di Marco Mongelli

HBO-True-Detective

Dopo lo straordinario anno seriale 2013 che – per tacer delle chiusure di Breaking Bad e Treme – ci ha regalato almeno quattro nuovi prodotti eccellenti (in ordine di preferenza: The Village, Orange is the New Black, Rectify, Masters of Sex), avevo deciso di prendermi una pausa e di sottrarmi al vortice compulsivo della visione di serie tv. Poi ho visto che HBO faceva uscire una nuova serie, che tutti erano impazziti, e ci sono ricaduto.
True Detective è, per cominciare, un progetto di serie antologica, cioè una serie che ogni stagione rinnova non solo le proprie storie ma anche i propri personaggi e i propri attori. Così, la prima stagione, di otto puntate, appena terminata, è equiparabile a una mini-serie conclusa, e così può essere analizzata.
True Detective è poi, per finire, una grande occasione mancata, un prodotto con molte potenzialità, pochissime delle quali messe a frutto.
Vediamo perché.

La storia, innanzitutto: la narrazione si snoda su due piani temporali distanti 17 anni, ma nello stesso luogo, la contea di Vermilion in Louisiana. Nel 2012 due agenti interrogano separatamente due ex poliziotti della omicidi: uno sciamannato dai baffi lunghi e dallo sguardo inquietante di nome Rustin Cohle (Matthew McConaughey), e un prestante ma un po’ appesantito mascellone di nome Martin Hart (Woody Harrelson). Le domande vertono su un caso di cronaca su cui i due avevano indagato insieme nel 1995 e mirano soprattutto a scoprire perché Cohle ha abbandonato il lavoro nel 2002 scomparendo per riapparire in Louisiana otto anni dopo. Attraverso le ricostruzioni dei due ex agenti seguiamo le prime indagini su un efferato omicidio – che ha tutta l’apparenza di essere iscritto in una precisa visione simbolica – e impariamo a conoscere i due diversissimi protagonisti.

A un autorialismo spiccato – gli episodi sono scritti da un’unica persona, Nic Pizzolatto, e diretti da un’unica persona, Cary Joji Fukunaga – non corrisponde però un impianto estetico strutturato e coeso: la narrazione è frammentata, si dilunga inutilmente per poi “strappare” all’improvviso. Le inquadrature sono suggestive senza essere pregnanti, i dialoghi pretestuosamente allusivi e oscuri.
Per tre puntate siamo portati a spasso in maniera randomica: ci vengono suggerite piste che abortiscono dopo due scene e propinate alte riflessioni sul senso dell’esistenza mentre visioni sinestetiche occupano lo schermo. Alla fine della terza puntata un’agnizione ci svela finalmente il super-cattivo che il “true detective”, ammantato di una coolness irresistibile, dovrebbe trovare e arrestare. Nel frattempo però, i due personaggi ci sono più estranei che all’inizio: tante parole e tanti primi piani non li hanno resi più complessi, più intelligibili, più sensati. Anzi: uno, iper-intelligente, dotato di un’autocoscienza implacabile, ha sempre ragione; l’altro, devoto ai valori americani, ottuso e autoindulgente, non fa che collezionare magre figure al cospetto del partner. Tuttavia, quest’ultimo non solo è l’unico col quale poter realmente empatizzare, ma anche il solo ad avere un senso compiuto all’interno della narrazione: sappiamo perché Marty fa il poliziotto, perché è più spaventato che eccitato dall’avere a che fare con un maniaco serial killer, e perché in definitiva, nonostante tutto, gli dà la caccia. Ma di Cohle? Perché, un tale nichilista dovrebbe essere ossessionato da un caso simile, perché dovrebbe essere nel “campo dei buoni”? Non sembra che la sfida intellettuale, capire quale schema di pensiero segua l’assassino, basti come spiegazione. Non si dimentichi, in ogni caso, che il “vero” detective, come da titolo, è solo lui. Ma che vuol dire “vero”?

