Le contraddizioni della congiuntura

Nei circuiti di analisti e militanti, di scienziati politici e attivisti, i giorni che ci separano dalla data elettorale sono stati particolarmente appassionanti. Attorno al caso Grillo, a cosa esso sia, esprima, diverrà e a come le scuole politiche che si rifanno al materialismo dovranno rapportarsi a questo dato, attorno a tutto ciò matura un dibattito vivissimo, che le derive spesso riduzioniste (dalla gioia per l’evento-rottura della governance all’omnicomprensivo concetto di populismo) minano nella sua impresa teorico-pratica, che oggi più che mai è urgente. Perché il punto qua risale un po’ a quel macrotema del materialismo che sono le contraddizioni, alla densità delle strutture relazionali (l’ensemble dei rapporti sociali della sesta tesi su Feuerbach) in seno alla società, e poi a quale contraddizione surdetermina/surdeterminerà le altre nello sviluppo della congiuntura in cui siamo. E il punto è trovare la chiave, e capire quale delle contraddizioni (ricchi e poveri – lavoratori e fannulloni – giovani e vecchi –  vecchio e nuovo – pubblico impiego e precari – europa bce e nuova europa – europa o protezionismo e frontiere chiuse ) riuscirà a spuntarla dentro lo spazio in cui stiamo.

Ci troviamo, dentro e fuori il voto di domenica e lunedì, in questa congiuntura, quella dello spazio fuori dal bipolarismo dell’austerity che finalmente si è prodotto, in linea con la Grecia e in parte con la Spagna, ma come per ogni congiuntura conta enormemente la sua genealogia, come essa si è prodotta e in quali condizioni: non si è data dentro il percorso di un’insorgenza anti-austerity di piazza ritradotta poi nel meccanismo elettorale attraverso un soggetto di sinistra radicale (Grecia, Syriza), né attraverso un’egemonizzazione progressiva del quadri dirigenti del centrosinistra (la vecchia opzione Vendola) ma a seguito di un’operazione politica, quella di Grillo, all’interno della quale vederci chiaro è molto complesso.

Perché se l’”origine” la conosciamo, ed è quella dei meet-up, dell’anticasta populista cresciuta nel mito di Travaglio e di Stella, tutta interna a quel rifiuto della politica (e dei sindacati) che anche le classi dirigenti neoliberali hanno promosso negli ultimi anni promuovendo il progressismo di facciata della big society, se è anche quella di un certo complottismo spiccio che, ricordiamo, spaccia palle di plastica e ceramica per detersivi inesauribili e chiede interrogazioni parlamentari sulle scie chimiche, non si può non registrare al contempo tutta quella continuità che Lorenzo Zamponi notava con qualità nel suo articolo su ilcorsaro, e cioè che il movimento di Grillo si rafforza e passa al 25% anche federando le vertenze ambientali contro Tav, inceneritori, Muos, Terna etc., mobilitando e dando voce, connettività a comitati in lotta contro grandi e piccole opere nocive (rigassificatori, centrali Enel), spesso troppo poco violenti per godere dell’attenzione dei grandi media (e, duole dirlo, di una parte dei movimenti). Così, l’estensività del laboratorio di pratiche che risalgono al 2001 e alla stagione altermondialista, tutta una serie di approcci critici alle forme della produzione e del vivere in comune, l’ecologismo radicale e al contempo un’analisi del green capitalism, passano fra le maglie dei cinque stelle, fanno capolino nei loro programmi e diventano certo parte del tessuto connettivo dei militanti che supporta il progetto. Così come quella gran parte di intelligenze giovani e spesso precarie, ricercatori (spesso ingegneri, ma non solo) che attivamente lavorano a modelli di sviluppo diversi dentro le università, inascoltati dai grandi partiti ma soprattutto, e qui c’è la faglia su cui insistere, completamente privi di cultura politica: è quel pezzo di generazione un po’ nerd che non coglie, e spesso elude, il nesso di classe, di sfruttamento, che anticipa ontologicamente i drammi del nostro tempo, che ne è, diciamolo, la causa, ma al contempo di fatto possiede e pratica, sul terreno teorico, opzioni alternative di modello di sviluppo. Ma allo stesso tempo, nello stesso spazio, sul mercato del lavoro, dalla critica a Ichino portata avanti lungamente da Grillo, si passa facilmente a scrivere, nel significativo post di mercoledì, che “Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch’essi dalle tasse. È una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza.”  Più a destra di Renzi.

