di Valerio Valentini

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Il 22 maggio scorso, «un Consiglio dei ministri “lampo”, durato appena mezz’ora» (stando al resoconto di Repubblica.it) ha approvato, e subito trasmesso alle Camere, il cosiddetto Decreto-Cultura, secondo un’ormai consolidata procedura. Consolidata e – per quanto suoni ridicolo ribadirlo – incostituzionale: in una democrazia parlamentare spetta al Parlamento scrivere le leggi (il Governo può farlo soltanto «in casi straordinari di necessità e urgenza»).
Tra i tanti, discutibili, provvedimenti previsti dal decreto, uno di quelli che forse meritava maggiore discussione, e che ne ha invece stimolata ben poca, è quello che permette di fotografare e riprendere le opere d’arte presenti nei musei. Nel paragrafo “Semplificazione Beni Culturali” (sic), si legge che «la riproduzione dei beni culturali» è concessa purché avvenga «senza scopo di lucro», purché non comporti «alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né l’uso di stativi o treppiedi». Non solo: viene resa libera anche «la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali». Il tutto, ovviamente, «per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale».
Come purtroppo spesso capita, il testo della legge lascia percepire solo in parte i reali scopi perseguiti da chi lo ha scritto, ma forse ne tradisce abbastanza bene la cultura. Nella fattispecie, ci rivela chiaramente quale idea di fruizione dell’arte e di “bene culturale” abbiano il ministro Franceschini e i suoi colleghi di governo. È evidente, a chiunque non voglia indulgere all’ipocrisia intellettuale, che permettere ad ogni singolo visitatore di scattare tutte le foto che vuole davanti a tutti i monumenti e le opere d’arte che vuole, è qualcosa che non ha nulla a che vedere con lo studio e la ricerca (e chi compie studi e ricerche seri nel settore lo sa), né tantomeno garantisce quella che nel decreto viene definita «libera manifestazione del pensiero o espressione creativa». Ha invece molto a che fare con il terzo punto, la cosiddetta «promozione della conoscenza del patrimonio culturale»: che è una formula piuttosto disonesta per dire “pubblicità”.
E dunque, come ogni attività di promozione, anche questa si pone come obiettivo unico quello di aumentare il numero di acquirenti e clienti, cioè di visitatori. E questo, in linea puramente teorica, potrebbe anche non essere un male: in un Paese civile, i musei dovrebbero essere delle strutture adatte ad accogliere, in maniera intelligente, il maggior numero possibile di persone. Tuttavia, come ogni attività di promozione, anche questa si disinteressa completamente degli scopi e dei metodi per i quali e attraverso i quali gli acquirenti decidono di comprare un prodotto. E così per i musei: secondo la becera retorica commerciale a cui siamo stati abituati quando si parla di “beni culturali”, l’importante è riuscire ad ammassare quanta più gente possibile all’interno di gallerie e pinacoteche, allo scopo di sbandierare dati sull’aumento dell’affluenza.

