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[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premessee arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Silvia Costantino

La moglie di un uomo va in coma. L’evento colpisce duramente l’uomo, che cerca strategie per andare avanti e mandare avanti la famiglia – due figli, e la moglie in ospedale – contro una povertà crescente.

Fuori piove sempre. Le strade sono sporche e monitorate da bande di maghrebini, albanesi, di gente del terzo mondo capace di sopravvivere, al contrario degli opulenti borghesi dell’occidente. Vecchi e ragazzini aggrediscono altri vecchi e altri ragazzini.

L’uomo cerca di capire come andare avanti, come mantenere un’umanità anche quando scopre che il suo unico punto fermo – la moglie, appunto – aveva una relazione segreta su cui lui cercherà di fare luce, in una ricerca impossibile e probabilmente priva di senso.

Siamo in Italia e, come dice il titolo del romanzo d’esordio di Paolo Zardi, siamo ancora nel Ventunesimo secolo. Non si capisce bene tra quanti anni dovrebbe avvenire la mutazione sottile descritta da Zardi – non troppo tempo, a giudicare dai dettagli – ma è evidente che deriva dagli eventi attuali. Una distopia progressiva che non nasce da un’apocalisse, non ci sono esplosioni nucleari né collassi meteoritici né grandi guerre: semplicemente l’abbandono progressivo di ogni sentimento umano, di ogni bisogno di comunità. Non si capisce bene, peraltro, se questa mutazione sia avvenuta ovunque: la moglie del protagonista è di origini austriache, e l’Austria – i Paesi del nord – sembrano immuni alla catastrofe imminente.

E questo è il primo di alcuni problemi che si rilevano nel romanzo di Paolo Zardi. Non è chiaro, infatti, se certi stereotipi che si mettono in scena nascano dallo spirito grottescamente ironico che pervade il libro o siano reali convinzioni dell’autore. Ora: la letteratura, come ogni forma d’arte, dovrebbe essere giudicata nel modo più amorale possibile. E però. Compaiono, nel romanzo, due transessuali. Uno di questi è un cavallo, SheHorse. Mi viene da chiedermi: c’era davvero bisogno di questa trovata? Sarà il periodo, ma visto che il XXI secolo presente è l’anno della Lobby Gay che vuole invadere il mondo con la dittatura del gender, non riesco a non leggere questo accenno come una parodia estremizzata alla rivendicazione di certi diritti. E sicuramente può essere divertente, perché un cavallo trans fa ridere, è una cosa che potrebbe scrivere Matt Groening, però forse era necessario riflettere sulle possibili forme di rappresentazione. Il secondo accenno al mondo trans è altrettanto dispregiativo, e corredato da quello che probabilmente è un refuso spiacevole: si parla appunto di un transessuale al maschile intendendo una MtoF (male-to-female). Nella narrativa italiana contemporanea di buona, se non alta qualità – e questo è un appello generico a tutti i redattori – credo che sarebbe seriamente il caso di iniziare a stare attenti all’uso dei pronomi.

A meno che, ovviamente, la voce narrante (che è eterodiegetica, una terza persona generica e non identificabile in nessuno nel romanzo) non rispecchi un pensiero, un qualunquismo comune che si spalma su tutti gli attori della storia.

Poi: nel romanzo di Zardi non c’è una donna – una – che sia rappresentata positivamente. Forse la figlia quattordicenne che ascolta in cuffia campane tibetane, e forse è positiva solo in virtù della sua giovinezza, ma le altre, dalla moglie angelicata che si riscopre molto meno angelica di quello che il marito credeva alla sorella opportunista e odiosa, dalla sorella del protagonista alle amiche della moglie, sono tutte tratteggiate con una ferocia di fondo (pochi tratti, talvolta del carattere, talvolta del fisico) che ne annichiliscono l’umanità e risultano personaggi piatti e stereotipati. Il logorroico marito della sorella del protagonista desta molta più umana simpatia della sorella, all’odioso dottore che continua a ricordare che bisogna ‘prepararsi al peggio’ è destinata molta più attenzione che non alla moglie stessa, ricordata 1) come brava donnina di casa 2) come brava madre di famiglia 3) come brava e attraente amante.

Ancora: non è facile comprendere se questa sia la visione del protagonista, la visione della ‘gente’, o un’implicita misoginia del narratore (o dell’autore).

Tanto più che il protagonista è esplicitamente, dichiaratamente,programmaticamente una brava persona – un buon padre, goffo magari ma senz’altro buono, che fa un lavoro in cui invece è uno squalo: deve vendere costosi depuratori d’acqua a famiglie e aziende, per sopravvivere a una crisi sempre più schiacciante. È convinto che la crisi stia per finire, è innaturalmente ottimista, e soprattutto è buono. Lui si crede tale, il narratore ce lo mostra come tale. A mettere in discussione questa versione sono proprio le donne: ogni singola amica di Eleonore che l’uomo incontra ne sgretola progressivamente l’immagine positiva, accennando alla sua mediocrità e mostrandosi molto più disposta a fare muro e proteggere l’amica dall’indagine del marito che a aiutare lui nella sua impresa impossibile. E però la voce narrante riequilibra sempre la visione, l’uomo è in fin dei conti buono, in fin dei conti sceglie di tenere con sé la moglie anche se fedifraga, per amor della famiglia e della donna stessa…

Unico autore di piccolo editore riuscito a entrare in dozzina, Paolo Zardi ha descritto un futuro prossimo in cui emergono i più vili stereotipi e istinti umani, e la speranza è destinata a estinguersi nonostante il finale apparentemente positivo. Senza la presenza della voce narrante, e i piccoli segnali che lascia cadere a intervalli regolari, non sarebbe possibile capire l’ambientazione, perché la vicenda potrebbe tranquillamente svolgersi in questo tempo, in questa Italia. In questa ambiguità, non scioglibile per via della prosa a basso voltaggio, sta una delle ragioni di interesse. Un’altra è senz’altro la scrittura, che, a parte alcuni passaggi un po’ troppo speculativi o didascalici, riesce a restituire in minore tutta l’ampia gamma dei sentimenti dell’uomo, dal rancore all’amore, alle riflessioni su questo presente/futuro di cui si sta narrando. Notevolissimi poi certi innalzamenti, non tanto quelli più lirici che rischiano di cadere nel banale, o quelli ironici (che spesso e volentieri ricadono negli stereotipi di cui sopra e di cui il cavallo è l’espressione massima) quanto alcune sporadiche epifanie del protagonista, scritte nel solito invariato, plumbeo registro, che sono fulminanti:

«Quindi avevano un cane, e lui non l’aveva mai saputo. Era vissuto nella convinzione che esistesse solo ciò che poteva vedere, toccare. Invece aveva un cane, Miriam aveva il ciclo, e sua moglie aveva un amante».

Un tipo di scrittura che peraltro è difficile accostare, come è più volte stato fatto, a quella di Cormac McCarthy e il suo La strada – romanzo completamente differente, per stile e per intenti. Se proprio bisogna identificare padri putativi, rimarrei in Italia, e al libro Zardi accosterei prima di tutto L’ubicazione del bene, la raccolta di racconti di Giorgio Falco, per la capacità di individuare e narrare il paradosso nel grigiore.

Del resto Paolo Zardi viene dal racconto: e da qui viene forse l’appunto più importante. XXI secolo è un libro breve, più vicino al racconto lungo che al romanzo. E purtroppo, in questa dimensione intermedia, perde la concisione del racconto che forse lo avrebbe reso più potente, ma non arriva appieno all’estensione e all’approfondimento che denotano la forma romanzo.