Osservate le contraddizioni, sono ovunque. Non c’è conversazione telematica sul M5S nella quale non siano parzialmente vere tante, diverse, contraddittorie opinioni sensate.

Al contempo, l’emersione dei 5 Stelle nello scenario nazionale, ha rotto, de facto, le uova nel paniere a un centrosinistra che si avviava a normalizzare da sinistra l’austerity, a governare con una percentuale bulgara ma in accordo con Monti, dopo il ridimensionamento della capacità di Vendola di costituire un eventuale contrappeso dentro l’asse con i centristi. Ci preparavamo a questo governo di centrosinistra à la Hollande, con un piccolo boost di politiche per la crescita a livello europeo, ma restando dentro la spirale recessiva in cui siamo ormai precipitati e soprattutto dentro il meccanismo di lunga durata che è la distruzione dell’asset di diritti europeo in nome del pareggio di bilancio e del finanzcapitalismo.

Questo fascio di contraddizioni che costituisce lo spazio del M5S, ed è questo che mi preme dire, non è sbrigliabile con la mente, non basta un atto conoscitivo (operato magari tramite una qualche ricerca approfondita di cosa pensano i militanti e cosa scrivono sui forum, oppure tramite la ricerca del tessuto connettivo imprenditoriale che legherebbe Casaleggio a chissà quale pezzo di potere italiano, oppure, il che è ancora più noioso, mostrando tutta la distanza del personaggio Grillo dalle categorie della sinistra), perché sarà la storia, la praxis, a determinare come si svolgeranno le contraddizioni, quale contraddizione svolgerà le altre assorbendole in sé. Se Grillo diventerà più rottamatore di Renzi, e finirà a sposare la flexycurity dal di fuori dei partiti, oppure se il Movimento 5 Stelle verrà surmontato, superato, travolto dal portato di riconnessione territoriale e vertenziale e dal nucleo anticapitalista che non è potenzialmente estraneo a una parte importante del suo elettorato, e persino al partito nella sua opzione programmatica.

L’elettorato del centrosinistra, l’elettorato del M5S

Ed è la stessa questione, badate bene, da tempo. Sono cinque anni che Vendola, Grillo, i movimenti anticapitalisti, Renzi si rivolgono e sono attraversati dalla stessa composizione di classe, provano a parlare a porzioni sociali contigue e condividono buona parte degli stessi nemici politici. Evidentemente, ciascuno dei competitor più politici ha un suo bacino privilegiato (Vendola, il ceto medio colto declassato, Grillo i commercianti e i piccoli imprenditori, Renzi, quella parte della generazione precaria “che ce l’ha fatta”, che ha raggiunto posizioni di reddito e di potere soddisfacenti, o per lo meno più accettabili, a cui si aggiunge come è ovvio l’appoggio di Confindustria, ma non è questo il punto, per ora), ma da un punto di vista molare tutte e quattro queste proposte politiche provano a rivolgersi a quella gran parte di elettorato, soprattutto giovane, che si sente escluso dalla storia, non avendo mai vissuto, per ragioni anagrafiche ma non solo (anche di classe, cfr. il famoso popolo delle partite iva, ancora percepito da i quadri del centrosinistra come borghesia), la politica come luogo in cui determinare il proprio destino individuale a partire dal destino collettivo, come luogo in cui incidere sul corso storico. Questo elettorato, sfrangiato, mutilato, complesso è tuttavia l’interlocutore di chiunque voglia spezzare lo stato di cose presenti, perché comincia laddove finisce ogni capacità del compromesso novecentesco fra capitale e lavoro di garantire la sostenibilità sociale dello sfruttamento, comincia laddove comincia la globalizzazione e i suoi specifici rapporti fra forme di vita, forme di lavoro e forme di produzione, comincia laddove comincia la contraddizione fra lavoro e salute per come la conosciamo sempre più in Italia, e di cui Taranto è caso emblematico.