Questa aberrante confusione tra tutela del patrimonio artistico e marketing, non ha determinato soltanto l’affermarsi di logiche manageriali come linee guida nella gestione dei nostri musei; ha letteralmente stravolto anche il modo in cui le persone percepiscono il proprio rapporto con i musei stessi. Il museo è diventato sempre più un luogo di culto, una meta turistica irrinunciabile, in cui si deveandare necessariamente: anche se di arte – legittimamente – non ci interessa niente, anche se non sappiamo nulla sulla storia di quel museo, sulle opere d’arte che vi troveremo e sugli autori che le hanno realizzate. È bene essere chiari: un alto numero di persone che desiderano entrare nei musei è, potenzialmente, una buona notizia. E il diritto di entrarvi non deve, in alcun modo, esser sottratto a nessuno. Il punto non è affermare una concezione elitaria, e neppure meritocratica, della fruizione dell’arte, che è bene che resti a disposizione di tutti, e al servizio della comunità nel suo complesso. Il punto, semmai, è chiedersi in maniera razionale quali sono le dinamiche socio-culturali che regolano la partecipazione della cittadinanza all’arte e alla sua storia.
Ebbene bisogna ammettere che, come in ogni luogo di culto, per noi ciò che davvero è importante, quando pensiamo ad un museo, è andarci, e rivendicare questo personale merito. Per assolvere, quasi, un dovere sociale. “Ci sono stato” è la frase che tutti pronunciamo parlando di un museo: convincendoci, in tal modo, di aver praticato un turismo intelligente e culturale per il solo fatto di esserci stati. La paura di non poter affermare la nostra presenza in una società che ci fa percepire l’anonimato come una colpa, congiunta alla nostra incapacità di percepirci come eredi e continuatori di una cultura che ha prodotto una quantità straordinaria di opere d’arte, ci spinge a recarci nei musei per riscattare quel senso di colpa, per camuffare quella incapacità. Ovviamente la fotografia è un mezzo potentissimo per ribadire questa presenza: è fotografandoci che noi certifichiamo il nostro esserci stati. E ancor più potente, in questo senso, è lo strumento della condivisione di immagini sui social network: perché è proprio mostrando la nostra presenza ai nostri amici veri o virtuali, che noi le diamo effettivo valore (e spesso anche senso). Ecco perché da molti il divieto di scattare fotografie davanti alle opere d’arte era avvertito in maniera così fastidiosa: impediva di conservare una testimonianza concreta della nostra presenza, ben più preziosa di quanto non fosse il semplice biglietto di ingresso al museo, che spesso, significativamente, veniva eretto a trofeo più che a ricordo.

Non solo. C’è un’altra stortura introdotta dalla logica che vuole il museo come un must: proprio come ogni must, la visita al museo è qualcosa da non lasciarsi sfuggire, indipendentemente dalla nostra capacità di viverla in maniera consapevole. Ciò che conta è prendere parte al rito della massa, almeno una volta. Anzi, solo una volta. Non a caso, nessuno che non sia un addetto ai lavori avverte la necessità di entrare in uno stesso museo per più di una volta nella sua vita: il museo è un’occasione unica, da consumare ingordamente. Si sta in fila, ci si spintona, si entra, e poi il museo bisogna visitarlo tutto: non importa quante opere, quante stanze, quante collezioni, quanti piani ci siano. Una corsa frenetica di un paio d’ore, una prova contro il tempo. Poi, quando “non c’è rimasto più nulla da vedere”, finalmente si può uscire. Abbiamo scontato il nostro debito con la cultura, e possiamo pensare alla prossima “città d’arte”. Ecco, anche in questo senso, la fotografia risulta uno strumento di estrema efficacia: pochi secondi, uno scatto, e possiamo mettere tutto per sempre in memoria. E passare all’opera successiva.
Di fronte a questo stato di cose, il provvedimento introdotto dal Decreto-Cultura rende ora finalmente legale l’istinto di fotografare le opere d’arte nei musei, con tutto quel che ne consegue. E, legalizzandolo, lo incoraggia. Siamo tutti incoraggiati, cioè, a farci “promotori della Grande Bellezza del nostro Paese”; siamo tutti incoraggiati a non essere più lettori di un’opera d’arte, e neanche più semplici spettatori, ma veri e propri protagonisti della nostra personalissima inquadratura (quanto passerà prima che tra gli uomini si diffonda la moda di atteggiarsi a novelli David accanto alla statua di Michelangelo, magari con un marsupio sulla spalla a simulare la fionda? Quanto passerà prima che le donne si sdraino a terra, poggiandosi sul gomito con aria sorniona ai piedi di Paolina Borghese? E quanto passerà – crediamo davvero che il kitsch conosca dei limiti? – prima che frotte di novelli sposi pretendano la foto ricordo di fronte allo Sposalizio della Vergine di Raffaello?); siamo tutti incoraggiati, insomma, non già a sottometterci, seppur con spirito critico, ad un’opera d’arte per cercare di comprenderla, ma a piegare quell’opera ai nostri intenti “creativi” più o meno strampalati, alle nostre velleità frustrate di artisti della domenica. Quale espediente migliore, di fronte alla nostra crescente difficoltà di collocarci all’interno di una tradizione storica e artistica plurisecolare, che quello di collocarci fisicamenteaccanto alle opere che di quella tradizione sono il prodotto? Il rischio, insomma, è quello di incentivare la fruizione delle opere d’arte nella sua modalità più becera e immatura, e sdoganare la cretineria.
Senza contare, poi, le ripercussioni più pratiche che questi provvedimenti avranno. Senza contare, cioè, la confusione di fronte alle sculture e alle pitture più famose, senza contare il prolungarsi delle file, il continuo “si scansi, si sposti, così mi oscura l’obiettivo, un bel sorriso, aspetta ne facciamo un’altra per sicurezza, c’è poca luce…”, l’inevitabile aumento del deleterio uso dei flash, i continui richiami dei responsabili, che diventeranno dei vigili urbani costretti a stabilire a chi toccherà scattare la fotografia.

