiù in rete non vuole risolversi in se stessa ma vuole declinarsi all’interno dello spazio sociale, da qui a dieci giorni un gruppo di persone che fa parte di TQ andrà a Matera, in Basilicata, nei tre giorni in cui si tiene il Forum del Libro, ovvero un momento in cui si discutono  una serie di questioni che riguardano le politiche culturali. Andrà lì discutendo una bozza di proposta di legge sulla promozione della lettura che è stata redatta dal Forum del Libro, discutendola criticamente, cercando di integrarla con prospettive che al momento non fanno parte dell’attuale redazione della proposta di legge e proponendo un documento, di fatto un ragionamento, su una questione che non pensiamo essere circoscritta all’ambito letterario/editoriale: quella, in Italia sempre più diffusa, del cosiddetto self-publishing, della vanity press, ovvero della pseudo-editoria. Quello che ci preme evidenziare all’interno del Forum del Libro è che un fenomeno come quello del self-publishing non è, come dicevo, risolvibile, leggibile solo all’interno del contesto editoriale e letterario, ma è parte di una metamorfosi complessiva che ha a che fare con la dialettica: la dialettica si esprime, semplificando al massimo, attraverso il fronteggiarsi dei sì e dei no. Un editore è qualcuno che costruisce la propria fisionomia attraverso i sì che pronuncia, attraverso i libri che decide di pubblicare, ma anche, ovviamente, attraverso tutti quei no opposti ad altre ipotesi di libro. Se ci pensate, il self-publishing, proponendosi come democratizzazione dell’editoria, sostituisce alla dialettica tra i sì e i no, quindi a un confronto critico, una transazione economica. Lo slogan sul quale negli ultimi due anni si fonda la principale campagna di self-publishing in Italia, che è quella che davvero ha la capacità di generare una comunità sempre più ampia (tutto il fenomeno è riassumibile in ilmiolibro.it, sostenuto dal gruppo Repubblica-L’Espresso), dice: “Se l’hai scritto, va stampato”. Ovvero, la semplice azione della scrittura, o potremmo dire il semplice fatto di essere alfabetizzati e dotati di un arto in grado di generare scrittura è condizione sufficiente per imporre la qualità di quel testo, o meglio per sottrarre quel testo a qualunque discorso critico. Siccome è un fenomeno straordinario quello che sta accadendo negli ultimi anni, vorremmo condividerlo con una serie di interlocutori che sono, in ambito editoriale, tra i più forti e che tra l’altro sembra sostengano il punto di vista del self-publishing invece di considerarlo in qualche modo pericoloso per la dialettica.

Philippe Vannini: Siamo arrivati al termine di questo appuntamento, ringraziamo tutti i partecipanti: Giorgio Vasta, autore de Il Tempo Materiale per Gallimard, Nicolas Roméas e Laurent Grisel della rivista Cassandre, e Andrea Inglese, di cui potete scoprire la poesia in edizione bilingue presso una piccola casa editrice che fa un lavoro bellissimo, Le clou dans le fer.

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