Allora: il punto è che nella radicalizzazione dell’attacco capitalistico che stiamo vivendo, attraverso il dispositivo dell’austerity e della debitocrazia, in Italia uno spazio non solo elettorale, ma anche di immaginario (!!!) è stato adesso aperto. Un quarto dei votanti lo ha attraversato, in una ricchezza di differenze che è anche ricchezza di contraddizioni, dai piccoli imprenditori con spinte protezioniste leghiste fino a una parte importante della generazione studentesca già precaria che ha scosso il paese nel 2010. Sicuramente, è andata meglio rispetto ad un’eventuale cattura renziana di questa composizione, questo lo possiamo dire.

Possiamo imprecare contro Napolitano per aver scongiurato un quadro forse più positivo con elezioni immediate subito dopo la caduta di Berlusconi, possiamo (e dobbiamo) fare autocritica su come le 600.000 persone in piazza a Roma il 15 ottobre siano finite a fare a botte fra di loro senza alcuna capacità di sintonizzarsi  nella differenza delle pratiche politiche, ma dobbiamo accettare che ora quello spazio c’è, ed è affollato dalle contraddizioni di cui sopra.

In questo non c’è nessuna anomalia, nessuna stranezza, ma il fascio di contraddizioni che caratterizzano il presente, cioè i mille modi in cui la sofferenza socialmente diversa e diffusa di molti può comporsi in un progetto/processo di società. Da Nozick a Marx, per riprendere la giusta pista dell’anarcocapitalismo che citano i Wu Ming nel post di mercoledì: ben prima di Grillo, sapevamo che questa composizione di classe può volgere verso idee di società diverse, alcune fasciste e ultracapitaliste, altre incompatibili e di rottura. Non è una novità.

Lo spazio che Grillo apre esisteva già in nuce, nello sviluppo delle contraddizioni del presente, senza teleologismi e senza determinismi di sorta, nella rottura fra l’alternanza dell’austerity e un fuori sostenuto da questa composizione di classe così varia che solo, forse, la condizione di povertà e di declassamento tiene insieme.

Sono quella povertà e quel declassamento gli interlocutori di Renzi, nella revisione meritocratica e turboliberista della società: niente di nuovo sotto il sole.

Bisogna insomma abbandonare definitivamente ogni speranza di arrivare a “capire” il Movimento 5 Stelle, che non è ad oggi null’altro che le mille contraddizioni del presente, chiuso dall’austerity, esplose nelle urne. Certo, si può isolare analiticamente quell’apparato di cattura e di potere, che è il duo Grillo – Casaleggio.

Tuttavia la forza, l’intensità, l’energia esplosiva che ha prodotto il risultato elettorale non viene né dal comico genovese né dal guru del web, ma viene da questa composizione di classe sfrangiata che finalmente comincia a prendere parola nella storia. E se lo fa attraverso Grillo, è perché lui è stato più bravo di altri a catalizzare (e al contempo catturare) questa energia, anche, evidentemente, spingendo sulle contraddizioni più semplici che attraversa quel segmento sociale: contraddizioni che sono anche, ça va sans dire, più compatibili con il dispositivo neoliberale in cui siamo immersi.

In tutto questo però, dire che il Movimento 5 Stelle è oggi il soggetto politico che ha imposto il reddito di cittadinanza come uno dei tre temi in vista nel dibattito parlamentare, e dire che il Movimento 5 Stelle è il tappo ad ogni espressione radicale di dissenso, ad ogni movimento di massa contro la crisi, dire queste due cose al contempo potrebbe non essere contraddittorio, laddove la contraddizione non è nella teorizzazione, ma risiede dentro l’oggetto stesso della nostra riflessione. Sbrigliarla è questione politica e non teorica, pratica e non gnoseologica, e dipenderà da molte cose. Siamo dalle parti della critica di Marx a Feuerbach, per intenderci. E in questo, ognuno, giocherà la sua partita. Ma non giocare la partita dell’egemonia riguardo allo spazio che si è aperto, non prendere parte al clash delle contraddizioni, e rinchiudersi nella teodicea della marginalità attuale di un’eventuale opzione più radicale (à la greca, à la puertadelsol, à la occupy) vorrebbe dire scegliere una via ancora più minoritaria, se non un po’ classista. Questo non vuol dire pensare che la pista del Movimento 5 Stelle sia ora da seguire, figurarsi, né che non dobbiamo augurarci un movimento di massa radicale contro la crisi, ma che dobbiamo agire le contraddizioni, riconoscendo che lo spazio che si è aperto nel paese è il luogo sociale di ogni possibile conflitto.