Ma qual è stata la reazione a questo provvedimento promosso dal Mibac? Piuttosto entusiastica, direi, soprattutto a leggere i commenti di risposta al tweet trionfalistico di Franceschini che annunciava: «Libere le fotografie nei musei se senza scopo di lucro! Finalmente… #artbonus». Tra le varie risposte, nel tripudio pressoché unanime, quelle che più colpiscono sono quelle del Mart di Rovereto, della Pinacoteca di Brera e della Fondazione Torino Musei, che spiegano come nei loro musei la nuova misura sia già stata applicata, con tanto di campagne pubblicitarie che invogliano i visitatori ad inventarsi fotografi e soprattutto a condividere le loro foto sui social network. Il fatto che siano proprio gli enti preposti alla direzione dei musei ad approvare, così calorosamente, un provvedimento che potrebbe rendere più problematica la gestione dei musei medesimi, lascia sorpresi solo in parte. In fondo l’obiettivo di chi dirige un museo, tanto più se si tratta di fondazioni e associazioni private, è incrementare l’afflusso di visitatori. E i social media sono la cosiddetta nuova frontiera del marketing. Non stupisce, dunque, che il volantino che incoraggia il “click and share” divulgato dalla Fondazione Torino Musei sia questo:

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E quello della pagina facebook “Movida Notturna” sia questo:

Andare al museo dovrà diventare, secondo le volontà di Franceschini e le speranze delle fondazioni che gestiscono i musei, quello che si chiama un happening.Qualcosa dove sarà importante, semplicemente, andare, e soprattutto pagare il biglietto.

