di Redazione

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Come le due precedenti, anche questa recensione è il frutto del lavoro collettivo della redazione di 404: File Not Found ed è stata originariamente concepita per essere inclusa nella “Rassegna di narrativa italiana” comparsa sul numero 65 di Nuovi Argomenti. Rimasta inedita, la pubblichiamo qui per la prima volta. Il romanzo di Francesco Piccolo è tra i dodici finalisti in corsa per il Premio Strega 2014.

L’ultimo romanzo di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, annuncia la poetica del suo autore sin dal titolo. Quel «TUTTI» scritto in rosso sulla copertina, infatti, è la riproduzione anastatica della prima pagina dell’Unità del 14 giugno 1984, il giorno successivo ai funerali di Enrico Berlinguer. Per Piccolo la morte dell’allora segretario del PCI rappresenta un evento simbolico capace di dividere la storia italiana in due, così come in due parti è suddiviso il romanzo: La vita pura: io e Berlinguer e La vita impura: io e Berlusconi. A partire da questo spartiacque, Piccolo riscrive la propria storia autobiografica e quella del paese creando un “matrimonio (burrascoso) tra la vita privata e la vita pubblica”.

Iniziato al comunismo da un goal della DDR contro la Germania Ovest ai mondiali del ’74, il protagonista si trova a vivere il dualismo tra una naturale spensieratezza, considerata “superficialità”, e l’idolo-Berlinguer, venerato in solitudine. Il romanzo si profila così come il tentativo di raggiungere un doppio “compromesso storico”, con il Paese e con se stesso, attraversando il settarismo narcisista degli epigoni del PCI per riscoprire, paradossalmente, il valore positivo dell’impurezza “berlusconiana” intesa come forma di appartenenza all’umanità tutta. Ribaltando l’assunto della sostanziale differenza antropologica tra elettori di destra ed elettori di sinistra, il protagonista dichiara, in virtù della propria impurità, il proprio desiderio di comprensione e compartecipazione empatica nei confronti delle esistenze che in gioventù aveva considerato aliene. Facendo ciò, Piccolo esplicita quella che è una funzione centrale della narrativa moderna: permetterci, attraverso la scrittura, di comprendere le vite di individui diversi da noi, i loro bisogni, le loro idiosincrasie. Ma se all’inizio l’autore si rivela molto capace nel raffigurare brevi episodi che rivelano i piccoli conflitti quotidiani, il vero limite nel romanzo sta nel tentativo ulteriore di sciogliere i contrasti subordinando la letteratura all’ideologia.

Come già aveva fatto Walter Siti in Troppi paradisi, il genere dell’autofiction viene qui piegato alla creazione di una connessione tra la quotidianità del protagonista e la Storia della nazione in cui vive. Ma la necessità totalizzante di collegare dimensione pubblica e dimensione privata costringe l’autore da un lato a un uso quasi pre-moderno dell’allegoria che coinvolge ogni momento della vicenda biografica, colpendo soprattutto le figure femminili (il Primo Amore, simbolo dell’intransigenza desiderata in gioventù, la Madre e la Moglie, figure dell’Italia popolare, gaia e superficiale),  dall’altroa una pesante sproporzione tra la forma narrativa e quella saggistico-riflessiva, imponendo la seconda in modo sempre più ingombrante col procedere del romanzo.

Nella confusione morbosa e voyeuristica tra pubblico e privato Piccolo riconosce l’inevitabile colpa che ha segnato la storia italiana sin dalla fatale divulgazione delle lettere private di Aldo Moro. Giocando allora sulla stessa forma “impura”, l’autore arriva a sporcarsi con il genere “ombelicale” dell’autofiction, cercando al contempo di ristabilire un giusto legame tra le due dimensioni: gli eventi biografici personali, così come quelli della storia collettiva, vengono accuratamente selezionati e isolati per la loro significatività esemplare, in modo da poter corrispondere a una lettura unitaria e coerente. Il risultato finale tuttavia appare spesso artificioso e forzato. Annullando i conflitti esistenti tra le due dimensioni, Piccolo rischia di appiattire il suo elogio dell’impurezza a un compiaciuto cedimento all’indistinto, alla “forza delle cose”. A risultarne sconfitta in definitiva è la complessità della letteratura, e della vita stessa.