E d’altronde se il funzionamento aperto di queste contraddizioni lo vediamo già (enormemente gonfiato, con malizia, dai giornali) dai tanti inviti a Grillo a dialogare col PD, piovuti da attivisti e commentatori sul suo ultimo post, vuol dire che altre e più importanti tensioni potranno giocarsi dentro lo spazio che si è aperto, di cui Grillo è stato certamente, in parte, condizione d’emersione, ma che non è certamente suo di diritto, e che in mille modi e per mille ragioni, politiche, potrebbe riconfigurarsi. Ci vuole della fiducia per cambiare la realtà.

Postilla sull’odio di classe dopo l’odio di classe

Esiste però una condizione al fatto che in Italia possa aprirsi uno spazio che ecceda i limiti stretti che Grillo ha posto a questa composizione di classe, che stia in guardia nei confronti di una deriva di quello spazio verso posizioni Renzi 2.0, che abbandoni Grillo se finirà a tarallucci e vino con confindustria, e questa condizione concerne il modo in cui, dentro lo spazio pubblico, si definiranno i rapporti con questa nuova parte del paese che sono i grillini.

La presenza di Berlusconi ha per vent’anni catturato tutta l’eredità di quello che una volta era l’odio di classe.

L’odio di classe è quel sentimento che accompagna i subalterni nella loro lotta contro i propri sfruttatori: è il legittimo sguardo storto rivolto al padrone quando passeggiava fra le catene di montaggio, sono gli sputi sulle carrozze dei nobili nel ‘700, è lo schiavo che sputa nel piatto dello schiavista.

La presenza di Berlusconi ha canalizzato quasi interamente l’eredità dell’odio di classe, cambiandone significativamente il volto. Dall’odio per Berlusconi in quanto padrone si è passati alla critica morale delle sue abitudini private, ma soprattutto, ed è su questo che mi interessa ragionare, gli elettori di Berlusconi sono stati i veri destinatari, molto più che il loro pupillo, dell’odio di quel ceti medi in via di declassamento di storica cultura moderate-left. Per vent’anni una parte importante di paese si è rivolta a quasi il 50% degli italiani, i “berlusconiani”, come a degli individui, fondamentalmente, incapaci di intendere e di volere, volgari, animaleschi, barbari, idioti, etc.

Un recente libro di Luciano Gallino si intitola: La lotta di classe dopo la lotta di classe. Esso prova, sulla scia di una famosa dichiarazione di Warren Buffett, a spiegare come, dopo la fine del ciclo storico della lotta delle classi subalterne per guadagnare diritti, salari, agibilità sociale e politica contro il capitale, il paradigma della lotta di classe si sia invertito, e sia oggi circoscritto all’attacco che le nuove élite borghesi del capitalismo finanziario muovono ogni giorno ai diritti conquistati nel novecento, attraverso il meccanismo della debitocrazia e di tutto quel processo di trasformazione (leggi: regressione) sociale che è, oggi, il neoliberalismo.

Come la lotta di classe dopo la lotta di classe, l’odio di classe dopo l’odio di classe è quella torsione di un paradigma storico dell’otto e novecento che ha determinato che gli elettori berlusconiani, di tutte le fasce della popolazione, siano stati colpiti da forme di razzismo violente, da un autentico odio indistinto.