Il paradossale cortocircuito culturale che è avvenuto ormai da una ventina d’anni, me ne rendo conto, rischia di far passare simili critiche come reazionarie, conservatrici, oscurantiste. In una parola: di destra. Tuttavia, a me sembra che ciò che davvero sia di destra, sia il condiscendere agli istinti più infantili della massa – quelli dettati da pigrizia intellettuale e da voglia di adeguamento allo status quo– per una facile ricerca del consenso. Quello che invece è, o dovrebbe essere di sinistra, o forse semplicemente della Politica nobilmente intesa, è assumersi la responsabilità di un mandato educativo (ancorché privo di qualsiasi costrizione ideologica) della società, di crescita comune attraverso il dialogo e la cultura. È evidente che la politica rappresentata da Renzi e Franceschini abbia completamente abdicato a questo mandato, e proprio in un momento storico in cui, di quella cultura e di quel dialogo necessari al progresso comune della società, si avrebbe quanto mai bisogno.
E invece il desiderio di riscuotere immediatamente il consenso di tutti, spinge i profeti del renzismo ad essere come tutti, in questo mostrandosi continuatori formidabili del berlusconismo: che di fatto ha fondato il proprio ventennale successo proprio sulla sua capacità di innalzare la cultura della mediocrità a cultura di massa sdoganata, dunque non più censurabile. Disprezzare la cultura e stare in pace con la propria coscienza: questo è stato ciò che il berlusconismo ha reso finalmente possibile, facendo la gioia di milioni di Italiani. Questo è quello che Renzi, con un linguaggio più moderno, ma per nulla più nobile, ha deciso di riproporre.
Quando Renzi, nell’aprile del 2013, partecipò ad una puntata di Amici di Maria De Filippi, fu criticato da molti – soprattutto dal PD e dai giornali vicini al PD – per essersi presentato negli studi di un talent-show. In molti gli rimproverarono il voler parlare ad un uditorio che non coincideva con l’elettorato classico della sinistra. E sbagliarono: perché troppe volte la sinistra italiana ha voluto, con arroganza, recintare il proprio pubblico, restringerlo ad una cerchia di ipotetica élite, ignorando chi a questa ipotetica cerchia non apparteneva. Ma lo scandalo doveva essere ben altro. Non il parlare a tutti è ciò che allontanava, e allontana, Renzi da un ideale nobile di Politica, quanto il suo voler rendersi, di volta in volta, uguale a quella parte di pubblico cui si rivolge, per celebrarne implicitamente la cultura e riceverne consenso. In questo – e non nel fatto che lo rendeva simile a Fonzie – risiedeva l’indecenza del giubbotto di pelle indossato da Renzi: quello era l’emblema di un politico dissimulatore che si conformava ai suoi ascoltatori, ne assumeva lo stile, il linguaggio, l’atteggiamento. Quei quattro minuti nello studio di Maria De Filippi restano, in fondo, la più efficace sintesi della politica renziana.
E così oggi il provvedimento di Franceschini viene lodato perché segno di cambiamento, di una politica che sa stare al passo coi tempi, con le nuove tecnologie, con i nuovi linguaggi. Permettere a tutti di farsi un selfie davanti a un Botticelli viene ritenuto di per sé un fatto innovativo, dunque segno di progresso. L’errore, anche in questo caso, non sta nell’adoperare i sistemi e i codici di comunicazione moderni, che sono i più efficaci; l’errore è rinunciare a sfruttarli per diffondere un’idea sana di cultura, anche se contraria alle logiche della massa. Mostrare a tutti, anche ai più giovani, il museo come un luogo tutt’altro che tetro e noioso, è un’operazione meritevole; ma farlo rendendolo una miniera straordinaria di foto da collezionare, o grazie alle quali ottenere decine di “mi piace” su facebook, questo non è meritevole. Piegare la cultura alla moda è un’operazione barbara.

Eppure forse mi rendo conto di aver sbagliato a parlare di Renzi come un dissimulatore, e del renzismo come di un tentativo di rinunciare alla propria idea di cultura per assumere quella che è maggiormente diffusa nelle masse. Ci si può davvero attendere un trattamento intelligente del patrimonio culturale da parte di un primo ministro che, quando era sindaco di Firenze, ha fatto di tutto per rimuovere l’affresco di Giorgio Vasari nel Salone dei Cinquecento e andare alla ricerca di un fantomatico capolavoro di Leonardo da Vinci che, secondo l’allora primo cittadino, Vasari avrebbe nascosto con la sua opera? Ecco come lo stesso Renzi, nel suo Stil novo, afferma l’opportunità di sacrificare il Vasari e gettarsi alla ricerca dell’ipotetico Leonardo:

Rimanga fra noi, non è che l’opera pittorica del Vasari nel Salone sia un capolavoro assoluto. Tutto è tranne che la scuola del mondo, insomma. Sostituire quel Leonardo da Vinci che con i cavalli di Anghiari incanta mezza Europa con la Battaglia di Scannagallo (già il nome è tutto un programma) è come togliere Lionel Messi per inserire un qualsiasi terzino dell’Albinoleffe. Solo che certe cose si devono tacere, altrimenti gli specialisti si arrabbiano.

Il sospetto che sorge, rileggendo queste righe, è che allora quella di Renzi non sia dissimulazione: il suo adeguarsi alla incultura di massa non è frutto di cinico opportunismo. Viene da pensare che la cultura di Renzi sia davvero quella che appare: che lui, cioè, non semplicemente parli di Vasari e Leonardo come di Messi e un terzino dell’Albinoleffe, ma consideri davvero Vasari e Leonardo paragonabili a Messi e un terzino dell’Albinoleffe; che Renzi, insomma, non si stia spacciando per meno colto di quello che è, allo scopo di apparire più vicino al suo ipotetico elettore medio, ma stia mostrando quella che effettivamente è la sua cultura. Ed ecco che allora Renzi e il renzismo smettono di apparirci come i continuatori del berlusconismo, e si manifestano per quello che forse, più concretamente, sono: e cioè come prodotti del berlusconismo.