La narrazione prosegue con colpi di scena che non si ha il tempo di recepire, perché i salti in avanti sono solo apparenti, fanno andare avanti il racconto ma non la storia, sempre ferma a un’incomprensibilità fastidiosa. Persino l’escalation di azione e violenza dell’episodio della gang di motociclisti sfocia nel grottesco anziché arricchire il ritmo del racconto. Arrivati alla quinta puntata assistiamo all’ennesimo nuovo inizio che dovrebbe preludere a un cambiamento – si capisce il perché del duplice e contemporaneo interrogatorio – ma il sospetto retroattivo generato è lasciato lì ad esaurirsi, invece di essere alimentato da ulteriori scelte narrative. Il racconto acquista un altro piano temporale, il 2002, per seminare dubbi sul comportamento di Cohle e per raccontarci l’ultimo caso su cui la coppia lavora insieme prima di una burrascosa rottura. La fine degli interrogatori fa sì che la narrazione ora si ricongiunga tutta nel “presente”. Così, nella settima puntata, la penultima!, prende piede addirittura un nuovo filone narrativo, quello dell’uomo solo contro i poteri forti. Ora, questo cambio in corsa piuttosto raffazzonato non solo è fuori tempo massimo, ma anche problematico, perché non spiega il senso delle prime sei puntate. Il season finale, pieno di effetti e di ammiccamenti come tutta la stagione, è il degno epilogo della serie col più alto dislivello fra intenzione artistica e riuscita estetica che mi sia capitato di vedere. Un travestimento perfetto per coprire il vuoto, cioè l’assenza della benché minima emozione.

A tratti sembra la storia di un uomo quasi onnipotente – tra retate in una banda di nazimotociclisti e acrobatici furti con scasso Rust sembra un eroe di action movie – ma tanto tormentato, accompagnato, ma mai scalfito, da un uomo stolidamente sicuro di tutte le sue mancanze, e sempre a rischio di comicità involontaria (il suo «noooooo!» richiama quello del peggior attore dello scorso anno, il Marco Ruiz di The Bridge). Cohle e Martin sono schematicamente opposti senza che da questo rapporto sghembo venga fuori qualcosa, un’eccedenza di qualsiasi tipo che scarti e rompa l’orizzonte di attesa. All’insopportabile parolame filosofico di Cohle, il passivo Martin non oppone nessuna forma alternativa di umanità, ma solo la certezza dei propri valori borghesi: crollati quelli, con lo sfascio del tetto coniugale, rimane solo un’autocommiserazione facilmente stigmatizzabile.
Il problema più grande tuttavia rimane quello narrativo: a che serve l’omicidio iniziale? Se si decide di usare un genere, il crime drama in questo caso, per stravolgerlo dall’interno, si deve voler dire altro, proporre un’altra linea di senso, altrimenti resta solo un guscio vuoto. E infatti True Detective sembra un prodotto tanto originale nella pur pasticciata forma, quanto vuoto dal punto di vista del contenuto. Ci restano alcune scene e alcuni dialoghi, degli squarci visivi o degli instant quote, ma nessun filo a tessere l’insieme, nessun déplacement, nemmeno millimetrico.

Alla luce di quanto detto True Detective non è solo un brutto prodotto, come ce ne sono tanti, ma un bluff con dolo, perché il fumo gettato negli occhi dello spettatore è l’unica cosa che si scorge dal primo all’ultimo minuto. È pericoloso, e avvilente, credere che si possa fare televisione così, con lo sfruttamento compiaciuto di temi facili, violenza-fumo-alcool-sesso e bizzarrie assortite, e con qualche frase pensosa di contorno. Il quality drama dovrebbe essere, ed è stato, un’altra cosa: è l’attraversamento estetico di un pezzo di reale, la mimesi drammatica e rischiosa di alcuni movimenti dell’animo.