Quest’odio si gioca unicamente sul piano del capitale cognitivo, ed è perciò un odio di classe: i detentori di capitale cognitivo, cioè il ceto medio colto/scolarizzato, mentre perdevano la bussola del proprio tempo storico, finendo avviluppati dentro il centrosinistra dell’austerity, identificavano invece nelle classi mediobasse il loro autentico nemico di classe, nemico in quanto ignorante, in quanto sprovvisto di capitale cognitivo.

Il rischio che due parti del paese entrino così in un conflitto sempre più pesante, e che questo confitto blocchi ogni ipotesi di ricomposizione delle nuove povertà, passa esattamente dall’odio di classe violentissimo che già impazza sui social network nei confronti dei grillini: caproni, cafoni, pecore, ignoranti, bestie etc.

Una parte dell’elettorato di centrosinistra, storicamente incapace di guardare oltre il seminato dell’eredità del PCI, esercita ogni giorno nei confronti delle classi medio basse una forma di violenza strisciante ma importante. L’elettorato di Grillo si presenta, come in parte lo è stato e lo è quello di Berlusconi, già fortemente imbrutito da toni e parole d’ordine del leader: dobbiamo veramente sperare che in questa confusione, in questa incertezza del quadro, in quel fascio di contraddizioni di cui sopra, la passione triste di morire poveri, ma con la certezza catartica di possedere un tesoretto di saperi nella libreria del salotto, due Balzac e un Sartre (quando va bene), non finisca per essere l’unica base sicura su cui giocare il proprio posto nel campo, l’unico appiglio da cui svolgere le contraddizioni.

In questo, i Wu Ming fanno bene a fare genealogia delle idee, quando leggono il dispositivo discorsivo che sta dietro all’utilizzo dispregiativo di radical-chic verso chiunque provi ad utilizzare gli arnesi della complessità per giudicare la fase attuale: tuttavia sarebbe forse arrivato il momento di cogliere l’altra faccia della medaglia, di indagare come, da vent’anni, una parte del ceto medio e medio basso (quindi una porzione non dirigente, non dominante), la più colta, la più de sinistra, abbia sostanzialmente contribuito a spaccare culturalmente la società in due parti, ed agire su una di queste parti forme di violenza discorsiva fortissime.

Un frammento che racchiude tutto: a Berlusconi che da Santoro domanda allo studio: “ma secondo voi, undici milioni di italiani che mi hanno votato, più e più volte, sono tutti dei coglioni?” un coro unanime risponde, ghignando, “sì!!!!!!”.

Anche questo è fascismo, anche questo si nasconde, a parti invertite, sotto la dicotomia destra-sinistra.

Post-scriptum 

Tutta la retorica anti-italiana che gira su fb dopo il voto d’altronde (per osservarlo basta uscire dal giro di chi la pensa “esattamente come voi” e non incappare in elettori a cinque stelle), lungi dall’essere una sana critica all’istituto dello stato nazione, non è nient’altro che: da un lato l’espressione di questi microfascismi del lagnosissimo ceto medio colto italiano, e dall’altro l’introiettamento acritico di quell’altro “odio di classe dopo l’odio di classe” che è l’atteggiamento con il quale i giornali e le classi dirigenti stranieri si sono rapportati al voto italiano.

Lo stesso paradigma dell’odio di classe dopo l’odio di classe potrebbe infatti essere facilmente esteso all’atteggiamento delle classi dirigenti europee verso l’Italia e i propri cittadini, con giornali tedeschi che apertamente affibbiano agli italiani una sorta di incapacità razziale a scegliere i propri leader, con tutta una tonalità che ancora, dopo un secolo, caratterizza i mitteleuropei quando hanno a che fare con lo spazio mediterraneo. Tuttavia, laddove quest’ultimo paradigma è riconducibile agli interessi di classe di cui sono portatrici le classi dirigenti europee, ciò che ho provato a descrivere nel precedente paragrafo configura un’autentica guerra fra poveri.

Anche per questo, in tempo di crisi e in un tempo incerto, niente di più rivoluzionario che sottrarsi al compiacimento dell’essere “gente studiata”, come si dice al Sud, aprirsi alle contraddizioni, e sputare sui padroni veri, quelli che si arricchiscono sulla crisi dei debiti pubblici dell’eurozona.